Mandateli lassù!

Luigi Galleani

«Ho, come un anatomista, osservato molti uomini d’ingegno brillante e di reputazione incontestabile, idolo e segnacolo dei partiti; li ho visti tutti, tutti, qualunque ne fosse il principio, umiliarsi e mentire per giungere al potere»
E. Cœurderoy
I politicanti di talento, di reputazione incontestabile, idolo e segnacolo del partito socialista, li abbiam visti umiliarsi e mentire intorno al suffragio universale per acquistare il diritto a mendicarlo; li vedremo ora abiurare, rinnegare, umiliarsi, transigere e mentire intorno alla funzione ed al valore dello Stato per proclamare il loro diritto alla prebenda, alla pagnotta, alla cuccagna.
Che cos’è lo Stato?
Non domandiamolo a Bakunin ed a Kropotkin: scienziati, filosofi, uomini di pensiero e d’azione eroicamente sinceri, non rinnegarono mai né per paura, né per lusinghe, né per calcolo la fede dei primi giorni, rimasero anarchici e sarebbero come tali cattive pietre di paragone alle ciniche e studiate apostasie dei socialisti girella a cui la fede è mercenaria ruffiana della fortuna, non viatico dell’abnegazione, stimolo alla sincerità ed al sacrifizio.
Che cos’è lo Stato?
«Lo Stato sorse nello stesso periodo storico in cui ebbe origine dappertutto, con forme diverse, la proprietà privata… Lo Stato attuale non ci appare se non come l’espressione della comunanza degli interessi delle classi dominanti… Lo Stato non ha altra missione che rappresentare, difendere, conservare tali interessi… Scomparse le differenze di classe, lo Stato cesserà di esistere non avendo più alcun fine da compiere… In un sistema di proprietà comune non v’ha bisogno, né possibilità di uno Stato e di un governo» (A. Bebel, 3 febbraio 1893).
Abbasso dunque lo Stato, il quale finché durerà la proprietà privata non potrà essere che l’espressione degli interessi della classe dominante.
È sempre l’antico pensiero di Marx e di Engels che il socialismo eunuco dei nostri giorni s’arrabatta a sofisticare ed a rinnegare.
«Le società che si eran mosse sin qui nell’antagonismo di classi aveano bisogno dello Stato, cioè di una organizzazione della classe sfruttante, per assicurare le condizioni di sfruttamento, e soprattutto per mantenere colla forza, la classe sfruttata nelle condizioni di sottomissione (schiavitù, servaggio, salariato), che richiedeva il modo di produzione esistente… Dal momento che non esiste più classe da mantenere nell’oppressione, e dal momento che la dominazione dì classe e la lotta per l’esistenza individuale basata sul disordine della produzione, su le collisioni e su gli eccessi che ne derivano, sono spazzati via, e non c’è più nulla da reprimere, uno Stato diviene inutile… L’intervento dello Stato si verificherà inutile sopra ciascun terreno, l’un dopo l’altro; esso si estinguerà gradualmente. Il governo delle persone fa posto all’amministrazione delle cose e alla direzione dei processi di produzione. La Società libera non può tollerare l’esistenza di uno Stato fra sé e i suoi membri» (Engels, Socialismo Scientifico).
Dunque abbasso lo Stato!
E fu fino a questi ultimi anni il grido di tutti i marxisti, di tutti i socialisti che… non avevano, come Millerand, gustato le delizie dei fondi segreti, la ciambella dei 25 franchi al giorno, o, in mancanza ed in attesa di meglio, l’onore e la gloria della medaglietta.
Leggete nel Catechisme Socialiste, edito a Bruxelles nel 1878 dal Kistemaekers, il processo che Guesde fa allo Stato, a tutte le forme dello Stato, quella socialista-democratica compresa, comparatelo colle sue attuali onorevolissime piroette di deputato e vedrete che ruzzoloni!
«D. — Che cosa è lo Stato?
R. — Lo Stato, che ha funzione essenziale, costitutiva di regolare i rapporti dei membri del corpo sociale e d’assicurare l’ordine nella società, è l’organo della legge.
D. — Come esercita lo Stato la sua funzione e da chi è fatta la legge?
R. — Da un solo individuo, prete o re, la cui volontà o capriccio sono sovrani, negli Stati teocratici o monarchici; da una minoranza, egualmente sovrana, negli Stati oligarchici od aristocratici; da una minoranza ancora negli Stati democratici, anche se la legge appare fatta da tutti.
D. — Non sarebbe possibile modificare l’organo legislativo dello Stato in modo che la legge, opera di tutti realmente, rappresenti la volontà e salvaguardi l’interesse di tutti?
R. — No…
D. — Lo Stato, come fattore legislativo, è dunque sotto qualsiasi forma fatalmente oppressivo?
R. — Sì. Qualunque legge possa emanare lo Stato sarà sempre oppressiva, necessariamente, della maggioranza o della minoranza…
D. — Lo Stato, convinto dalla sua stessa costituzione di non saper dare che una legge arbitraria, parziale, violatrice dei diritti e degli interessi dell’uno o dell’altro… deve dunque essere soppresso?
R. — Senz’alcun dubbio. Strumento di regno d’un individuo o d’una classe su altri individui o su altre classi, non potrà sfuggire ai colpi di coloro che aspirano all’eguaglianza sociale.
D. — Ma può essere? È possibile ottenere una società senza Stato?
R. — Sicuramente…».
Si potrebbe continuare ma ce n’è d’avanzo.
Abbasso lo Stato!
Andrea Costa, tempra ferrea, un giorno, di lottatore, oggi più che da altro logorato da un’intima contraddizione tra la fede antica, a cui rinunciò pur credendovi ancora, e la nuova a cui si diede senza credervi mai, ebbe per lo Stato filippiche roventi di dialettica e di forza:
«Io accetto — scriveva nel 1877 — che la proprietà debba appartenere alla società tutta quanta, ma non alla Società che ha per rappresentante e moderatore lo Stato, bensì alla società vera, al complesso di tutti gli uomini che hanno contribuita a produrla.
Per ottenere tutto questo non solo non abbiamo bisogno dello Stato ma crediamo di non poterlo ottenere se non coll’abolizione dello Stato.
Per noi lo Stato non ha avuto e non ha nella società che una parte negativa.
Noi crediamo di ottenere migliori risultati senza mandare i nostri uomini al potere. I nostri compagni saranno col popolo, vivranno con esso, gli indicheranno, se volete, la via, pronunceranno la parola motrice ma non si imporranno al popolo. Otterremo così tutti i buoni risultati che voi otterreste coll’autorità senza averne i danni».
Niente conquista dei pubblici poteri ma abolizione dello Stato!
Abbasso lo Stato!
Gabriel Déville ridotto a rimasticare ed a sputar bava sull’anarchismo e sugli anarchici, rimasti i soli irreconciliabili nemici dell’autorità e dello Stato, scriveva (pag. 16 e 17 del suo Aperçu sur le socialisme):
«Non dobbiamo perfezionare lo Stato, dobbiamo sopprimerlo. Esso è l’organizzazione della classe sfruttatrice per garantire lo sfruttamento e tenere in soggezione gli sfruttati. Ora è uno sciagurato sistema per distruggere qualche cosa quello di cominciare a fortificarla e sarebbe aumentare la forza di resistenza dello Stato aiutarlo nell’accaparramento dei mezzi di produzione. Il compito del socialismo non ne trarrebbe facilitazione alcuna…».
Lo Stato non si deve quindi riformare o rinnovellare, si deve sopprimere.
Abbasso lo Stato!
Anche Filippo Turati ebbe ai suoi bei dì, quando poteva sperar tutto fuorché di essere deputato, fulmini e saette contro lo Stato. Allora però, filosofando sull’ostracismo dì Aristide, plaudiva alla teoria estrema ma necessaria, alla rudezza con cui il Partito Operaio eliminava dal suo seno tutti coloro che non gemevano sotto la dipendenza del salario giornaliero.
«Solo un borghese gretto e microcefalo può fraintendere, indignandosene, l’alto senso di opportuna reazione che vi è nella massima proclamata dai più giovani e radicali nuclei operai: l’emancipazione dei lavoratori opera dei soli lavoratori; esclusione delle società borghesi, degli avvocati, degli intriganti e dei tutori» — scriveva al Fascio Operaio, da Como nel luglio 1886. F. Turati già avvocato, ma non ancora deputato intrigante, né tutore di una serqua di organizzazioni operaie che addomestica ora con rabbia ministeriale al culto di Giolitti borseggiatore di banche e di Zanardelli emerito e recidivo fucilatore del proletariato italiano.
Allora, commentando la Teoria Economica della costituzione Politica del Loria, s’indugiava dinnanzi al problema «se veramente lo Stato, come afferma sulle tracce di Marx e dei socialisti il prof. Achille Loria, non sia né possa mai essere altro in ogni tempo, e con e malgrado qualunque congegno di governo e di suffragio e di carte costituzionali, che il rappresentante e l’organo specifico delle classi possidenti per il miglior sfruttamento e l’oppressione delle classi inferiori».
Ma allora era di moda. Anche i deputati pigliavano in burla il loro ufficio di legislatori, avevano accettato il mandato soltanto per l’immunità parlamentare e pel vantaggio di viaggiare a carico dei contribuenti, ma laggiù, a Montecitorio, che cosa avrebbero mai potuto fare?
Musini s’accontentava di interrompere Depretis con qualche frequente e sincero boja d’un Sgnor! Costa gridava ancora il 18 marzo 1892 ai repubblicani di Perugia: «chi vi presenta il parlamentarismo monarchico, repubblicano o democratico come un mezzo di risolvere la questione sociale è un mistificatore o un illuso»; De Felice al primo Congresso socialista siciliano (27-28 maggio 1893) si scusava d’esser deputato e rivendicava l’onore d’essere il semplice rappresentante degli operai catanesi: «Ho accettato il mandato parlamentare soltanto come necessità di lotta e per essere libero nell’esplicazione del mio lavoro. Non ho mai creduto all’utilità dell’istituzione parlamentare»; Barbato, uscito dal reclusorio, respingeva sdegnosamente il mandato abbandonandolo ai ciarlatani, agli intriganti, agli ambiziosi.
Abbasso lo Stato, abbasso il parlamento! Era di moda allora.
Ora?
Ora Engels e Marx sono vecchie reliquie buone tutt’al più come amuleti e come scongiuri, ai quali — come i marinai alla madonna del Carmine durante la tempesta — chieggono protezione contriti dei giovanili peccati sbarazzini gli istrioni della rivoluzione pacifica, civile e ventraiola: Bernstein e Bebel s’accapigliano intorno alla maggiore o minore opportunità di avere un posto alla presidenza del Parlamento e mentre il secondo nicchia, il primo insiste sulla necessità che il Vice-Presidente socialista visiti, occorrendo, Guglielmo II e gli sia grazioso.
Guesde guarito dall’antica statofobia anarcoide crede nel suffragio universale, nel parlamento, nello Stato socialista, crede anche nello Stato borghese che, egli ne è ben certo, «presterà allo Stato collettivista qualcuno dei suoi congegni, la requisizione», magari, la «corvée per l’esecuzione dei lavori ripugnanti o penosi che nessuno volesse eseguire» (Seduta parlamentare, 25 giugno 1896).
Ora Déville, che come Guesde riconosceva incorreggibile, inadattabile lo Stato ad alcuna onesta funzione e doversi perciò «distruggere non conquistare», ora comprendendo che l’affrancamento del proletariato deve essere opera d’una maggioranza cosciente, «rinnega gli scritti in cui ha manifestato la sua fiducia nell’efficacia della violenza e della forza brutale » (27 maggio 1896. Discorso al Ginnasio Pascaud). È un po’ più sfacciato ma è anche più spiccio.
Ora Andrea Costa dall’abolizione dello Stato — condizione indispensabile all’emancipazione — è venuto a meno eretico consiglio: «Lo Stato è la borghesia organizzata? D’accordo. Ma perché è nelle mani della borghesia. Impadroniamocene noi, se ne impadroniscano gli operai ed invece di essere il nemico, com’è oggi, sarà leva potente a compiere la rivoluzione sociale». E dire che Andreino, prima d’essere onorevole non ci aveva pensato mai, anzi aveva pensato sempre il contrario!
Ora Turati… Turati fa pietà, egli incolla sugli antichi panegirici di Bakunin, fioriti dalla sua giovinezza piena di entusiasmi e di esuberanze, le omelie al beato Giovanni Giolitti da Dronero, prevaricatore ed assassino, e sulle sue antiche diffidenze dello Stato, l’aspirazione mal celata ad un sottosegretariato al ministero delle poste e telegrafi.
Ora Barbato, che rifiutava la medaglietta, passaporto agli intriganti ed ai ciarlatani, è tra questi anche lui del numero uno; le antiche e ribelli professioni di fede rivoluzionaria, i suoi antichi rimpianti «perché l’ora della insurrezione armata, fatale, non fosse ancora suonata» hanno ceduto il posto ad un desiderio di beato vivere e ad una valanga di sermoni frateschi intesi a dimostrare che «oggi abbiamo bisogno di accettare tutte le armi che i codici borghesi mettono a nostra disposizione per poter sviluppare nel proletariato una coscienza che sia in armonia colle forze produttive». Altro che insurrezione armata! I mezzi di lotta son medagliette, beghe e querele, ora!
Allora erano socialisti e rivoluzionari, ora, alla greppia ed al parlamento, son borghesi e dei peggio conservatori.
Mandateli lassù! Mandateli lassù investiti d’un mandato che s’intesse delle vostre abdicazioni e delle vostre rinunzie, i vostri compagni migliori, e prima che l’alba spunti, prima che il gallo canti, come Simone rinnegò Cristo, essi, i vostri compagni migliori avranno rinnegato l’ideale, venduto i fratelli, fucilati in nome dell’ordine e pei trionfi del capitale i figli della gleba, dell’officina e della miniera.
Mandateli lassù!
[Cronaca Sovversiva, 5 settembre 1903]

Treviso: Il 23 novembre inizia il processo contro il compagno anarchico Juan Sorroche

Juan Sorroche è un compagno anarchico spagnolo che ha vissuto in Italia per vent’anni, ed ha partecipato a numerose lotte contro lo Stato e il capitalismo, subendo, per questo motivo, alcuni periodi di detenzione. Nel 2016 è divenuto latitante a causa di diverse condanne (circa sei anni di carcere) legate principalmente alla lotta contro il TAV (Treno ad Alta Velocità) nella Valsusa. Arrestato nel maggio 2019, è stato condannato ad altri due anni e mezzo per possesso di documenti falsi. Al momento del suo arresto, Juan ha inoltre scoperto di essere accusato di un attentato alla sede della Lega Nord – un partito sovranista e razzista – avvenuto l’anno precedente a Treviso. L’azione, rivendicata da una cellula anarchica che fa riferimento all’Internazionale Nera, consisteva in una doppia esplosione, la prima contro la sede politica, la seconda come trappola – che non ha funzionato – contro la polizia o militanti del partito. Anche se nessuno si è fatto male, Juan è accusato di “massacro”, un crimine che comprende una pena che potrebbe arrivare all’ergastolo, cioè una detenzione potenzialmente infinita (1).

Il processo contro di lui inizierà il 23 novembre presso il tribunale di Treviso, città in cui la Lega domina da vent’anni. Il processo si svolgerà presso il Tribunale penale con una giuria popolare, che in un territorio di questo tipo può diventare un vero e proprio “plotone d’esecuzione”. Oltre alla vicenda trevigiana, dai materiali in possesso della polizia e dei magistrati, si evince la volontà di “costruire” l’ennesimo caso di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo”. La pratica dell’azione diretta è sotto continuo attacco, ed è importante che a Juan arrivi tutta la nostra solidarietà.

In solidarietà con Juan e con tutti gli anarchici perseguitati in questo periodo in Italia (“Scripta Manent”, “Pânico”, “Prommeteo”, “Scintilla”, “Lince”, “Bialystock”…) sono state indette due settimane di mobilitazioni dal 9 al 24 novembre.

1) La durata effettiva dell’ergastolo dipende dal reato e dal contesto. Ci sono persone che sono state rilasciate dal carcere dopo 12 anni e altre che, rifiutandosi di collaborare con i magistrati o di prendere le distanze da certe pratiche, sono rimasti in carcere per 37 anni (come alcuni militanti delle Brigate Rosse).

Per scrivere a Juan:

JUAN ANTONIO SORROCHE FERNANDEZ

STRADA DELLE CAMPORE, 32

05100 TERNI

ITALIA

Fonte: noticiasanarquistas.noblogs.org

Traduzione a cura di: Inferno Urbano

 

OGNUNO SCELGA DA CHE PARTE STARE

Il mese di novembre in corso, come molti sapranno, si presenta come ricco di sgraditi appuntamenti nei tribunali delle nostre città.
Già calendarizzate da un po’ di tempo le udienze dell’operazione Prometeo presso il tribunale di Genova (11 novembre, 18 novembre) che vedono imputati Beppe, Natascia e Robert. Si sperava nella possibilità di strappare un saluto ai due compagni detenuti che hanno appena sostenuto scioperi del carrello e della fame viste le condizioni detentive in cui si trovano da diverso tempo, ma non verranno tradotti in tribunale per partecipare dal vivo alle udienze a causa dell’attuale situazione Covid, ottimo pretesto per continuare con l’ignobile video conferenza. Inoltre per Beppe il giorno 24 si terrà un’udienza relativa al posizionamento di un ordigno nei pressi di una Posta della città di Genova nel 2016, fatto per il quale è l’unico accusato. Poste italiane che in quel periodo subivano attacchi in tutta la penisola a causa della collaborazione nell’espulsione degli immigrati attraverso la compagnia Mistral Air oggi Poste Air Cargo.
Sempre il 24, a Torino presso l’Aula Bunker delle Vallette si terrà la sentenza in Appello per il processo Scripta Manent che vede imputati una ventina di compagni anarchici per i quali l’accusa chiede la condanna senza il riconoscimento di nessun tipo di attenuante.
A Genova mercoledì 25 si terrà l’udienza per la richiesta da parte della Procura di Sorveglianza Speciale nei confronti di una compagna anarchica. Il PM Manotti sostenuto dai Carabinieri del Ros e dalla Direzione Antimafia e Antiterrorismo (D.D.A.A) richiede l’applicazione di questo spregevole provvedimento per 5 anni con il pretesto dell’altissima pericolosità sociale della compagna in questione, basata di fatto (come tutte le volte che viene sostenuta la necessità della SS) sulle idee e sulle intenzioni.
In questo periodo in cui l’intensificazione del controllo viene agevolata dall’emergenza sanitaria e la repressione di qualunque forma di dissenso applicata senza tregua, compagne e compagni continuano ad essere processati e sottoposti ad infami misure coercitive in un’ottica di esclusione di tutti gli anarchici sempre più capillare.

Per far sentire la nostra vicinanza e la solidarietà a tutti i compagni sotto inchiesta in questo periodo diamo appuntamento per un momento in piazza. Ci si vede: SABATO 21 NOVEMBRE ALLE ORE 15 IN PIAZZA BANCHI (Caruggi  Genova)

Inferno carcerario e covidiozia

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Queste sono le mascherine che il carcere di Torino fornisce ai detenuti. Appena ricevuta dal carcere delle Vallette. Ogni commento è superfluo.

In allegato un parziale della lettera pervenutaci:

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Mobilitazione in solidarietà con gli/le anarchici/che sotto processo | 9-24 Novembre 2020 AGGIORNATO

UN’UNICA CERTEZZA

Oggi assistiamo ad un inasprimento della repressione facilitato dall’emergenza sanitaria COVID-19 e, di conseguenza, ad un attacco a tutte le forme di conflittualità compreso il movimento anarchico.
Centinaia di compagni e compagne sono e saranno a breve processati per diverse operazioni repressive portate avanti dalle Procure: Scripta Manent, Panico, Ritrovo, Bialystok, Lince, Renata, Scintilla, Prometeo, processo del Brennero, processo per l’attacco alla sede della Lega di Treviso).
A governare sembrano di fatto Confindustria, la direzione Antiterrorismo e l’Antimafia, mentre lo stato si concentra nel cancellare la pratica dell’azione diretta e persino il pensiero sovversivo.
E allora, collegare le epidemie al saccheggio capitalista del pianeta, diventa una premessa di “terrorismo”, così come ogni forma di mobilitazione può diventare un “reato associativo”.
Quando il conflitto assume la forza della rivolta – come è successo a marzo nelle carceri – la risposta dello stato ricorda i tempi di Dalla Chiesa: irruzioni armate di guardie e carabinieri, pestaggi sistematici e una vera e propria strage con la morte di 15 prigionieri.

L’Amministrazione Penitenziaria sparpaglia e isola rivoluzionari e ribelli nei diversi gironi del sistema carcerario, impedisce ogni contatto con l’esterno e la presenza fisica degli imputati nei processi con la videoconferenza. Ma estende a tutti i prigionieri anche alcune delle modalità che caratterizzano il carcere duro 41 bis, tra tutte colloqui ridotti con divisori in plexiglass, censura sulla corrispondenza, chiusura delle celle.

Le procure dal canto loro, ricostruiscono la storia del movimento anarchico dividendo le pratiche rivoluzionarie in “accettabili” e “terroristiche”.

La forza del reame è la debolezza delle lotte. Un sistema che produce solo sciagure sociali, economiche, ambientali si regge sulla paura e ricorre ogni giorno di più al linguaggio della guerra.

Proponiamo quindi due settimane di mobilitazione dal 9 al 24 novembre .

IN SOLIDARIETÀ AI COMPAGNI E ALLE COMPAGNE SOTTO PROCESSO.
CONTRO LA DIFFERENZIAZIONE E L’ISOLAMENTO CARCERARIO.
PER RICORDARE I MORTI NELLE CARCERI.
PER RISPONDERE AI NUOVI CONFINAMENTI E AL COPRIFUOCO.

Perché la fiaccola della rivolta non si spenga mai e sempre nuove mani siano pronte ad afferrarla.
In un presente incerto – per noi, ma anche per i padroni – l’unica certezza è che resistere e contrattaccare è giusto.

Fonte: https://ilrovescio.info/

Cassa Anti-repressione Bruno Filippi

La Cassa Anti-repressione Bruno Filippi nasce da un’idea di alcune individualità de  La Fiaccola dell’Anarchia , con un duplice obiettivo, il primo, è quello di poter dare appoggio solidale alle compagne e ai compagni colpiti dalla violenza democratica statale, il secondo obiettivo, non meno importante, è di poter offrire un programma controculturale, attraverso la vendita occasionale di libri e maglie sia online che nei banchetti informativi.

La cassa si sostiene anche grazie ai contributi e benefit di chi ritiene questo strumento una base per distruggere la repressione che sempre più ci attanaglia.
Pertanto, chi volesse portare anche piccoli contributi aper questo progetto, nel modo e nella misura delle proprie possibilità.

Un piccolo contributo può essere di grande aiuto per chi contro  questo sistema ci mette la propria faccia.

Per motivi organizzativi interni, abbiamo convenuto che le spedizioni, avverranno nelle seguenti modalità:

– Le spedizioni con poste italiane, prevedono una spesa minima di 10 euro, le quali includono i costi di spedizione e di imballaggio. Il lunedì e il venerdì sono i giorni da noi scelti per le spedizioni.

– Per quanto riguarda le spedizioni con i corrieri, i costi sono quantificati in 10 euro per le spedizioni nazionali, per le spedizioni internazionali, saranno applicati costi aggiuntivi a seconda della destinazione. I pacchi, saranno spediti l’indomani stesso del ricevimento della richiesta,eccezion fatta per le richieste inoltrate il venerdì, in questo caso la spedizione slitta al lunedì successivo. Al momento stesso della richiesta e dell’avvenuto pagamento, invieremo subito il tracking per seguirne il percorso.
Non facciamo contrassegno, sia per evitare ulteriori perdite di tempo per le spedizioni, sia per l’incasso,inoltre,sarebbe un costo in più per chi decide di acquistare,pertanto, unitariamente abbiamo scelto altre soluzioni che indicheremo al momento della richiesta e dell’invio del recapito di spedizione. Le spedizioni saranno effetuate con posta1,piego di libro raccomandato,pacco ordinario. Chi acquisterà i pacchetti e preferisse la spedizione con il corriere, si farà carico dei costi sopra specificati.

Il nostro catalogo dei libri disponibili

Per ulteriori domande, info, e contributi, contattare: cassaantirepressione1@gmail.com

 

Cassa Anti-repressione

 

 

 

-VENEZIA- Testo sullo sgombero di un anno fa dell’ospizio occupato

Riceviamo e pubblichiamo:

A fondi

Rialto, passare il ponte di giorno è un’ardua sfida: bisogna lanciarsi in uno slalom tra macchine fotografiche, bandierine, ombrellini, panini e pizze surgelati.
Quindi ti lanci a capofitto tra la folla inebetita, fra sguardi persi nel vuoto alla ricerca di una boutique di souvenir e guide turistiche che come pastori contano le proprie pecore per evitare di perderne qualcuna durante il tragitto.
Sudato ed innervosito riesci a superare l’ostacolo, ma vieni ben presto accerchiato da una schiera di mercanti intenti a venderti qualsiasi cosa senza scrupoli.
La città è stata da tempo venduta al migliore offerente, il turismo di massa.
In mezzo a quella moltitudine di zombies ogni tanto scorgi uno sguardo empatico, una comparsa come te del grande parco a tema : Veniceland.

Stanco decidi quindi di cambiare strada, la tua meta è ancora lontana e dunque scegli di passare via mare, o per esser precisi, via laguna.
Dal canal grande emergono vecchi palazzi nobiliari con i loro marmi e capitelli, pesanti e ricurvi come le schiene degli schiavi che li hanno costruiti.
Il palazzo del comune si trova giusto li sulla destra, sventolano le bandiere della città, sembrano fatte di gesso, in posa per un bello scatto da prima pagina per il prossimo scandalo di corruzione.
Che poi chiamarlo scandalo fa sorridere, non capisci perché scandalizzarsi se il potere è corrotto, come se non fosse cosa data, l’uno la conseguenza dell’altra.

Storci il naso per la puzza di marcio proveniente da quelle acque grigie, dove non esiste più vita, un misto di liquami e residui chimici.
Riecco sulla destra quella massa, quello sciame di mosche pronte a comprare la merda venduta per oro.
Rimani accecato dai vari flash delle migliaia di selfies e ti chiedi in quante di quelle fotografie si vedrà la tua faccia schifata e disillusa.

“Posto ergo sum”

***

“Sono stato a Venezia, guarda! Vedi io sono ancora vivo, faccio il turista ora.”

***

Un’architettura squadrata e fredda, la stazione figlia del ventennio, incombe sul canale, dalla stessa escono migliaia di persone con occhi stupiti e meravigliati dal panorama suggestivo.
Nemmeno il tempo per orientarsi e…click…foto dopo foto, troppo pigri per annotare nella propria memoria ciò che si è appena visto, meglio registrare il tutto su una memoria esterna.
Prosegui dritto sempre più sudato e nervoso, il panorama non migliora: militari e blocchi di cemento.
“Grazie ragazzi, mi senti più sicuro ora!”
Come in un campo minato ti concentri per uscirne il prima possibile e senza danni, tra sbirri e tribunale il terreno in cui ti trovi è ostile e ciò che ti circonda ti da un senso di morte.
Il piazzale di cemento qui non stona, la sensazione di estraneità che ti può dare il vedere un albero solitario nel mezzo della metropoli, non è presente, al contrario ti sembra tutto ben inserito nel proprio contesto.
D’altronde cemento e repressione sono un connubio stabile ed efficiente.

Sei quasi arrivato, coraggio, ancora qualche ostacolo e ci sei.
A passo svelto, attraversi, di calle in calle, la cittadella della giustizia, dove non può ovviamente mancare il carcere.
Oltre il muro di cinta, addobbato con telecamere e filo spinato, le finestre del corridoio del blocco 2.
Le stesse finestre dalle quali per mesi voci di rivolta e cori di libertà si diffondevano forti e chiari per le calli, per ricordarti ancora una volta della necessità di distruggere quel luogo di oppressione e morte.

Un caldo giorno di luglio quelle finestre vengono spalancate, liberate da un lucchetto per riuscire a rubare qualche boccata d’aria e qualche parola con i passanti.
Rompere le catene dell’isolamento, a volte solo un semplice lucchetto.
Ti sembra così strano poter comunicare con i dannati della terra, di poter vedere quella realtà così vicina, infatti il potere cerca sempre di più di tener lontano dalla vista i suoi luoghi di tortura. Come se la quotidianità non bastasse a ricordarti che il carcere non è solo li dentro.

Attraversi il ponte ed arrivi a Santa Marta, quartiere alle porte della città assediato dal porto con le sue navi mortifere.
Dal ponte di legno che sta alla tua destra un’altra massa avanza, un plotone di studenti appena usciti da un corso di architettura e design.
Ecco i futuri tecnici del controllo e sicurezza con i loro progetti di Smart city a misura di cittadino eco friendly, sbirro friendly, capitalismo friendly.
Tra loro gli ultimi marziani del ghetto, che con aria rassegnata assistono alla trasformazione di una zona un tempo popolare ed ora sempre più gentrificata a misura di studente.
Poco più lontano scorgi delle gru impegnate a costruire ciò che segnerà definitivamente il cambiamento morfologico e umano di Santa Marta.
Sì, poiché tra pochi mesi il campus studentesco con 600 posti letto sarà aperto. Con lui nuovi bar, ristoranti, airbnb e appartamenti strappati all’edilizia popolare per esser assegnati a studenti a cifre degne delle ricche capitali d’Europa come Parigi e Londra.

Una volta attraversato il ponte sulla sinistra vedi qualche sbirro posto a guardia di un vecchio ospizio del 1500, ora le sue porte e finestre sono murate. Fino a pochi giorni fa era un luogo aperto, dove la vita e la socialità volevano essere qualcosa di diverso ed estraneo alle dinamiche della proprietà privata e del consumismo dei locali notturni.
Ben consapevoli che nulla è dato e che certe dinamiche sono dure a morire in noi.
Ricordi che in quel vecchio palazzo c’era un’occupazione, iniziata circa 6 anni prima per strappare un edificio all’ennesima speculazione edilizia, che lo voleva far diventare un albergo, con in mente l’idea di creare un luogo ostile a questo mondo.
Un luogo dove la critica fosse radicale e il compromesso non trovasse spazio.
Tentativo sicuramente non facile sia a causa delle dinamiche di potere che si innescano anche in spazi così detti di autogestione, ma anche a causa di una città pacificata dalla repressione, essa sia dello stato o delle sue marionette.

Nonostante per un occhio sovversivo le calli e campielli possano sembrare uno scenario ideale per infuocare la notte, il conflitto e la rivolta sono represse e controllate dai suoi cittadini.
Da una parte il potere poliziesco e giudiziario dall’altra il populismo di sinistra dei movimenti e dei centri sociali, veri e propri pacificatori sociali. Ma fin qui nulla di nuovo.
Uno spazio invece refrattario al compromesso e alla delega offre la possibilità di guardare oltre, di intrecciare relazioni ed affinità sovversive, con la volontà di non essere più spettatori del teatrino mediatico della politica.
Teatro in cui il conflitto si svolge come una sterile performance, una finzione creata ad hoc per darti il senso di far parte di un finto cambiamento, il vecchio cambiare tutto per non cambiare niente.

Con tutti questi pensieri per la testa ti siedi davanti a quel palazzo a guardare l’acqua che lenta scorre in quello stretto canale.
Ed è proprio allora che ti rincuori e ricordi che forse una soluzione c’è…l’acqua.
Strano vero?!? L’acqua, la stessa che spegne il fuoco.
Dicono che tra 30 anni Venezia sarà sommersa dalle acque: palazzi nobiliari, ponti, chiese, supermercati, questure, prigioni e tribunali, tutto sommerso!
Catastrofe? Si, ebbene sia. Poiché la catastrofe la viviamo ogni giorno in cui tutto accade.

 

 

 

IL PRIMO MAGGIO NON C’E’ PROPRIO NIENTE DA FESTEGGIARE!

Da Carrara

 

Non è proprio possibile parlare di festa del Primo Maggio. Il primo pensiero degli anarchici è infatti rivolto ai martiri di Chicago dove nel 1886 7 anarchici vennero ingiustamente condannati e successivamente impiccati con l’accusa di aver fatto scoppiare un ordigno durante un comizio di lavoratori. E’ trascorso oltre un secolo e da allora le cose non sono poi cambiate di molto, la repressione e il controllo si sono ancor più inaspriti facilitati dalle nuove tecnologie su chi lotta contro le ingiustizie sociali. Un pensiero particolare è rivolto a tutte le vittime strappate alla vita dalla violenza capitalista per sbarcare il lunario,morti inutili stritolate dall’ingranaggio del capitale.

Le devastanti politiche dei governi passati e non da ultime dell’attuale governo stanno sferrando colpi micidiali su chi tenta con unghie e denti di difendere la propria esistenza e i propri diritti di uman* In men che non si dica ci si può vedere tagliati i servizi primari come luce gas ed altre utenze vitali.Questo significa lasciare interi nuclei familiari con molti bambini abbandonati alle proprie esistenze negando loro un tetto ed ogni dignità di vita. Lo sfruttamento umano è la logica del profitto,tutti contro tutti, è stata creata una vera guerra tra poveri,giorno dopo giorno le nostre vite sono continuamente messe a rischio annullandole come biglietti da obliterare. Nessuno è escluso da questo gioco al massacro, anche chi solo fino a poco tempo fa si sentiva al sicuro delle proprie condizioni economiche e sociali oggi non lo è più tartassato vessato e derubato dal potere delle lobby bancarie. Ormai vivere è un lusso,ogni diritto viene negato,è doveroso prendere atto della situazione e lottare contro chi affama e sfrutta prendendo per la gola col ricatto salariale,il tutto nel nome di una democrazia legittimata col consenso del voto,quella democrazia con la quale i politici sanno solo riempirsi le bocche la quale consente solo di dissentire sulla carta ma poi è subito pronta a brandire il bastone non appena si scende in piazza per rivendicare i propri diritti di umani. La parola d’ordine per il governo è tagliare e reprimere,si taglia sulla sanità,si taglia sul sociale,vengono tagliate le pensioni e i posti di lavoro,ma, al contempo si trovano soldi per costruire opere inutili probabilmente per giustificare e riciclare soldi provenienti da chissà dove, ma non solo,si salvano le banche con i nostri stessi soldi. Anche la sanità sta diventando un lusso, curarsi è impossibile,un piano prestabilito e ben congegnato che volge alla privatizzazione, in altri termini quella ché è una necessità primaria che dovrebbe essere garantita ad ogni essere umano è in realtà riservata solo a pochi privilegiati. Non esistono governi buoni,non ce ne sono mai stati e mai ce ne saranno..Abbiamo tutt* quant* il dovere di ribellarci a questa situazione drastica e di porre fine a questa barbarie riappropriandoci di ogni diritto umano per la costruzione di un mondo nuovo senza sfruttatori e sfruttati contro chi parla di pace e al contempo promuove e finanzia guerre in nome della legge e della democrazia rifiutando la chiamata alle urne che da oltre 70 anni non fa altro che rinnovare gli sfruttatori di turno che si avvicendano al potere. Questo Primo Maggio invitiamo tutt* alla partecipazione e ad una seria riflessione affinché i termini pace amore e libertà possano quanto prima concretizzarsi e poter trovare i loro giusti significati e la loro giusta applicazione.

“Se mille uomini non pagassero le tasse quest’anno, ciò non sarebbe una misura tanto violenta e sanguinaria quanto pagarle e permettere allo Stato di commettere violenza e di versare sangue innocente. Questa è, di fatto, la definizione di una rivoluzione pacifica.”

(Henry David Thoreau)

Alcune riflessioni del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa sull’emergenza sanitaria

Riceviamo e  pubblichiamo il testo del Collettivo Artaud di Pisa e la traduzione in spagnolo di un compagno

 

ALCUNE RIFLESSIONI SULL’EMERGENZA

Stiamo vivendo un momento molto difficile e drammatico per la nostra società. Se da una parte si assiste ad un progressivo aumento del malessere individuale e di conseguenza del numero di persone che stanno vivendo con difficoltà la solitudine a cui sono costrette, dall’altra c’è il rischio di un aumento dei contrasti interpersonali e della conflittualità familiare dovuti alla convivenza forzata. Le donne che subiscono violenza domestica si vedono obbligate a coabitare con i loro aggressori, aumentano i casi di persone giovani costrette, date le difficoltà di sostenere un canone d’affitto, a tornare a vivere con la famiglia d’origine, portando così a una rinnovata centralità il modello di famiglia patriarcale. Anche i bambini e gli adolescenti, privati della libertà di socializzare, giocare e interagire, si trovano a vivere una situazione particolarmente difficile.

Come collettivo antipsichiatrico siamo preoccupati per l’aumento dei suicidi, per il frequente ricorso al TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), per il possibile aumento del consumo di psicofarmaci e della contenzione fisica all’interno dei reparti psichiatrici di diagnosi e cura. Denunciamo l’utilizzo del taser per sedare le persone in difficoltà, come è avvenuto qualche settimana fa all’interno di un ufficio postale di Torino dove un uomo è stato stordito dai carabinieri e lasciato a terra in attesa dell’arrivo dell’ambulanza, a causa di un diverbio scoppiato con le altre persone presenti nell’ufficio postale poiché privo di mascherina.

Preoccupante anche la situazione negli Istituti di pena già in stato di sovraffollamento cronico. Mai come ora si rende evidente la necessità del superamento del carcere con modelli di pena alternativi. Improrogabile un’amnistia generale, la liberazione dei detenuti per le lotte sociali, dei tossicodipendenti, dei sofferenti di presunte patologie psichiatriche e in generale di tutti coloro che scontano pene per reati connessi alle fallimentari leggi proibizioniste sulle droghe.

La crisi economica e sociale che stavamo vivendo, prima dell’inizio della pandemia, rischia di amplificarsi e travolgere la maggior parte della popolazione. In Italia il Covid-19 ha accelerato un processo in corso da anni, volto a demolire il Servizio Sanitario Nazionale a beneficio delle sempre più numerose cliniche private, mediante politiche bipartisan di tagli, aziendalizzazione e privatizzazione; è difficile pensare a una reale tutela della salute quando la priorità da parte delle Asl e delle aziende ospedaliere è quella di rispettare i bilanci.

Da subito il Covid-19 ha mostrato di “essere un virus per ricchi” e sempre più persone iniziano a capire che non siamo tutti sulla stessa barca. Un prezzo altissimo lo sta già pagando chi non ha una casa o è costretto a condividerla con altri in spazi inadeguati; chi è obbligato a svolgere il proprio lavoro senza i mezzi di sicurezza idonei, chi l’ha perso o chi è impossibilitato a portarlo avanti poiché in nero. C’è poi chi non può beneficiare dello smart working e della teledidattica perché non possiede un computer in casa e una connessione internet affidabile. Ma come fa chi non ha documenti, chi è senza casa, chi non ha accesso ai servizi sanitari, all’ammortizzatori sociali? Le persone che si trovano in strada per necessità rischiano un ulteriore inasprimento della loro situazione, dal punto di vista giudiziario e sanitario. Ci chiediamo che ripercussioni avrà questo stato di emergenza su chi vive già in una condizione di isolamento ed esclusione?

Mentre assistiamo al martellante appello all’unità nazionale, milioni di persone si trovano ancora costrette ad andare al lavoro, il più delle volte su mezzi pubblici sovraffollati, senza protezioni di alcun tipo e soprattutto in settori assolutamente non essenziali come quello della produzione di armi o di beni lusso. È molto probabile che chi ci governa tenterà di far pagare i costi di questa emergenza alle lavoratrici, ai lavoratori e ai soggetti più fragili; non c’è alcuna volontà di aggredire i grandi patrimoni privati attuando meccanismi di redistribuzione della ricchezza. Le emergenze sociali e sanitarie chiedono un cambiamento nella distribuzione delle risorse collettive che invece, negli ultimi decenni, sono state dirottate senza sosta dal pubblico al privato, con il plauso di industriali e banchieri.

Solo in questi ultimi giorni ci stiamo rendendo conto di come molti contagi siano avvenuti all’interno di Fondazioni e Istituzioni private, nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistite) e nelle residenze psichiatriche senza che siano state prese misure di sicurezza adeguate. All’interno di queste strutture un’umanità indifesa soggiace spesso silenziosamente all’abuso sociale di chi l’ha dichiarata ormai improduttiva e quindi sacrificabile. I responsabili delle strutture, quando si sono manifestati nuovi casi, hanno deciso di trincerarsi dentro e di chiudere ogni contatto con l’esterno, pur non avendo i mezzi per contrastare la diffusione del virus (nella regione Lombardia, secondo la delibera emessa, chi è anziano, poiché troppo a rischio, non dovrebbe essere curato in terapia intensiva quindi le responsabilità sono a livello regionale). Il risultato in molte zone è la diffusione massiccia dell’epidemia e a farne le spese sono in primo luogo gli anziani over 80, gli intrasportabili e lo stesso personale sanitario che lavora a rischio della propria vita. In una struttura psichiatrica in provincia di Genova gli effetti causati dall’epidemia di Coronavirus sono stati drammatici: su 40 ospiti 38 sono risultati positivi al tampone e la malattia ha fatto registrare per il momento tre morti. A Milano nella RSA della Baggina ci sono stati 200 decessi, in provincia di Brescia in una struttura per donne ex-psichiatrizzate le perdite di vite umane sono state 22. Tra le altre regioni la Toscana non è da meno: su 320 RSA di cui 56 commissariate e affidate a gestione Asl ci sono stati circa 170 decessi. Una riflessione sullo Stato garante è dovuta: il governo a inizio marzo aveva dichiarato che la situazione era sotto controllo ma è stato subito smentito dai fatti. I tamponi per il personale sanitario sono arrivati in ritardo e le mascherine si stanno diffondendo alla spicciolata a due mesi distanza dall’emergenza mentre i governatori giocano al palleggio delle proprie responsabilità, nelle zone “sospese” come la Valseriana, intanto si sono sacrificati gli anziani e i soggetti più vulnerabili. Vedremo che cosa ci prospetterà la cosiddetta fase 2.

Come non pensare anche ai morti nelle Rems e nelle carceri a causa del Covid19? Una situazione come quella attuale dimostra che il superamento delle istituzioni totali debba essere fra gli obiettivi delle nostre lotte. I pazienti psichiatrici affetti da Covid 19 sono doppiamente a rischio: secondo la testimonianza di un medico in Lombardia gli psicofarmaci interferiscono con le cure ponendo un problema immediato di dosaggio, che a sua volta provoca uno stato depressivo facilitando l’azione del virus o uno stato euforico in cui il paziente spesso si strappa la mascherina d’ossigeno a rischio della vita. In pratica questi medici che non sono psichiatri ma internisti o virologi si trovano a modulare una terapia su dei pazienti di cui ignorano completamente la storia clinica.

Da settimane i media continuano a descrivere questa realtà come uno stato di guerra, in cui i nostri ospedali sono le odierne trincee, in una narrazione dei fatti tesa ad alimentare quella paura ed insicurezza collettiva sulla quale si legittimano e trovano consenso tutte le scelte della gestione securitaria cui stiamo assistendo. L’utilizzo sempre più generalizzato dei social e delle tecnologie digitali ispira nuovi paradigmi della sorveglianza e riconfigura l’organizzazione del lavoro; certo i social network facilitano i contatti interpersonali ma non sostituiranno mai il bisogno di relazioni sociali non mediate intrinseco alla nostra specie; c’è il rischio piuttosto che le nuove tecnologie finiscono per stravolgere e inaridire ulteriormente i rapporti sociali già parecchio sfilacciati da modelli economici, politici e culturali che ci vengono presentati come ineluttabili. La retorica che ci presenta il nuovo paradigma digitale è del tutto subordinata a logiche di controllo totale e iper sfruttamento. Non dimentichiamo inoltre che ogni singola connessione non fa che arricchire le multinazionali dei Big Data oltre a riempirne gli archivi con i nostri dati personali che consentiranno profilazioni sempre più raffinate.

Fondamentalmente la costruzione mediatica di una contrapposizione tra la libertà individuale e la salute pubblica è stata coltivata ad arte dai mezzi di comunicazione. Si è scelto di criminalizzare i comportamenti individuali e farli diventare un vero e proprio capro espiatorio per nascondere gli interessi degli industriali, che chiedevano e chiedono a gran voce di continuare la produzione nonostante gli evidenti rischi di nuovi contagi e focolai. Nel contempo il cittadino diventa complice e, sentendosi investito del ruolo di sceriffo, finisce per denunciare chi, a parer suo, non rispetta le norme.

È evidente che i dispositivi di protezione individuale e il mantenimento della distanza di sicurezza siano utili per contenere il contagio, ma il rischio è di finire in una spirale di controllo sociale repressivo e permanente. Se da un lato il senso di responsabilità ci impone di rispettare le misure di distanziamento sociale per arginare il contagio e preservare la salute collettiva, dall’altra non possiamo non rivendicare come tale scelta, apparentemente convergente con le restrizioni imposte dai decreti, sia mossa da ragioni ben diverse da quelle del Governo. Oltre allo smantellamento del sistema sanitario ad opera dei governi degli ultimi anni non va dimenticato come i nuovi dispositivi di controllo della popolazione (repressione del dissenso e delle condotte devianti, tracciamento degli spostamenti, militarizzazione delle strade, negazione del diritto di sciopero ecc …) cui è ricorso lo Stato in questo periodo in nome della salute pubblica, molto probabilmente resteranno anche a emergenza finita e andranno ad arricchire quell’armamentario di decreti sicurezza e legislazione di emergenza che già oggi limita le nostre libertà individuali e collettive. Ci sarà da comprendere, vigilare e forse difendersi da un futuro “Stato Dottore” che sarà sempre più legittimato a controllarci e medicalizzarci in nome di una salute pubblica sempre più lontana dai bisogni di tutti.

L’attuale pandemia dice con chiarezza che bisogna spostare lo sguardo dal profitto economico ai reali bisogni della umanità e del pianeta, perché in certe situazioni o ci si salva tutti, e insieme, o non si salva nessuno.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org

 
Testo tradotto in spagnolo

REFLEXIONES SOBRE LA EMERGENCIA

Estamos viviendo un momento muy difícil como dramático para nuestra sociedad. Si por un lado asistimos a un aumento progresivo del malestar individual, y de consecuencia del número de personas que estamos viviendo con dificultades la soledad a la cual nos obligan, por otro está el riesgo de un aumento de los conflictos interpersonales como de la conflictividad familiar debidos a la forzada convivencia.

Las mujeres que sufren de violencia doméstica se encontran obligadas a cohabitar con sus agresores; y se incrementan los casos de jovenes que, debido a las dificultades con sustentar un alquiler, se vean obligadas a volver a vivir con sus familias de origen así llevando una renovada centralidad del modelo de familia patriarcal. Los niños y los adolescentes también ellos privados de su libertad de socializar, jugar e interaccionar, se encontran con vivir situaciones particularmente dificiles.

En cuanto colectivo antipsiquiátrico somos preocupadas por el aumento de los suicidios, por el frecuente uso del TSO (Tratamiento Sanitario
Obligatorio), por el posible aumento del consumo de psicofármacos y de la contención física en las unidades diagnósticas y de cura psiquiátricas.

Denunciamos el uso del taser para apaciguar quienes están en dificultad.  Así como sucedió desde hace unas semanas dentro de un correos en Turín en que, a causa de un altercado explotado entre un hombre y los demás presentes por que él no llevaba su mascarilla, ese hombre fue aturdido por los carabinieri, y dejado al suelo en espera que llegase la ambulancia.

Además preocupante es la situación en los institutos penales que ya se quedan en repleto crónico. Ahora más que nunca se pone evidente la necesidad de la superación de la carcel a través de modelos alternativos de pena.
Una amnistía general es improrrogable, tan como la liberación de los detenidos por sus luchas sociales, de los drogadictos, de los presuntamente enfermos de patologías psiquiátricas, y en general de todos quienes expian penas por crimenes relacionados a las desastrosas leyes de prohibición de drogas.

La crisis económica y social que ya estábamos sufriendo anteriormente al inicio de esa pandemia, ahora arriesgamos que se amplifique y arrolles la gran mayoría de la población. En Italia el Covid-19 ha apresurado un proceso de años dirigido hacia la demolición del Servizio Sanitario Nazionale (Servicio Nacional de Salud) en beneficio de las cada vez más numerosas clínicas privadas,y por medio de políticas bipartidarias fundadas sobre recortes, empresarización y privatización: es difícil ocuparse de una verdadera tutela de la salud cuando para las ASL (centros territoriales del sistema nacional italiano) y las empresas hospitalarias la prioridad sea la de atender a sus balances.

Desde su principio el Covid-19 se nos mostró como “un virus para los ricos”, y cada vez más personas empiezan a enteder que ni siquiera todos estamos en el mismo barco. Un elevadísimo precio ya se lo están pagando quienes no tienen una casa o están obligados a compartirsela con otras en espacios inapropiados; quienes están obligados a realizar su propio trabajo sin llevarse los dispositivos de protección idóneos; quienes se han perdido sus empleos o quienes se encotran imposibilitados con hacerlo por que se lo llevan en negro. Además hay quienes no pueden beneficiarse del trabajo inteligente y del aprendizaje en línea por que no poseen un ordenador en sus hogares y una conexión internet fiable.
¿Pues, cómo lo consiguen los sin papel, sin hogar, sin acceso a la salud y amortiguadores sociales? Quienes que por necesidad viven en la calle corren el riesgo de un sucesivo agravamiento de su situación, tan desde el punto de vista judicial como de lo sanitario. Nos preguntamos ¿Ese estado de emergencia qué tipo de repercusiones provocará a quienes ya viven en una condición de aislamiento y exclusión?

Mientras tanto que asistimos al martilleante llamamiento a la unidad nacional, milliones de personas todavía se ven obligadas por su gran mayoría viajando en medios de transporte públicos repletos y sin protecciones de algun tipo, con ir a trabajar especialmente en sectores no esenciales en absoluto como lo de la industria armamentística o bienes de lujo.
Queda muy probable que los que nos gobiernan lograrán con atribuir los precios de esta emergencia a las trabajadoras, a los trabajadores y a los sujetos más frágiles; queda claro que no existe alguna voluntad de atacar los grandes patrimonios privadosllevando a cabo mecanismos de redistribución de las riquezas. Las emergencias sociales y sanitarias requieren un cambio en la distribución de los recursos colectivos los que, en cambio, durante las útimas décadas fueron dirigidos sin paro desde el público hacia lo privado con la aprobación de las industrias y bancos.

Sólo en los más recientes días nos dimos cuenta de como muchos contagios ocurrieron en lo interior de Fundaciones e Instituciones privadas,
en las RSA (Residenze Sanitarie Assistite; Residencias de Personas Mayores) y en las residencias psiquiátricassin que se tomasen adecuadas medidas de protección.
Dentro de esas instalaciones toda una indefensa humanidad a menudo y silenciosamente sucumbe a los abusos sociales por quienes ya les declararon como improductivos, y por lo tanto sacrificables. Con el manifestarse de nuevos casos, sus responsables decidieron de atrincherarse adentro y de cerrar cada tipo de contacto con el exterior, a pesar de que no tenían ni medios para contrastar la difusión del virus (según la deliberación emetida en Lombardía los mayores, ya que muy en riesgo, no deberían ser atendidos con cuidados intensivos; y de esto resulta que se hayan responsabilidades a nivel institucional regional).

Resulta que en varias zonas hay una masiva difusión de la epidemia, y en primer lugar sufren las consecuencias de eso los mayores de 80, los intrasportables y los mismos trabajadores sanitarios que ponen en riesgo su propia vida.
En una instalación psiquiátrica de la provincia de Génova los efectos debidos a la epidemia fueron dramáticos: de 40 húespedes 38 resultaron positivos a los  tapones, y de momento el contagio hizo registrar tres muertos.

En Milán dentro de la RSA de la Baggina se hubieron 200 muertos, y en la provincia de Brescia dentro de una instalación para mujeres expsiquiatrizadas los fallecimientos de vidas humanas fueron 22. Entre todas regiones, la Toscana no es menos que las demás: de 320 RSA,  56 de las cuales auditadas y encargadas a la gestión de las ASL, se hubieron aproximadamente 170 muertos. Se necesita una reflexión sobre el Estado garante: el gobierno al principio de marzo se pronunció declarando que la situación estaba bajo su control, pero los acontecimientos les desmentieron de inmediato. Los tapones para el personal sanitario llegaron con retraso, y dos meses después del inicio de la emergencia las mascarillas se les están entregando poco a poco.Mientras tanto que los presidentes regionales se pelotean sus propias responsabilidades en las regiones “suspendidas” como la Valseriana (provincia de Bergamo, Lombardía) se sacrificaron los mayores y los sujetos más vulnerables. Vamos a ver lo que nos planteará la así llamada Fase 2.

¿Cómo podemos tampoco pensar en los muertos en las Rems (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza; Instalación Psiquiátrica Penitenciaria)y en las carceles a causa del
Covid19? Una situación parecida a la actual nos demostra que la superación de las instituciones totales debería estar entre los objetivos de nuestras luchas. Los pacientes psiquiátricos afectados por el Covid 19 están doblemente a riesgo: según el testimonio de un médico que ejerce en Lombardía los psicofármacos interfieren con los tratamientos planteando un subitáneo problema de su dosificación, la cual a su vez causa un estado depresivo facilitando la acción del virus o un estado eufórico durante el cual los pacientes a menudo se arrancaron las mascarillas de oxígeno y así arriesgando su propia vida.De hecho, esos médicos, que no son psiquiatras sino internistas o virólogos, se encuentran con la modulación de una terapia para pacientes de los que ignoran completamente sus historias clínicas.

Desde hace unas semanas, los medios de información siguen describiendo esa realidad como un estado de guerra en el que nuestros hospitales representan las trincheras de hoy, y con una narración de los acontecimientos tendente a alimentar aquellos miedos e incertidumbres colectivas sobre las cuales se legitiman y encontran consenso todas las opciones de la gestión seguridaria de la que somos testigos.
El uso cada vez más generalizado de las redes sociales y de las tecnologías digitales comporta nuevos paradigmas de la vigilancia reconfigurando la organización del trabajo. Por supuesto las redes sociales facilitan los contactos interpersonales, pero nunca podrían reemplazar la necesidad de relaciones sociales sin mediaciones tan intrínsecas a la especie humana; más bien se queda el riesgo que las nuevas tecnologías acaben aún más estremeciendo y arideciendo nuestras relaciones socialesya bastante inconexas por modelos económico, políticos y culturales que se nos representan como ineluctables. La retórica del nuevo paradigma digital está del todo subordinada a lógicas de control total e hiperexplotación. Además no olvidemos que cada conexión no hace más que enriquecer las multinacionales de Big Data incluso rellenandoles sus archivos con nuestros datos personales permitiendoles perfilaciones cada vez más refinadas.

La construcción mediática de contraposición entre las libertades individuales y la salud pública fundamentalmente ha sido cultivada con arte por los medios de comunicaciones eligiendo de criminalizar los comportamientos individuales y convertiendolos en verdaderos chivos expiatorios para esconder los intereses de los industriales que pedían, y siguen haciendolo a gritos, de seguir produciendo a pesar del evidente riesgo de ulteriores focos y mismos contagios. Mientras tanto, los ciudadanos nos mudamos en complices, e investidos del rol de jerifes acabamos con denunciar los que aparentemente no se conforman a la ley.

Queda claro que los dispositivos de protección personal y el respeto de la distancia de seguridad resulten utiles para la contención del contagio, si bien nos arriesgamos de acabar en una espiral basada sobre un control social represivo tal y como permanente. Si por un lado nuestro sentido de responsabilidad nos impone de respetar las medidas de separación social para que se arginara el contagio y se preserve la salud colectiva, de otro no podemos dejar de reivindicar que una parecida opción, en aparencia convergente con las restricciones impuestas por los decretos,  se proceda de razones muy diferentes de las del gobierno. Además del desmantelamiento del sistema sanitario por obra de los gobiernos en los más recientes años, no tenemos que olvidar como los nuevos mecanismos de control de la población – tal y como la represión del disenso y de las conductas desviadas, el trazado de displazamientos, la militarización de las calles, la negación del derecho a lahuelga, etc… – a los cuales durante este periodo el Estado recurrió en nombre de la salud pública, muy probablemente permanecerán incluso con la fin de la emergencia, pasando a enriquecer aquellas herramientas de decretos de seguridad y leyes de emergencia las que, ya hoy en día, limitan nuestras libertades individuales y colectivas. Tendremos que entender, vigilar, y quizás defendernos de un próximo “Estado Médico” lo que será cada vez más legitimado en controlar y curarnos en el nombre de una salud pública aún más lejanade las necesidades de nosostros todos.

La actual pandemia nos dice que tenemos que cambiar nuestra mirada desde las ganancias económicas hacia las verdaderasnecesidades de la humanidad y del mismo planeta, ya que en ciertos momentos o nos salvamos todos, y conjuntamente, o nadie lo conseguirá.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud 

traducido por francesco_giannatiempo

Tra un ospedale e un carro armato nessun dubbio per lo stato

Destinare anche solo le spese per mantenere fermi i caccia f35, darebbe ossigeno e pane alle nostre genti. Ma uno Stato, in quanto tale, non può privarsi della sua stessa indole, del suo io più profondo, della sua essenza. Lo Stato è guerra, è violenza, non è un’associazione di beneficenza, accorti? Tra un ospedale e un carro armato, lo Stato sceglie il carro armato, e senza indugio alcuno! Non è roba di questi giorni, lo Stato è questo da quando è stato inventato. Se io voglio trovare un sistema diabolico per sfruttare e incattivire interi popoli, e farli scannare tra di loro, devo usare lo Stato, non c’è altro mezzo! Ma lo Stato è una religione, diceva Malatesta, e vale solo se uno ci crede. E per credere in un simile Leviatano, fino ad immolarsi per esso, occorre proprio un buon indottrinamento obbligatorio e di massa. Non c’è altra via. Inutile adesso sperare che il governo tagli un po’ di spese militari per destinarli alla sanità, ricordiamo che questo governo già a gennaio sapeva dell’infezione e aveva dichiarato, senza dirlo a nessuno, lo stato d’emergenza fino a luglio, e nel frattempo ci invitava a socializzare. Se avete difficoltà a respirare, se non vi fanno il tampone, se in ospedale non trovate respiratori, sapete con chi prendervela: con la vostra religione e i vostri sacerdoti in parlamento!

 #popoloistruito  #controcultura

 
Paolo SchicchiTra un ospedale e un carro armato nessun dubbio per lo stato