Tra un ospedale e un carro armato nessun dubbio per lo stato

Destinare anche solo le spese per mantenere fermi i caccia f35, darebbe ossigeno e pane alle nostre genti. Ma uno Stato, in quanto tale, non può privarsi della sua stessa indole, del suo io più profondo, della sua essenza. Lo Stato è guerra, è violenza, non è un’associazione di beneficenza, accorti? Tra un ospedale e un carro armato, lo Stato sceglie il carro armato, e senza indugio alcuno! Non è roba di questi giorni, lo Stato è questo da quando è stato inventato. Se io voglio trovare un sistema diabolico per sfruttare e incattivire interi popoli, e farli scannare tra di loro, devo usare lo Stato, non c’è altro mezzo! Ma lo Stato è una religione, diceva Malatesta, e vale solo se uno ci crede. E per credere in un simile Leviatano, fino ad immolarsi per esso, occorre proprio un buon indottrinamento obbligatorio e di massa. Non c’è altra via. Inutile adesso sperare che il governo tagli un po’ di spese militari per destinarli alla sanità, ricordiamo che questo governo già a gennaio sapeva dell’infezione e aveva dichiarato, senza dirlo a nessuno, lo stato d’emergenza fino a luglio, e nel frattempo ci invitava a socializzare. Se avete difficoltà a respirare, se non vi fanno il tampone, se in ospedale non trovate respiratori, sapete con chi prendervela: con la vostra religione e i vostri sacerdoti in parlamento!

 #popoloistruito  #controcultura

 
Paolo SchicchiTra un ospedale e un carro armato nessun dubbio per lo stato

Lascia fuori lo sbirro che é in te

Non è necessario indossare un’uniforme per essere uno sbirro, un servo dello stato, e neanche portare armi addosso come fossero appendici per frustrati autoritari. Direi anzi che gli sbirri con divise e pistole sono meno pericolosi proprio perché riconoscibili in quanto tali. Ma quando tutta la società viene modellata sul servilismo, sulla gerarchia e la competizione feroce, ovvero sull’autoritarismo, allora si è certi che lo sbirro è anche il tuo vicino di casa che ti controlla, o la massaia al mercato che indica il ladro di mele all’autorità, o il genitore che ordina e punisce, o l’impiegato arrogante che ti chiude lo sportello in faccia, o la maestra che addestra all’obbedienza e all’adattamento borghese, o il prete che predica la rassegnazione, l’inazione e la vana speranza, o il ragazzo ‘per bene’ che insulta l’immigrato, o la segretaria che fa la spia con la miserevole speranza di ottenere un sorriso dal capo… Lo sbirro sei tu.
Quando tutta la società si fonda sulla gerarchia e sui ruoli, sul mito assurdo della legalità, tutti sono degli sbirri, spesso inconsapevoli di esserlo. Li vedo tutti orribilmente adattati, leccaculo e asserviti, inneggianti alla legge, proprio come dei soldatini allineati e pronti a ricevere ordini e ad eseguirli, con la smania patologica di farlo bene. Lo ‘sbirro dentro’ è ovunque, e ha la particolarità di denunciare e criticare sempre le azioni e i pensieri di chi è altrettanto sfruttato, e di difendere invece chi sta più in alto di lui, sognando una ricompensa come fa ogni cane dopo un ordine eseguito bene. Dove volete che conduca questa cultura militare e fascista? Non vediamo i risultati ottenuti e che peggiorano sempre di più? Se esiste un’illusione perenne in questa società, è quella di credere che ci si possa emancipare attraverso il mantenimento di questa cultura ‘adattante’, che è una cultura che la scuola innesta nelle innocenti coscienze e mantiene abilmente in vita attraverso la manipolazione dei bambini. La scuola, cioè la fabbrica della massa servile, è sempre attiva, perché senza servi non potrebbero mai esistere padroni e ingiustizie.Lo sbirro dentro

Sole e Baleno a Fontamara

Riceviamo dall’autore Francesco Sani in data 13/7/2019 e pubblichiamo

Torino dormiva ancora, era sabato. Piazza Vittorio Veneto si allargava e le sue linee si definivano. La luce del mattino sembrava venire dal basso e non dal cielo. Un pensionato, lo chiameremo Camillo, nome caro a Torino, entra in un bar e ordina la colazione. Si siede a leggere La Stampa.
Era il 7 Marzo 1998 e il titolo principale se lo prendeva il battibecco tra D’Alema e Berlusconi sulla bicamerale. In fondo, a pagina trentasei, la notizia di tre terroristi arrestati in un blitz a Collegno e la parola squatter, che Camillo impara quel giorno. Edoardo Massari e Silvano Pellisserio, «squatters con la passione per le armi», continua l’articolo. La terza è Maria Soledad Rosas, «vicina al mondo dell’anarchia, frequentatrice degli squat torinesi.» Camillo vorrebbe vederla ma di lei non c’è la foto. «Incerto il ruolo che avrebbe avuto nella vicenda.»

Era il 7 Marzo 1998 e il titolo principale se lo prendeva il battibecco tra D’Alema e Berlusconi sulla bicamerale. In fondo, a pagina trentasei, la notizia di tre terroristi arrestati in un blitz a Collegno e la parola squatter, che Camillo impara quel giorno.

Quella di Soledad è prima una storia argentina, poi, dal Giugno del 1997, il suo nome si restringe in “Sole” e la sua diventa una storia torinese. Prima dell’alba di un 11 Luglio di 21 anni fa la storia finisce. Alla stessa ora, nello stesso modo e nello stesso giorno della settimana scelto dal suo compagno, Edoardo Massari, per tutti Baleno, Soledad ha deciso di morire.
Quando Sole arriva a Torino va ad abitare nell’asilo occupato di Via Alessandria e scriverà: «il mondo è tanto grosso, ma c’è un posto per ognuno, e io penso di aver trovato il mio». Lì vive a stretto contatto con un gruppo di anarchici, tra cui Baleno. Non si era mai interessata di politica, riferisce la sorella, ma riconosce nella battaglia che stanno combattendo quei ragazzi la sua battaglia e in poco tempo si unisce a loro.

Il 5 Marzo i carabinieri dei Ros e gli uomini della Digos torinese fanno irruzione nell’ex obitorio del manicomio di Collegno, luogo occupato dal Giugno 1996, e mettono in manette Sole, Baleno e Silvano che si trovavano là. Arresto poi confermato il 7 Marzo dal giudice per le indagini preliminari, Fabrizia Pironti. L’accusa è molto grave: associazione sovversiva con finalità  di terrorismo (art. 270 bis c.p.)

Maria “Sole” Rosas

Il 26 Marzo del 1998 è giovedì e il tribunale respinge ogni istanza di liberazione. Sabato all’apertura della cella Baleno è un corpo morto sospeso in aria da un lenzuolo. In una lettera straziante mandata ai compagni anarchici Sole scrive: «la galera è un posto di tortura fisica e psichica, qua non si dispone di assolutamente niente, non si può decidere a che ora alzarsi, che cosa mangiare, con chi parlare, chi incontrare, a che ora vedere il sole […] Edo ha voluto finire subito con questo male infernale. Almeno lui si è permesso di avere un ultimo gesto di minima libertà, di decidere lui quando finirla con questa tortura.» La mattina del 2 Aprile Camillo potrà finalmente vedere la sua foto nel giornale: le due dita medie alzate tenute vicine dalle manette ai polsi il giorno del funerale.

Alla stessa ora, nello stesso modo e nello stesso giorno della settimana scelto dal suo compagno, Edoardo Massari, per tutti Baleno, Soledad ha deciso di morire.

Poi passano meno di quattro mesi, stesso giorno della settimana, stessa ora, stesso metodo. Soledad muore d’amore.
a Roma la corte di cassazione invalida l’accusa di attività terroristica con finalità eversive. Nel 2002 la Corte di Cassazione di Roma smonta le tesi dei pm torinesi Maurizio Laudi e Marcello Tatangelo. Non si trattava di un’associazione terroristica, ma di tre persone che al massimo si erano macchiate di reati minori. Silvano viene liberato.

Manifestazione in favore di Sole, Baleno e Silvano, 4 aprile 1998

Il film da poco uscito, Soledad (Augustina Macri, 2018), ha riacceso una luce su questo caso di cronaca. Non è stato proiettato a Torino a causa delle proteste avvenute durante le riprese con chi Sole e Baleno li ha conosciuti e vissuti e che rifiuta «quest’opera di spettacolarizzazione della storia del movimento di quegli anni e delle vite dei militanti che vi parteciparono». (Dal comunicato di Radio Blackout del 21 Ottobre 2017)
Soledad si costruisce sul libro Amor y anarquia: la vida urgente de Soledad Rosas (Planeta, 2003) di Caparrós che, in maniera anch’essa controversa e contestata, ha raccolto questa storia. Pone quindi al centro le vicende di Sole, le quali non possono certo non rendere co-protagonista anche il suo compagno. È su di lui che Camillo continuava a rimuginare in quei giorni. Da giovane leggeva molti romanzi e in uno di quelli Baleno c’era. Non si chiamava Edoardo Massari e non viveva a Torino. Era un cafone di Fontamara, Berardo Viola – si intende il termine cafone così come lo intendeva Ignazio Silone nel suo romanzo e non nell’uso corrente: identificativo di un ceto molto povero, il più povero.

Il film da poco uscito, Soledad, ha riacceso una luce su questo caso di cronaca. Non è stato proiettato a Torino a causa delle proteste avvenute durante le riprese con chi Sole e Baleno li ha conosciuti e vissuti e che rifiuta «quest’opera di spettacolarizzazione della storia del movimento di quegli anni e delle vite dei militanti che vi parteciparono».

Fontamara è del 1933, anche se in Italia uscì solo nel 1945 per la censura del regime, e narra le vicende di un piccolo villaggio tra le montagne marsicane. Fontamara è un paese con le sue caratteristiche peculiari, ma gli ultimi si somigliano in ogni parte del mondo, «fanno nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé», tanto che a posteriori Silone disse: «Il segreto del successo di Fontamara mi si è rivelato solo quando ho appreso che certe traduzioni incontravano difficoltà da parte della censura di vari Paesi. In Polonia e in Jugoslavia, per citare due esempi, le autorità non volevano credere che si trattasse di una traduzione dall’italiano e pretendevano che si trattasse di un trucco per raccontare in barba alla censura la storia di un villaggio polacco o jugoslavo». Tempi e luoghi allontanavano anche il fontamarese Berardo Viola dal piemontese Edoardo Massari. Tuttavia nella loro ribellione senza compromessi, nel loro ideale di giustizia sociale prima ancora che personale, nella loro resistenza ai più forti, nell’essere portavoce del loro popolo, disposti a mettere in gioco la vita con l’imprudenza e il coraggio dell’amore, in questo erano sovrapponibili.

«Coi padroni non si ragiona». Questa era la regola di Berardo, che di ingiustizie, anche lui, ne aveva viste tante. «Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona.»

«Coi padroni non si ragiona». Questa era la regola di Berardo, che di ingiustizie, anche lui, ne aveva viste tante. «Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona. […] Il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dar la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra. Può essere persuaso che nell’altro mondo c’è l’inferno benché lui non l’abbia mai visto.»
Come Baleno, anche Berardo è morto in carcere, appeso per il collo nella sua cella. Ufficialmente suicidio, come Baleno. Morto per diventare un simbolo, per tentare di salvare la sua gente. «Il primo cafone che non muore per sé, ma per gli altri». Berardo Viola è vissuto e morto con una sola, salda, convinzione: non ci sono poteri buoni. Berardo Viola non conosceva nulla della politica, né tantomeno dell’anarchia, ma pur senza saperlo era un anarchico.

Lettera di Peppe dal carcere di Alessandria

Riceviamo e pubblichiamo

 

Casa circondariale San Michele (Alessandria)

8/02/20
Un forte abbraccio a tutti i compagni che mi sono stati vicino e a quelli che fuori il c.c. d’Alessandria hanno espresso solidarietà rumorosa e in un orario inaspettato e a chi nonostante tutto pur essendo incarcerati anno quel cuore che batte per l’azione diretta contro stato, chiesa e capitale e i suoi servi in divisa riducendosi a liberarsi da
quelle catene fisiche e mentali che pm, la direzione del D.A.P e la procura di Torino vorrebbe stritolare intorno a noi.
Lor signori ci provano attimo per attimo ad annientarci, ma vi garantisco che non ci riusciranno mai, perchè in quanto anarchici e vivendoci la nostra tensione ognuno a modo nostro distruggendo e sabotando con mezzi e tempi a nostra disposizione questa società opprimente già abbiamo vinto e siamo riusciti a scardinare quel catenaccio che chiude quella catena intorno a noi!!! Perché in confronto a tutti i compagni che sono fuori e possono esprimere la propria rabbia in mille modi e forme diverse sempre con la stessa finalità di distruggere questo status quo!!!
Infatti visto che i tentacoli dello stato repressivo, che sono putridi, velenosi e letali che si allungano ogni giorno cercando di stritolarci e avvolgerci nella loro oscurità giù nelle loro profondità.
Basta poco per fargli mollare la presa, una sforbiciata, qualche bruciacchiata o attaccare la piovra direttamente al cuore, dove si può fare più male e riuscire in qualche modo a sfuggire alla macchina infame e repressiva!! Per noi prigionieri anarchici e rivoluzionari e diversi il tipo di confronto che si ha con le autorità e come vivere in trincea, siamo quotidianamente faccia a faccia col nemico, nonostante abbiamo poca agibilità nel muoverci riusciamo a mantenere vivo quel pensiero nobile e vivace contro le carceri e la società che le mantiene vive, contro le sue celle, contro chi vorrebbe privarci anche delle nostre scelte. Infatti proprio di questo voglio parlare di scelte prese da me e nel modo in cui un individuo può e vuole esprimersi. Il 20\01\2020 quella gioia della pm pedrotta mi avrebbe fatto notificare il foglio di fissazione dell’interrogatorio che si terrà dentro il c.c. d’Alessandria il 7\02\2020.
Io insieme al mio avvocato avevamo scelto di non presenziare e ci saremmo avvalsi della facoltà di non rispondere facendogli arrivare la comunicazione sia dall’esterno che dal carcere.
Sta gran gioia della pm ha rifiutato la nostra richiesta e caso mai non avessi presenziato mi sarebbero venuti a prendere coattivamente in cella per trasportarmi sempre dentro la struttura di Alessandria nella camera dei magistrati. Ma cari compagni, se quella grandissima «gioia» della pm gode di poca fantasia nel puntare
l’interrogatorio alla ricorrenza di un anno fa, quando fece partire l’operazione «scintilla” che ha colpito nell’ultimo anno i compagni di Torino, io residente nel Veneto ed è riuscita a bussare pure nel blindo di un altro individuo «già sotto inchiesta e in carcere per un’altra operazione!».
Che cerca di far carriera sulla nostra pelle la pm si è capito bene dalle seguenti motivazioni:
1_Perché non ha nessuna intenzione di chiudere le indagini.
2_Perché ostinatamente cerca di catturare qualche uccel di bosco oltre le Alpi, usando ogni perfido strumento, per chi è fuori «in libertà» con lo spiarci, denigrarci ed intimidendo cercando di fare terra bruciata attorno a noi e per affilare la sua meschinità, riesce a farci rinchiudere in una sezione in disuso. Senza niente.
Ho addirittura in qualche sezione protetta, Indignato da tutto ciò mi esce un suono solo dalla mia bocca « l’unica infame è lei pm pedrotta!!!» Infatti la riposta da parte mia ad un interrogatorio forzato non si è fatta attendere portando dentro di me lo sgombero di quel cuore di casa che batteva in «barriera di Milano». Le preparo tutta l’accoglienza degna già dal 6\02\2020 creando un giorno di disturbo dentro la struttura, cercando di causare più
danni materiali possibili. Facendo lavorare gli zelanti secondini e riuscendo a fargli avere una bella relazione sul tavolo a quella stronza della pm.
Diciamo che una giornata intensa ci fu. Piena di gioia nel ribellarmi, di amore nel frantumare e di rabbia nell’imposizione che dovevo subire. Partendo già dal mattino del 6\02\2020, aspettando l’apertura alle 09:00, mi rifiuto di andare al campo e rimango da solo in sezione per non causare problemi ad altri compagni. Alle 09:10 entro in saletta e mando in frantumi tutte le gelosine. Avendo finito pochi minuti dopo passo a quelli nel corridoio e dopo essermi liberato una volta per tutti da quella tortura opacizzata che non riesci a vedere neanche il cielo a
quadretti dietro fottutissime sbarre vengo tradotto in cella dove continuo la mia battitura innalzando slogan contro le carceri e i cpr. Alle 10:00 vengo chiamato dall’ispettore. Accerchiato da 4 secondini mi chiedono gentilmente ed educatamente il perchè della protesta. Io dichiaro che «se quella stronza voleva farmi partecipare il 7
obbligandomi anche con l’uso della forza; la risposta sarà chiara e diretta». Convinti loro che già era finito tutto, rientro in sezione. Accieco le telecamere del corridoio tappandoli con colla e adesivi e provo a staccare i fili, ma si staccano solo dal muro. Vengo tradotto in cella e continuo rumorosamente fino alle 11:00. All’arrivo degli altri
stacco la protesta. Si pranza alle 12:00. Mi preparo un caffè e da solo scendo all’aria alle 13:00 portando con me la caffettiera; scortato da 3 guardie mi chiudono al passeggio e dopo poco incomincio con la mia moca a  infierire sulle vetrate del passeggio e nelle finestre che costeggiano il muro; dopo urla e rumore dei vetri blindati entrano le 3 guardie che sequestrano la caffettiera. Urlo un’ altro po e alle 15:00 risalgo. Da quel momento non ho più avuto la possibilità di continuare anche durante l’ora di socialità perchè ero guardato a vista; ma incentivi danni erano stati
creati riuscendo a non arrivare allo scontro con le guardie. L’indomani, il 7, scendo al passeggio con gli altri e alle 10:00 vengo chiamato, provo a rifiutarmi verbalmente ma è inutile, l’ordine è di farmi scendere e quindi vedo prima l’avvocato. Alle 11:00 mi chiama la pm e davanti all’avvocato richiedo di non presenziare ancora una volta prima di entrare; una volta dentro esprimiamo il nostro dissenso ma davanti all’avvocato la pm insiste di rimanere presenti. Quindi con 6 porci giunti dall’esterno e i secondini nell’altra stanza incomincia la sua teatrale parlata, toccando punti diversi e a ogni argomento si rimane in silenzio, ribadendo ogni volta «ha finito posso risalire in cella». Una volta finita la pagliacciata, faccio uscire l’avvocato nel corridoio e mi soffermo nella stanza dell’ufficio per rompere quel silenzio che c’era stato intonando slogan e lanciando qualche foglio in aria e creare un po di frastuono; un minuto circa e vengo tradotto di corsa in sezione!!!
Aver stabilito ancora una volta che non ci sarà mai un saluto cordiale con chi indossa una divisa o una chiacchierata piacevole con un giudice, magistrato o pm che provano quotidianamente a seppellirci vivi. Ma impavidi continueremo contro la tortura carceraria e ogni azione che noi detenuti riusciamo a portare avanti possa in qualche modo portare uno spiraglio di luce e mandare quella «scintilla» che accenda i cuori dei pensatori libertari e riuscire a trasmettere da dentro che non si ha nessuna intenzione di cambiare le scelte prese senza fare mai un passo indietro e che ogni gabbia si può frantumare!!
Per l’azione diretta, per la libertà, espandiamo anarchia.
Sciacca Giuseppe

 

2 parole di Peppe dal carcere di Montorio VR!! !

Il testo integrale scritto da Peppe prima di essere trasferito dal carcere di Montorio a quello di Alessandria.
2 parole di Peppe dal carcere di Montorio VR!! !
Ciao a tutti vi comunico che nonostante tuto sto bene! ! !
Non mi trovo più in isolamento, ma sono rinchiuso dal 26/12/19 in una sezione fantasma, sepolto vivo, s enza doccia, a volte la luce rimane accesa pure di note, senza tv, le angherie di qualche zelante secondino, del tipo sbaterti il cancello mentre dormi, o non farmi avere il pane da un detenuto che lo stavano trasferendo e altre piccole meschinità che messe assieme formano una vera e propria tortura fisica e psicologica. Ma sono ancora qui, rinchiuso a urlare chiedendo i miei diritti!!!
Nelle cellette sono da solo, la sezione è composta da 8 celle tutte vuote rote e senz’acqua calda ne riscaldamenti!!! Ora vi spiego meglio perchè sono rinchiuso, a chiedere tuttoggi ciò che mi spetta, i miei diritti, senza abbassare il capo! ! ! Niente di cui uno non mette in conto quando si finisce nelle patrie galere!!! Perchè dove ero detenuto prima, nella sezione 2corpo2 che già è per isolati e adatta per i circuiti AS2 e AS3e proprio in quella sezione vengono tradotti chi litiga con le guardie o quei detenuti che commettono atti non idonei all’ordine costituito dal regolamento della strutturta!! !
Infati, proprio perchè era già di per sé una sezione punitiva, in queste cellette ci dovevo rimanere massimo un giorno, il tempo del rapporto disciplinare “rapporti che come di consuetudine nei confronti dei compagni non si contano più.
E dovevo risalire in sezione, e invece no!!! Lo Sciacca è anarchico e per questo è giusto che sia dove non sbatte il sole, e dal 26/12/19 a tutt’oggi, 8/1/20 , che sono nell’angolo più buio del carcere di Montorio dove non funziona niente e tentano di neutralizzare l’individualità di una persona, e, credetemi cari compagni, con me gli verrà tutta in salita !!! e porto avanti sempre la stessa teoria che il carcere non è un inserimento nella società, “la stessa che vogliamo distruggere”, ma è soltanto una forma di repressione brutale al servizio di uno Stato assassino e terroristico!!!
Immagimnatevi che dovevo finire il 12/1/20 ma purtroppo non è andata così. Mi chiama la direttrtice che alla quale manco mi ci presento, per notificarmi altre denunce e altri rapporti e quindi in automatico non mi fanno salire nella sezione punitiva e quindi lasciandomi a marcire qua dentro, immaginatevi, avendo soltranto 1 penna e pochi fogli, e “per fortuna tanto materiale spedito da fuori per leggere”.
Con una penna a dispopsizione mi sono sbizzarito a passare qualche ora a disegnare e scrivere in quei muri già fatiscenti di loro, con mille firme su quei muri grigi, squallidi e tenebrosi come la vita dei nostri, oggi miei aguzzini, qualche testo di canzone, qualche A cerchiata, e qualche slogan, trito e ritrito da anni nelle piazze. E proprio tramite queste scritte si sono sentiti nel dovere di trascriverli e mandarli alla procura di Torino, tanto sono deficienti che hanno bisogno di 4 scritte per capire che sono anarchico? E lotto da anni a fianco di tanti e contro questo stato squo!!!O forse la loro inchiesta è sempre più traballante e infondata? E quindi cercano di spremermi e mettermi in cattività? Per riuscire a strappare sempre quel dito medio e pronto all’uso! ! !
Nonostante tutto, dal primo giorno d’isolamento nella sezione punitiva 2Corpo2e con una telecamera puntata addosso sopra la mia cella. Non sono stato con le mani in tasca, chiedendo chiedendo ciò che mi spetta e non esaudfendo non mi hanno reso docile e quieto, sapendo bene ciò che ci infliggono a noi compagni e, appurato in primis nelle mie intenzioni precedenti, “a parte la persecuzione poliziesca prima di preparare una montatura” !! !
Che un individuo non si deve fare né abbattere né demoralizzare, ma sopratutto non deve lasciarsi sottomettere nel proprio modo di vivere la propria tensione anarchica, convinto come sempre che l’unico modo per affrontare la propria prigionia e di continuare il lungo percorso impervio della rivolta contro qualsiasi potere e forma d’autorità!!! inoltrandosi continuamente tra le fiamme del presente con ogni mezzo a propria disposizione.
E allora dal 28/11/19 si sono innalzate urla di rabbia e libertà, che nel giro di 3 giorni hanno influenzato anche la sezione 2 corpo 1e quindi col pecorone di turno, “l’Imam”, ci si mette e ci si trova d’accordo che dopo il vitto e la sua preghiera del cazzo, si innalzano le urla, la sezione rimaneva in silenzio per poi esplodeere imn una grossa battitura !! !
Tutto ciò è accaduto perchè sono rimasto quasi 4 settimane senza soldi “ il vile denaro, ma quando serve serve e non è stato per colpa dei compagni che mi sostenete da fuori”. Fino al 4/1/20 ! ! !” Tutt’oggi senza telefonate né ai miei cari né al mio avvocato, senza riuscire a vederlo. Dal 26/12/19 a oggi 8/1/20 Emi ha potuto constatare in che stato ero messo ! ! ! ho risposto a tuti i compagni che mi hanno scritto, ma non ho avuto risposta, strano?!! Solo 1 lettera da mia sorella, e lettere dalla mia compagna e proprio da lei, Emi, neanchlamento che stavo subendo, riuscivo ugualmente a comunicare con l’estern! Spero solo che vi siano arrivati, perchè io di risposte non ne ho ricevute, ma il vostro calore ha pltrepassato queste mure! E quindi ho deciso di portare più fastidio, più disturbo e fargli capire che leloro miserie che serpeggiano nelle galere, mantenendo atteggiamenti sgradevoli e provocatori “non solo nei confronti di noi compagni, ma anche a chi non sottostà al loro volere”, cercando di portarci all’esaurimento e a farci perdere la pazienza, con l’isolarci e tenerci all’oscuro nel tentativo di fiaccarmi o di perdere la lucidità per poi ricevere il dolcino, quel dolce amaro che mai ti scende giù !!!
Ancora ci ho in mente quella cella buia grigia, sporca con dentro lei, che con fare accondiscendente e fraterno mi diceva che “nemmeno loro credevano a ciò che avevano scritto su di me, e visto che la situazione era grave, quando volevo potevo chiamare lei” (ispettrice). Dandomi in mano stralci di conversazionni di compagni, amici e fratelli che, nonostante tante divergenze, rispetto e continuo a rispettare. Ribadisco che se avessero deportato un fratello per me e un compagno mio e di tanti, avrei fato di tutto per bloccare quel rimpatrio, anche di rischiare la libertà!!!
Perchè un conto se ne rimpatriano un tot al mese e hanno tutta la mia solidarietà e vicinanza.
[Vicinanza non per quello che vorrebero loro, essere inseriti nel sistema, perchè è quello che chiedono loro e di tutto quello per cui noi anarchici lottiamo e un giorno non molto distante abateremo pur vendendo cara la pelle! Ma la vicinanza e solidarietà mia e di noi anarchici dovrebbe essere per le sevizie, umiliazioni, torture per arrivare all’ingabiamento che devono subire dopo aver passato le intemperie della natura per chi ci riesce.
Tutto ciò per sfuggire a fame, guerre, ecc. per arrivare nelle coste più vicine, dove a parer loro, si respire aria di libertà, di diritti e democrazia, quando invece per noi non tira aria di guerra, e nel cervello ci gira solo una parola “vendetta” !!! che ovviamente ognuno di noi la esprime come meglio può; c’è chi lancia qualche palina, chi scrive sui blog e fa tanti bei comunicati; chi fa qualche scritta o sgretola qualche vetrina. C’è poi chi chi si accolla la tensione “scontri” sotto un C.P.R. O carcere, e per non farsi mancare niente, c’è chi sfugge alle dinamiche cittadine di lotta imposte da anni e anni, per fargli capire che non c’è sistema autoritario statale o repressivo che li può proteggere, e c’è chi collabora con la macchine repressiva dello stato, può essere e dev’essere attaccato per essere fermato e che niente scorderemo e che tutto gli sarà tornato! ! ! ]
Un altro conto è se reimpatriano uno con cui ci ho condiviso il pane, e ciò non significa essere emotivi. Ma era per fargli capire a quei porci che origliavano che ci saremmo stati tutti. Portano una sola telefonata, ma quel giorno ne avrei fatte 1.000 e non solo in Italia! Sempre dello stesso tenore ! ! ! Comunque si percepisce sia da queste righe che sto scrivendo che dalla detenzione che sto subendo, quale sia stata la mia risposta all’ispettrice, con l’aiuto che mi voleva dare !!! e quindi, visto quello che stò subendo a Montorio ho provato imn tutti i modi a farmi trasferire con urla, slogan, sbatiture, ma l’accanimento nei miei riguardi e in quel’oscurità che mi vorrebbero imbottigliare ho deciso di prendere posizione più di quanto ne abbia già.
Senza scendere ad atti di autoolesionismo, perchè non li ho mai condivisi” e di alzare la testa ancor di più, e infati alle 17.00 del 26/12/19 meto un tavolino per bloccare il blindo e lancio fuori dalla cella 1 armadieto, secchi, scope, stracci, frutta e quant’altro mi capitava tra le mani. In poche parole ho dato un po’ di luce e creato un po’ di spazio alla stanza, consegnato il divieto di incontro con tutti e aver stabilito che non ci saraà mai da parte mia un saluto cordiale con chi indossa una divisa e soprattutto con chi ci rinchiude con le proprie mani chiavi!!
Non si può fraternizzare col proprio nemico, ma bisogna avere la stessa fierezza e coerenza di andare sempre in senso opposto ostinato, sapendo bene delle conseguenze cui si va incontro(*). E non sto parlando di certo di un’idea soltanto politica da cui prendere posizione o di condividere attraverso i social network, ma di essere sempre presenti nelle lotte e nel sostegno dei compagni che lottano e non guardare a chi l’ha messo su FB!!!
Voglio dire chiaro e schietto che con lo stesso coraggio con cui portiamo le nostre lotte con idee e pratiche fuori da queste mura, dobiamo avere la stessa coesrenza e prendere coscvienza di lasciare un messaggio forte a chi tenta di ingabiarci, isolarci, azzittirci, dentro queste gabbie, e che dentro a queste mura hanno rinchiuso anarchici ribelli, rivoluzionari e che non ci piegheremo mai al potere dominante !!! C’è chiusa la tecnica di autodifesa mentale, aspettando che gli attacchi dei secondini finiscono prima poi; c’è chi reagisce ai soprusi delle guardie spaccando le finestre di plaxigas, come a Alessandria, chi devasta l’area colloqui (a Ferrara), chi prova a riconquistare la libertà, cercando di scavalcare il muro di Brucoli, chi ha portato lo sciopero della fame ad oltranza come a L’Aquila, e c’è chi a Montorio ha organizzato sbattiture e ha spaccato la cella finendo contro le gabbie delle guardie.
Sappiamo per certo che parti del mondo bruciano di libertà da Hong-Kong al Cile, da una parte all’altra del mondo divampa la rivolta ed è proprio per questo che lor signori, togati, in borghese e in divisa allungano le mani verso quei compagni più visibile che in modo arduo mantengono vivo quel braciere di rivolta. Ma voi benpensanti di sinistra, pensatori libertari, populisti, coretyori di puntini e mendicanti di visibilità, che ne sapete di ciò che prova un sincero compagno anarchico? “Pur non lavandomi da 12 giorni” mi sento addosso quel mare di sangue sparso nel Mediterraneo, mi rimbobano in testa quei tremolii di freddo e urla di disperazione che s’innalzano dalle montagne dei nostri confini, le immagini ci appaiono come Flasch Bekdi corpi congelati senza scarpe e di centinaia di uomini donne e bambini galleggianti violacei e senza respiro, che cercano e prima o poi avranno vendetta.
Diversi paesi bombardati in nome della democrazia per il profitto di pochi, quei porci che prima o poi sanguineranno pure loro, vedere e sapere di interi territori, devastati, prosciugati e spopolati o sentirsi quel macigno della macchina tecnologica che avanza sempre più ed averne la consapevolezza di non essere più persone libere, ma numeri e ad ogni numero corrisponde una scheda ben dettagliata, con foto, impronte digitali, D.N.A. E una rete fitta che si allarga come una ragnatela di contati e frequentazioni, di amici, conoscenti e familiari! Ecco cosa fanno lor signori, ecco cosa fa chi governa, chi siede al potere, vestiti puliti, ma senza un cuore, e con le mani sporche di sangu, uccidono, stuprano, bombardano, sterminano e cercano di distruggere i nostri sogni di libertà, sogni che alo stesso tempo sono già distruttivi !!!
E usando i loro servi strisciano quotidianamente come dei luridi vermi nelle nostre vite, vicini a tal punto di sentire il loro alito fetente dietro al collo! Ma per scendere a tale meschinità e fare tutto ciò, vuol dire che hanno paura e per avere così tanta paura, significa solo una cosa, che il loro sistema e la loro sicurezza vascillano sul’orlo del baratro e che il loro sistema a livello mondiale che ostinatamente portano avanti è colmo di dèfaillance (debolezze, crisi …), e pieno di crepature. Bisogna solo avere un po’ di coraggio, essere più vulnerabili e, quando meno se lo aspettano attaccarli dove gli facciamo più male: e noi saremo sempre pronti ad essere quel granello di sabbia che inceppa gli ingranaggi di questa società nefanda. E continueremo ad essere quei cuori pazzi che corrono su quei sogni colorati, su quei binari di pazzia, ancora qui a sudare e sputare sangue per quei sogni di fuoco, caldi come le nostre mani, forte come la nostra rabbia !!!
(*)Avevo messo in conto rapporti, giorni di isolamento nella sezione dove ero, ma non avevo messo in contto che rimanevo senza tv, doccia, riscaldamenti e in una sezione inagibile, da solo, credevo che usciva fuori dai diritti umani di un detenuto, fuori forse qualcuno non ha capito e non ha saputo comunicare ciò che stava capitando qua dentro.
Un forte abbraccio a Madda sorellina mia, a Nat. E me frati Gimmi!
E un forte abbraccio a pugni stretti e nervi tesi a tutti i compagni rinchiusi nelle galere ! Raga sempre a testa alta ! ! !
PER L’ANARCHIA PER LA LIBERTA’
FUOCO ALLO STATO FUOCO ALLE GALERE

Sentieri in cammino (Olmo Losca)

Dal 10 febbraio  per le Autoproduzioni Cassa Anti-Repressione, sarà disponibile il libro “Sentieri in Cammino” di Olmo Losca. Un libro tascabile (96 pagine) di racconti sociali. Il ricavato della vendita dei libri sarà destinato ai compagni e alle compagne che sono in carcere. Un gesto, seppur piccolo, di solidarietà nei confronti di chi lotta e subisce la repressione quotidianamente.

Il costo del libro è di 10 euro più 5 euro per le spese di spedizione.

E’ possibile prenotare la propria copia fin da adessoSentieri in cammino contattando all’indirizzo e-mail che segue

 

cassaantirepressione1@gmail.com

Cassa di solidarietà per il compagno Peppe

Per chi volesse dare un contributo per sostenere le spese legali,e/o volesse scrivere al compagno Peppe, alleghiamo gli estremi necessari

POSTEPAY EVOLUTION intestata a Maria Emilia Grigolini
numero 5333 1710 3675 7769
IBAN: IT05P0760105138250239950240

 

 Giuseppe Sciacca
c/o c.c. San Michele
Strada Alessandria, 50/A 15121- San Michele Alessandria (AL)

Complici e solidali con il compagno Peppe

Nella mattinata del 26 novembre la digos di Torino ha arrestato il nostro compagno e fratello Beppe nella sua dimora a Verona. Dopo una lunga perquisizione gli sbirri non sono riusciti a trovare niente di compromettente,ciononostante Beppe è stato trasferito al carcere di Montorio Veronese.
Complici e solidali con il compagno Beppe,non resteremo con le mani in mano,continueremo a tenere accesa la fiaccola che arde nei nostri cuori illuminando il nostro cammino verso la libertà.
Seguiranno aggiornamenti
Aggiornamento – 29/11/2019 L’avvocato ha incontrato Peppe in carcere e ha potuto constatare che sta bene e non ha subìto maltrattamenti, il morale è alto. Saluta tutti ha sentito le urla fuori dal carcere… a breve si saprà la data del riesame. Per adesso resta a Montorio
Aggiornamento 20/12/2019 Il tribunale del riesame ha confermato la misura cautelare in carcere x Peppe
Aggiornamento 15/01/2020 Peppe è stato trasferito al carcere di Alessandria.È appena arrivata la conferma che Peppe è stato trasferito al carcere San Michele di Alessandria. Per scrivergli:
Giuseppe Sciacca
c/o c.c. San Michele
Strada Alessandria, 50/A 15121 San Michele Alessandria AL

Per chi volesse mandare un contributo per le spese presenti e future
queste sono le coordinate:

POSTEPAY EVOLUTION intestata a Maria Emilia Grigolini
numero 5333 1710 3675 7769
IBAN: IT05P0760105138250239950240

 

 
Alcuni anarchici e alcune anarchiche

Piazza Fontana. E se ne traessimo delle conclusioni? – Volantino distribuito in Trentino

In occasione della presentazione de “La bomba” del giornalista Enrico Deaglio, il 7 novembre a Trento e il giorno successivo a Rovereto, è stato distribuito questo volantino assieme alla dichiarazione collettiva – “Ai cuori ardenti” – dei compagni imputati nel processo “Renata”.

 

È proprio vero che la storia insegna, ma non ha scolari.
Se terrorismo è «l’uso indiscriminato della violenza al fine di conquistare,
consolidare o difendere il potere politico» – definizione che si poteva trovare
ancora in qualche dizionario degli anni Settanta –, la strage di piazza Fontana
va collocata in una storia ben precisa. Di fronte alle lotte degli sfruttati, il potere
politico ha risposto sempre in due modi: o colpendole in modo brutale o
recuperandole attraverso la loro istituzionalizzazione. La seconda opzione non
ha mai escluso la prima. La maniera forte attraversa tutta la storia italiana –
dalla monarchia alla repubblica, dal fascismo alla democrazia – inglobando via
via elementi diversi. Gli eccidi di lavoratori sono stati per decenni monopolio
dell’esercito, delle guardie regie, dei carabinieri, della polizia. I lavoratori
caduti, fra il 1919 il 1920, per mano delle forze statali superano di numero
quelli provocati dallo squadrismo fascista fra il 1920 e il 1924. Squadrismo
finanziato dagli agrari e dagli industriali, organizzato dagli ufficiali
dell’esercito, favorito da carabinieri e guardie regie, protetto da prefetti e
magistrati e poi benedetto dalla Chiesa. La strage di piazza Fontana riassume
questa storia. L’apparato statale – tutt’altro che “deviato”, dall’Ufficio Affari
Riservati fino al presidente Saragat – si è servito della manovalanza fascista,
della complicità della grande stampa e dei depistaggi di questori e magistrati.
Finiamola con la testi del complotto, delle anomalie istituzionali, della “notte
della democrazia”, del “mistero italiano”. Che la strage fosse di Stato e che
Pinelli fosse stato assassinato gli anarchici lo avevano detto già nel dicembre
del 1969, in una conferenza che il “Corriere della Sera” definì «delirante». Se
cinquant’anni di ricostruzioni storiche e giornalistiche hanno accumulato gli
elementi, il quadro d’insieme, per la storia dal basso, è sempre stato chiaro.
Vogliamo trarne delle conseguenze?
Mentre, cinquant’anni dopo, si può affermare anche nei salotti buoni che quelle
furono bombe di Stato, gli anarchici vengono ancora arrestati e processati con
l’accusa di essere dei “terroristi”. Come accadrà il 26 novembre qui a Trento
contro sette nostri compagni, di cui condividiamo appieno le parole semplici,
serene, fiere.
Se non si riesce né si vuole capire l’abisso etico, storico e sociale che separa la
violenza proletaria e rivoluzionaria da quella padronale e statale, la strage di
piazza Fontana continuerà a perseguire il proprio scopo di mistificazione.
Terrorista è lo Stato. Libertà per i compagni.
anarchiche e anarchici

Testo collettivo dei compagni imputati nel processo “Renata”.

 

Ai cuori ardenti

L’anarchico non guarda al successo, alla vittoria, alla competizione. Lotta, perché è giusto. E in qualsiasi lotta la perdita fa parte della vita. Non cambia idea perché perde e tanto meno rinuncia alla lotta successiva. Il Sistema si autoalimenta per il popolo che non lotta, non perché è invincibile. Il lavoro dell’anarchico è instillare nel popolo la rivolta, non a segmenti ma continua. Come un’onda che si ritira e poi torna. Mi chiedete se vinceremo? Mi fate la domanda sbagliata. Chiedetemi se lotteremo e vi risponderò di sì.
Luigi Galleani

Oggi abbiamo deciso di dire la nostra sull’operazione “Renata”. In altri scritti è stata analizzata l’inchiesta, sia negli aspetti repressivi generali dello Stato, sia riguardo gli strumenti tecnologici, inquisitoriali e giuridici usati per colpire chi ancora osi battersi per qualcosa di diverso e soffi ancora sulle ali della libertà.
Abbiamo deciso di non rivolgerci alla Corte che ci giudicherà né alla solerzia dei nostri repressori. Non è l’aula di un tribunale il luogo in cui oggi scegliamo di parlare.
Vogliamo parlare in quei luoghi in cui si lotta, dove c’è ancora spirito critico, dovunque ci siano donne e uomini coscienti che tante cose vanno cambiate ora, che questo stato di cose va rivoluzionato.
Quindi parleremo dei fatti di cui siamo imputati o che sono inseriti nell’inchiesta.
Queste azioni – notturne o diurne, individuali o collettive – si inseriscono in un conflitto che va ben al di là dei fatti specifici o del territorio in cui sono collocate. Esse sono frutto di uno scontro più ampio, quello tra gli sfruttati, gli sfruttatori e chi li difende.
Di queste azioni condividiamo lo spirito, l’etica, il metodo, gli obiettivi, indipendentemente da chi le abbia compiute. Esse parlano da sole, sono comprensibile ai più, indicano una strada – quella della liberazione. Puntano il dito contro chi vive di sfruttamento e guerra, di odio e violenza, auspicano qualcosa di più, qualcosa che metta fine alle peggiori atrocità e barbarie, ma soprattutto mirano a distruggere il muro della rassegnazione, in tempi così poveri di solidarietà umana, di ribellione, di pensiero critico.
Chi in questi anni ha detto e tutt’ora dice che simili azioni non servono a nulla, che il gioco non vale la candela, che nulla cambierà, che l’essere umano ha perso in modo definitivo il senno riducendo la vita a una costante guerra fratricida, ha smesso di sognare, ha smesso di interrogarsi sui responsabili delle ingiustizie e sulle cause che hanno portato la società ad un livello morale, ambientale e materiale a dir poco inquietante.
Tra le svariate cose raccontate nei faldoni, emerge che in questi anni siamo scesi molte volte in strada con caschi e bastoni contro partiti e movimenti come Lega, Casapound e Sentinelle in piedi. Abbiamo criticato in decine di volantini, manifesti e iniziative di vario tipo le loro responsabilità storiche e le loro politiche reazionarie: gruppi politici e religiosi che promuovono l’odio fra gli sfruttati, che difendono la classe padronale, che alimentano una società basata sul privilegio, sul razzismo, sul patriarcato e molto altro.
In questi tempi aridi di lotte e di scontro sociale, ci si scandalizza per le pratiche di autodifesa in strada, dimenticando, assieme al passato in cui ciò era patrimonio comune, il buon senso minimo di distinguere la violenza reazionaria da quella proletaria. Non solo ci si dimentica di quello che polizia, carabinieri, Chiesa e fascisti hanno fatto in questo Paese, ma delle violenze dell’altro ieri: di Genova 2001, di Firenze, di Macerata e tante altre ancora. Visto che il loro ruolo e il loro compito sono sempre gli stessi, abbiamo sempre ritenuto importante che la loro azione non trovasse né il silenzio né la tranquillità nel territorio in cui viviamo.
E a proposito della rivolta di Genova 2001, e della vendetta di Stato che continua ad abbattersi sui compagni per quelle giornate, è sconcertante leggere con quale chiarezza un’intelligenza collettiva riuscì all’epoca a prefigurare una serie di scenari: devastazione globalizzata, neoliberismo sfrenato, riscaldamento climatico, politiche anti-immigrati che producono nuovi schiavi… un ordine sociale giunto ormai all’implosione.
Un altro silenzio che non accettiamo è quello che circonda le morti nelle carceri e nelle caserme. Da quando è stato aperto il carcere di Spini a Trento, molti detenuti si sono suicidati, altri ci hanno provato, altri ancora sono morti per le negligenze mediche o per lo zelo repressivo dei magistrati di sorveglianza. Abbiamo conosciuto il dolore e la rabbia dei famigliari, degli amici, di chi ha perso il proprio figlio nelle mani dello Stato, ma abbiamo purtroppo conosciuto anche l’indifferenza e il silenzio dei più, malgrado simili tragedie siano più vicine di quanto si creda.
Uomini e donne che ricoprono coscientemente il ruolo di aguzzini decidono di contribuire a difendere una società fondata sulla paura, sul ricatto, sulla vendetta, sulla violenza e sul pregiudizio. E noi saremo sempre pronti a denunciarne le responsabilità, a ostacolarne il lavoro, a spingere altri a prendere posizione contro questi assassini in divisa, con il doppiopetto da burocrati o in camice bianco.
Chi ha cercato di incendiare le auto della polizia locale ha dato un segnale in tal senso. I poliziotti locali non sono solo quelli che indicano le strade alla bisogna, ma anche quelli che partecipano agli sfratti delle persone che non riescono a pagare l’obolo al padrone di casa, quelli che sparano alle spalle di un ragazzino, come è successo a Trento qualche anno fa, quelli che picchiano delle persone di colore, come è successo a Firenze, che applicano i Daspo, che partecipano alle retate contro chi è senza documenti e compiono tante altre nefandezze.
Le espulsioni, i campi di concentramento – si chiamino CPR o Hotspot –, i morti in mezzo al mare, in montagna o lungo i binari di una ferrovia sono lo scenario quotidiano di questo mondo a cui vorrebbero farci abituare. Per questo sono stati bloccati i treni ad Alta Velocità in solidarietà con chi è congelato su un sentiero di montagna o chi è stato risucchiato da un treno merci a qualche chilometro da casa nostra. Sempre per questo, il 7 maggio 2016, al Brennero ci siamo scontrati con la polizia e abbiamo bloccato ferrovia e autostrada. «Se non passano gli esseri umani, non passano nemmeno le merci»: questo era lo spirito di quella difficile giornata.
Di fronte al ghigno feroce del razzismo di Stato, dovremmo scandalizzarci perché qualcuno, nell’ottobre del 2018, ha attaccato la sede della Lega di Ala?
Nel novembre 2016, a Trento e a Rovereto, furono incendiate diverse auto di Poste Italiane. Nelle scritte lasciate sui luoghi delle azioni e riportate dai giornali, si faceva riferimento alle responsabilità di P.I che, tramite la propria controllata Mistral Air, si arricchiva deportando nei Paesi di origine donne e uomini privi dei documenti in regola per vivere in Italia. Senza contare che P.I. investe una parte dei propri introiti nei fruttuosi affari dell’industria degli armamenti. Ci chiediamo quale differenza ci sia tra i fatti accaduti negli anni Trenta e Quaranta e quelli di oggi? Perché si ricordano le vittime di allora con gli ipocriti mea culpa e nulla sembra scuotere oggi i cuori dei più?
Non passa giorno senza che su giornali, siti, televisioni si legga o si veda questa o quella guerra. Guerre per procura, guerre per interessi geopolitici, guerre per il territorio, di territorio, per il potere. Guerre che provocano i grandi spostamenti di uomini e donne. A promuovere queste guerre non sono solo gruppi industriali come la FIAT (con l’Iveco) o gli AD di Leonardo Finmeccanica e Fincantieri. Al loro servizio c’è una schiera di tecnici e scienziati, un esercito in camice bianco, con i guanti e le mani sterilizzate, che lavora nei laboratori delle nostre città, nelle università a due passi da noi. In nome della scienza e del progresso, si giustifica qualsiasi “scoperta”, senza che da quei luoghi si sollevi un qualche interrogativo di fondo: «A cosa porta tutto ciò?», «che scenari nuovi apre?», «a chi serve davvero?». Ecco allora che nel democratico e pacifico Trentino, l’Università collabora con l’esercito italiano, aiuta le istituzioni israeliane a meglio pianificare l’oppressione del popolo palestinese, fa entrare nei propri Consigli e nelle proprie aule le principali aziende di armi. Di fronte a questa palese connivenza, ci si sorprende che ignoti abbiano incendiato, nell’aprile del 2017, il laboratorio Cryptolab all’interno della Facoltà di Matematica e Fisica di Povo? Quando sugli stessi siti universitari si illustra la collaborazione con l’esercito?
E che dire dell’incendio di mezzi militari, la notte del 27 maggio 2018, all’interno dell’area addestrativa del poligono di Roverè della Luna? Oltre a ruspe e camion, sono stati dati alle fiamme tre carri armati Leopard. Di produzione tedesca, sono gli stessi carri che Erdogan ha utilizzato e utilizza per schiacciare la resistenza curda. Come dicevano dei manifesti antimilitaristi apparsi in Germania anni fa: «Un mezzo militare che brucia qui = qualcuno che non muore in qualche guerra». Un concetto di una semplicità… disarmante.
Sempre a proposito di antimilitarismo e di internazionalismo, nelle carte dell’inchiesta si parla di sabotaggi ai bancomat dell’Unicredit, banca che, senza contare i suoi investimenti nell’industria bellica, è la principale finanziatrice del regime fascista di Erdogan, che proprio in questi giorni sta mostrando tutta la sua ferocia in Siria e contro il dissenso interno. E poi si menzionano i sabotaggi ferroviari in occasione dell’Adunata degli Alpini. Per chi non ha eroi da onorare, ma carneficine da maledire, quei gesti di ostilità contro la sfilata del nazionalismo e del maschilismo gallonato hanno riattivato un minimo di memoria storica: le diserzioni, gli ammutinamenti, le sommosse per il pane, gli scioperi nelle fabbriche, gli spari contro gli ufficiali particolarmente odiati dalla truppa, le rivolte al grido di “guerra alla guerra!”, il posizionamento intransigente “contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale”, oggi sempre più attuale.
Noi sosteniamo i portuali di Genova, di Le Havre e Marsiglia che si sono opposti al carico-scarico di materiale bellico destinato all’esercito saudita che da anni massacra la popolazione yemenita con bombe fabbricate, fino all’altro giorno, in Italia. Ma non ci accontentiamo. Vorremmo che gli operai disertassero le fabbriche di armi, quelle navali e chimiche; che gli scienziati uscissero dai loro laboratori. Vorremmo le università in sciopero, a partire da quelle di Giurisprudenza, dove si giustificano le cosiddette “missione di pace” (Peace-keeping, lo chiamano), vorremmo che i ferrovieri bloccassero i treni come all’epoca della prima guerra del Golfo.
Tramite le guerre gli industriali si arricchiscono sfruttando la mano d’opera operaia e comprandone la coscienza per un tozzo di pane. E ancora a meno se la comprano le agenzie interinali, sfruttando vecchie e nuove leggi sul lavoro e mandando la gente a lavorare a progetti devastanti come il TAP in Puglia. Per questo non ci stupisce che qualcuno, a Rovereto, abbia danneggiato un’agenzia Randstadt, ricordando che la guerra di classe non è finita.
Un’altra azione di cui siamo accusati è l’incendio dei ripetitori sul monte Finonchio, sopra Rovereto, nel giugno 2017. Da sempre denunciamo, e non siamo certo i soli, il danno ambientale provocato dalle decine di migliaia di queste torri sparse in tutti i territori, le cui onde causano tumori e disturbi vari agli umani e agli animali (e molto peggio sarà con il 5G). Oltre a ciò, simili tecnologie hanno diminuito le capacità di concentrazione e di apprendimento, condizionato l’acquisto di merci, creato bisogni indotti, rimbambito i cervelli. Senza contare l’aspetto più importante: il controllo sociale. Ormai le inchieste poliziesche sono basate quasi esclusivamente su intercettazioni video e audio da montare e smontare a piacimento. La repressione e il controllo si potenziano con ogni scoperta tecnologica, la quale assicura a sua volta affari alle aziende che collaborano con gli Stati. Questa tendenza non è politica, bensì strutturale, dal momento che l’apparato accresce se stesso e, con il pretesto della sicurezza, giustifica qualsiasi cosa.
Ci viene contestato il fatto di “programmare la rivoluzione” tramite le riviste, gli appelli, gli scritti. Ebbene sì. Non ci abbattiamo di fronte alle avversità di questa epoca. Ogni sussulto di ribellione, ogni sommossa che tenda alla libertà, ogni moto rivoluzionario che riecheggia più o meno vicino a noi è motivo di energie rinnovatrici per la propaganda e per l’azione, al fine di sollecitare la società attorno a noi a un cambiamento radicale. Per questo negli anni abbiamo occupato vari edifici: non solo per avere degli spazi in cui organizzarci e creare dibattito, ma anche per provare a mettere in pratica la vita che vorremmo, con i nostri pregi e difetti. Forse siamo sognatori, romantici, illusi, ma siamo anche determinati, solidali, internazionalisti, concreti.
Se ci sarà da alzare la voce davanti alle porte di un supermercato o ai cancelli di una fabbrica o di un cantiere contro le nefandezze dei padroni e dello Stato, noi ci saremo; se ci sarà da bloccare progetti come il TAV, salendo su una trivella o danneggiandola, ci saremo; saremo là dove si alzerà la voce della rivolta.
Si contesta ad alcuni di noi, infine, di aver fabbricato dei documenti falsi. La falsificazione di documenti è uno strumento di cui tutti i movimenti di lotta, anarchici e non solo, si sono dotati per eludere la repressione statale, e a cui sono ricorsi e ricorrono gli sfruttati e i poveri per viaggiare in cerca di un posto migliore dove vivere. Soprattutto in un mondo in cui, se non hai in tasca il pezzo di carta giusto, muori in mare o in un lager libico, oppure finisci in uno dei tanti campi di concentramento sparsi per la civile e democratica Europa.
Gli inquirenti sostengono che un gruppo di affinità è difficile “da infiltrare e da demoralizzare”. Che chi mira al potere non riesca a capire chi mira alla libertà ci sembra un’ottima cosa.

Non saranno condanne e carcere a farci innalzar bandiera bianca. Continueremo a volere quel cambiamento radicale intravisto durante la Comune di Parigi del 1871, che tanto fece tremare lo Stato e i padroni. Sappiamo che questo cambiamento radicale non avverrà dal nulla, per qualche determinismo della storia. Sarà il frutto della volontà, spinta verso gli scopi più alti della convivenza umana, verso l’anarchia, «un modo di vita individuale e sociale da realizzare per il maggior bene di tutti» (Malatesta).
Concetto tanto semplice quanto lontano dalla situazione in cui ci troviamo.
Ogni azione che oggi va ad indicare i diretti responsabili dello sfruttamento umano e ambientale è utile perché fa capire che l’oppressione è più vicina di quanto crediamo.
Ma starà alla volontà di ciascuno di noi abbattere le paure a cui ci vorrebbero sottoposti e svegliarci dalle comodità materiali con cui uccidono lo spirito, i pensieri, le idee.
Noi non costringiamo nessuno a fare quello che non vuole, ma non permetteremo neanche che a nome nostro o con la nostra collaborazione si continui a distruggere e ammazzare. Non resteremo inermi e impassibili. Non ci faremo né zittire né trascinare nel fango della barbarie.
In questi anni e mesi abbiamo visto decine di compagne e compagni finire in galera, alcuni condannati a lunghe pene. Invitiamo a unire le forze e dare le risposte necessarie a questi attacchi contro il nostro movimento. Agendo si faranno inevitabilmente degli errori. Si tratta di temprare corpi e menti per una rinnovata fiducia nelle idee e nelle pratiche di libertà.
Vogliono che cadiamo nella rassegnazione e nello smarrimento. Hanno già fallito.
Visto che agli inquisitori piace tanto giocare con le parole (degli altri) non meno che con i fatti, “Renata” pare l’ennesimo inciampo lessicale, perché ogni cuore ardente è pronto a “rinascere” per ogni torto subìto.

Trento, 18 ottobre 2019
Stecco, Agnese, Rupert, Sasha, Poza, Nico e Giulio