IL PRIMO MAGGIO NON C’E’ PROPRIO NIENTE DA FESTEGGIARE!

Da Carrara

 

Non è proprio possibile parlare di festa del Primo Maggio. Il primo pensiero degli anarchici è infatti rivolto ai martiri di Chicago dove nel 1886 7 anarchici vennero ingiustamente condannati e successivamente impiccati con l’accusa di aver fatto scoppiare un ordigno durante un comizio di lavoratori. E’ trascorso oltre un secolo e da allora le cose non sono poi cambiate di molto, la repressione e il controllo si sono ancor più inaspriti facilitati dalle nuove tecnologie su chi lotta contro le ingiustizie sociali. Un pensiero particolare è rivolto a tutte le vittime strappate alla vita dalla violenza capitalista per sbarcare il lunario,morti inutili stritolate dall’ingranaggio del capitale.

Le devastanti politiche dei governi passati e non da ultime dell’attuale governo stanno sferrando colpi micidiali su chi tenta con unghie e denti di difendere la propria esistenza e i propri diritti di uman* In men che non si dica ci si può vedere tagliati i servizi primari come luce gas ed altre utenze vitali.Questo significa lasciare interi nuclei familiari con molti bambini abbandonati alle proprie esistenze negando loro un tetto ed ogni dignità di vita. Lo sfruttamento umano è la logica del profitto,tutti contro tutti, è stata creata una vera guerra tra poveri,giorno dopo giorno le nostre vite sono continuamente messe a rischio annullandole come biglietti da obliterare. Nessuno è escluso da questo gioco al massacro, anche chi solo fino a poco tempo fa si sentiva al sicuro delle proprie condizioni economiche e sociali oggi non lo è più tartassato vessato e derubato dal potere delle lobby bancarie. Ormai vivere è un lusso,ogni diritto viene negato,è doveroso prendere atto della situazione e lottare contro chi affama e sfrutta prendendo per la gola col ricatto salariale,il tutto nel nome di una democrazia legittimata col consenso del voto,quella democrazia con la quale i politici sanno solo riempirsi le bocche la quale consente solo di dissentire sulla carta ma poi è subito pronta a brandire il bastone non appena si scende in piazza per rivendicare i propri diritti di umani. La parola d’ordine per il governo è tagliare e reprimere,si taglia sulla sanità,si taglia sul sociale,vengono tagliate le pensioni e i posti di lavoro,ma, al contempo si trovano soldi per costruire opere inutili probabilmente per giustificare e riciclare soldi provenienti da chissà dove, ma non solo,si salvano le banche con i nostri stessi soldi. Anche la sanità sta diventando un lusso, curarsi è impossibile,un piano prestabilito e ben congegnato che volge alla privatizzazione, in altri termini quella ché è una necessità primaria che dovrebbe essere garantita ad ogni essere umano è in realtà riservata solo a pochi privilegiati. Non esistono governi buoni,non ce ne sono mai stati e mai ce ne saranno..Abbiamo tutt* quant* il dovere di ribellarci a questa situazione drastica e di porre fine a questa barbarie riappropriandoci di ogni diritto umano per la costruzione di un mondo nuovo senza sfruttatori e sfruttati contro chi parla di pace e al contempo promuove e finanzia guerre in nome della legge e della democrazia rifiutando la chiamata alle urne che da oltre 70 anni non fa altro che rinnovare gli sfruttatori di turno che si avvicendano al potere. Questo Primo Maggio invitiamo tutt* alla partecipazione e ad una seria riflessione affinché i termini pace amore e libertà possano quanto prima concretizzarsi e poter trovare i loro giusti significati e la loro giusta applicazione.

“Se mille uomini non pagassero le tasse quest’anno, ciò non sarebbe una misura tanto violenta e sanguinaria quanto pagarle e permettere allo Stato di commettere violenza e di versare sangue innocente. Questa è, di fatto, la definizione di una rivoluzione pacifica.”

(Henry David Thoreau)

Alcune riflessioni del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa sull’emergenza sanitaria

Riceviamo e  pubblichiamo il testo del Collettivo Artaud di Pisa e la traduzione in spagnolo di un compagno

 

ALCUNE RIFLESSIONI SULL’EMERGENZA

Stiamo vivendo un momento molto difficile e drammatico per la nostra società. Se da una parte si assiste ad un progressivo aumento del malessere individuale e di conseguenza del numero di persone che stanno vivendo con difficoltà la solitudine a cui sono costrette, dall’altra c’è il rischio di un aumento dei contrasti interpersonali e della conflittualità familiare dovuti alla convivenza forzata. Le donne che subiscono violenza domestica si vedono obbligate a coabitare con i loro aggressori, aumentano i casi di persone giovani costrette, date le difficoltà di sostenere un canone d’affitto, a tornare a vivere con la famiglia d’origine, portando così a una rinnovata centralità il modello di famiglia patriarcale. Anche i bambini e gli adolescenti, privati della libertà di socializzare, giocare e interagire, si trovano a vivere una situazione particolarmente difficile.

Come collettivo antipsichiatrico siamo preoccupati per l’aumento dei suicidi, per il frequente ricorso al TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), per il possibile aumento del consumo di psicofarmaci e della contenzione fisica all’interno dei reparti psichiatrici di diagnosi e cura. Denunciamo l’utilizzo del taser per sedare le persone in difficoltà, come è avvenuto qualche settimana fa all’interno di un ufficio postale di Torino dove un uomo è stato stordito dai carabinieri e lasciato a terra in attesa dell’arrivo dell’ambulanza, a causa di un diverbio scoppiato con le altre persone presenti nell’ufficio postale poiché privo di mascherina.

Preoccupante anche la situazione negli Istituti di pena già in stato di sovraffollamento cronico. Mai come ora si rende evidente la necessità del superamento del carcere con modelli di pena alternativi. Improrogabile un’amnistia generale, la liberazione dei detenuti per le lotte sociali, dei tossicodipendenti, dei sofferenti di presunte patologie psichiatriche e in generale di tutti coloro che scontano pene per reati connessi alle fallimentari leggi proibizioniste sulle droghe.

La crisi economica e sociale che stavamo vivendo, prima dell’inizio della pandemia, rischia di amplificarsi e travolgere la maggior parte della popolazione. In Italia il Covid-19 ha accelerato un processo in corso da anni, volto a demolire il Servizio Sanitario Nazionale a beneficio delle sempre più numerose cliniche private, mediante politiche bipartisan di tagli, aziendalizzazione e privatizzazione; è difficile pensare a una reale tutela della salute quando la priorità da parte delle Asl e delle aziende ospedaliere è quella di rispettare i bilanci.

Da subito il Covid-19 ha mostrato di “essere un virus per ricchi” e sempre più persone iniziano a capire che non siamo tutti sulla stessa barca. Un prezzo altissimo lo sta già pagando chi non ha una casa o è costretto a condividerla con altri in spazi inadeguati; chi è obbligato a svolgere il proprio lavoro senza i mezzi di sicurezza idonei, chi l’ha perso o chi è impossibilitato a portarlo avanti poiché in nero. C’è poi chi non può beneficiare dello smart working e della teledidattica perché non possiede un computer in casa e una connessione internet affidabile. Ma come fa chi non ha documenti, chi è senza casa, chi non ha accesso ai servizi sanitari, all’ammortizzatori sociali? Le persone che si trovano in strada per necessità rischiano un ulteriore inasprimento della loro situazione, dal punto di vista giudiziario e sanitario. Ci chiediamo che ripercussioni avrà questo stato di emergenza su chi vive già in una condizione di isolamento ed esclusione?

Mentre assistiamo al martellante appello all’unità nazionale, milioni di persone si trovano ancora costrette ad andare al lavoro, il più delle volte su mezzi pubblici sovraffollati, senza protezioni di alcun tipo e soprattutto in settori assolutamente non essenziali come quello della produzione di armi o di beni lusso. È molto probabile che chi ci governa tenterà di far pagare i costi di questa emergenza alle lavoratrici, ai lavoratori e ai soggetti più fragili; non c’è alcuna volontà di aggredire i grandi patrimoni privati attuando meccanismi di redistribuzione della ricchezza. Le emergenze sociali e sanitarie chiedono un cambiamento nella distribuzione delle risorse collettive che invece, negli ultimi decenni, sono state dirottate senza sosta dal pubblico al privato, con il plauso di industriali e banchieri.

Solo in questi ultimi giorni ci stiamo rendendo conto di come molti contagi siano avvenuti all’interno di Fondazioni e Istituzioni private, nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistite) e nelle residenze psichiatriche senza che siano state prese misure di sicurezza adeguate. All’interno di queste strutture un’umanità indifesa soggiace spesso silenziosamente all’abuso sociale di chi l’ha dichiarata ormai improduttiva e quindi sacrificabile. I responsabili delle strutture, quando si sono manifestati nuovi casi, hanno deciso di trincerarsi dentro e di chiudere ogni contatto con l’esterno, pur non avendo i mezzi per contrastare la diffusione del virus (nella regione Lombardia, secondo la delibera emessa, chi è anziano, poiché troppo a rischio, non dovrebbe essere curato in terapia intensiva quindi le responsabilità sono a livello regionale). Il risultato in molte zone è la diffusione massiccia dell’epidemia e a farne le spese sono in primo luogo gli anziani over 80, gli intrasportabili e lo stesso personale sanitario che lavora a rischio della propria vita. In una struttura psichiatrica in provincia di Genova gli effetti causati dall’epidemia di Coronavirus sono stati drammatici: su 40 ospiti 38 sono risultati positivi al tampone e la malattia ha fatto registrare per il momento tre morti. A Milano nella RSA della Baggina ci sono stati 200 decessi, in provincia di Brescia in una struttura per donne ex-psichiatrizzate le perdite di vite umane sono state 22. Tra le altre regioni la Toscana non è da meno: su 320 RSA di cui 56 commissariate e affidate a gestione Asl ci sono stati circa 170 decessi. Una riflessione sullo Stato garante è dovuta: il governo a inizio marzo aveva dichiarato che la situazione era sotto controllo ma è stato subito smentito dai fatti. I tamponi per il personale sanitario sono arrivati in ritardo e le mascherine si stanno diffondendo alla spicciolata a due mesi distanza dall’emergenza mentre i governatori giocano al palleggio delle proprie responsabilità, nelle zone “sospese” come la Valseriana, intanto si sono sacrificati gli anziani e i soggetti più vulnerabili. Vedremo che cosa ci prospetterà la cosiddetta fase 2.

Come non pensare anche ai morti nelle Rems e nelle carceri a causa del Covid19? Una situazione come quella attuale dimostra che il superamento delle istituzioni totali debba essere fra gli obiettivi delle nostre lotte. I pazienti psichiatrici affetti da Covid 19 sono doppiamente a rischio: secondo la testimonianza di un medico in Lombardia gli psicofarmaci interferiscono con le cure ponendo un problema immediato di dosaggio, che a sua volta provoca uno stato depressivo facilitando l’azione del virus o uno stato euforico in cui il paziente spesso si strappa la mascherina d’ossigeno a rischio della vita. In pratica questi medici che non sono psichiatri ma internisti o virologi si trovano a modulare una terapia su dei pazienti di cui ignorano completamente la storia clinica.

Da settimane i media continuano a descrivere questa realtà come uno stato di guerra, in cui i nostri ospedali sono le odierne trincee, in una narrazione dei fatti tesa ad alimentare quella paura ed insicurezza collettiva sulla quale si legittimano e trovano consenso tutte le scelte della gestione securitaria cui stiamo assistendo. L’utilizzo sempre più generalizzato dei social e delle tecnologie digitali ispira nuovi paradigmi della sorveglianza e riconfigura l’organizzazione del lavoro; certo i social network facilitano i contatti interpersonali ma non sostituiranno mai il bisogno di relazioni sociali non mediate intrinseco alla nostra specie; c’è il rischio piuttosto che le nuove tecnologie finiscono per stravolgere e inaridire ulteriormente i rapporti sociali già parecchio sfilacciati da modelli economici, politici e culturali che ci vengono presentati come ineluttabili. La retorica che ci presenta il nuovo paradigma digitale è del tutto subordinata a logiche di controllo totale e iper sfruttamento. Non dimentichiamo inoltre che ogni singola connessione non fa che arricchire le multinazionali dei Big Data oltre a riempirne gli archivi con i nostri dati personali che consentiranno profilazioni sempre più raffinate.

Fondamentalmente la costruzione mediatica di una contrapposizione tra la libertà individuale e la salute pubblica è stata coltivata ad arte dai mezzi di comunicazione. Si è scelto di criminalizzare i comportamenti individuali e farli diventare un vero e proprio capro espiatorio per nascondere gli interessi degli industriali, che chiedevano e chiedono a gran voce di continuare la produzione nonostante gli evidenti rischi di nuovi contagi e focolai. Nel contempo il cittadino diventa complice e, sentendosi investito del ruolo di sceriffo, finisce per denunciare chi, a parer suo, non rispetta le norme.

È evidente che i dispositivi di protezione individuale e il mantenimento della distanza di sicurezza siano utili per contenere il contagio, ma il rischio è di finire in una spirale di controllo sociale repressivo e permanente. Se da un lato il senso di responsabilità ci impone di rispettare le misure di distanziamento sociale per arginare il contagio e preservare la salute collettiva, dall’altra non possiamo non rivendicare come tale scelta, apparentemente convergente con le restrizioni imposte dai decreti, sia mossa da ragioni ben diverse da quelle del Governo. Oltre allo smantellamento del sistema sanitario ad opera dei governi degli ultimi anni non va dimenticato come i nuovi dispositivi di controllo della popolazione (repressione del dissenso e delle condotte devianti, tracciamento degli spostamenti, militarizzazione delle strade, negazione del diritto di sciopero ecc …) cui è ricorso lo Stato in questo periodo in nome della salute pubblica, molto probabilmente resteranno anche a emergenza finita e andranno ad arricchire quell’armamentario di decreti sicurezza e legislazione di emergenza che già oggi limita le nostre libertà individuali e collettive. Ci sarà da comprendere, vigilare e forse difendersi da un futuro “Stato Dottore” che sarà sempre più legittimato a controllarci e medicalizzarci in nome di una salute pubblica sempre più lontana dai bisogni di tutti.

L’attuale pandemia dice con chiarezza che bisogna spostare lo sguardo dal profitto economico ai reali bisogni della umanità e del pianeta, perché in certe situazioni o ci si salva tutti, e insieme, o non si salva nessuno.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org

 
Testo tradotto in spagnolo

REFLEXIONES SOBRE LA EMERGENCIA

Estamos viviendo un momento muy difícil como dramático para nuestra sociedad. Si por un lado asistimos a un aumento progresivo del malestar individual, y de consecuencia del número de personas que estamos viviendo con dificultades la soledad a la cual nos obligan, por otro está el riesgo de un aumento de los conflictos interpersonales como de la conflictividad familiar debidos a la forzada convivencia.

Las mujeres que sufren de violencia doméstica se encontran obligadas a cohabitar con sus agresores; y se incrementan los casos de jovenes que, debido a las dificultades con sustentar un alquiler, se vean obligadas a volver a vivir con sus familias de origen así llevando una renovada centralidad del modelo de familia patriarcal. Los niños y los adolescentes también ellos privados de su libertad de socializar, jugar e interaccionar, se encontran con vivir situaciones particularmente dificiles.

En cuanto colectivo antipsiquiátrico somos preocupadas por el aumento de los suicidios, por el frecuente uso del TSO (Tratamiento Sanitario
Obligatorio), por el posible aumento del consumo de psicofármacos y de la contención física en las unidades diagnósticas y de cura psiquiátricas.

Denunciamos el uso del taser para apaciguar quienes están en dificultad.  Así como sucedió desde hace unas semanas dentro de un correos en Turín en que, a causa de un altercado explotado entre un hombre y los demás presentes por que él no llevaba su mascarilla, ese hombre fue aturdido por los carabinieri, y dejado al suelo en espera que llegase la ambulancia.

Además preocupante es la situación en los institutos penales que ya se quedan en repleto crónico. Ahora más que nunca se pone evidente la necesidad de la superación de la carcel a través de modelos alternativos de pena.
Una amnistía general es improrrogable, tan como la liberación de los detenidos por sus luchas sociales, de los drogadictos, de los presuntamente enfermos de patologías psiquiátricas, y en general de todos quienes expian penas por crimenes relacionados a las desastrosas leyes de prohibición de drogas.

La crisis económica y social que ya estábamos sufriendo anteriormente al inicio de esa pandemia, ahora arriesgamos que se amplifique y arrolles la gran mayoría de la población. En Italia el Covid-19 ha apresurado un proceso de años dirigido hacia la demolición del Servizio Sanitario Nazionale (Servicio Nacional de Salud) en beneficio de las cada vez más numerosas clínicas privadas,y por medio de políticas bipartidarias fundadas sobre recortes, empresarización y privatización: es difícil ocuparse de una verdadera tutela de la salud cuando para las ASL (centros territoriales del sistema nacional italiano) y las empresas hospitalarias la prioridad sea la de atender a sus balances.

Desde su principio el Covid-19 se nos mostró como “un virus para los ricos”, y cada vez más personas empiezan a enteder que ni siquiera todos estamos en el mismo barco. Un elevadísimo precio ya se lo están pagando quienes no tienen una casa o están obligados a compartirsela con otras en espacios inapropiados; quienes están obligados a realizar su propio trabajo sin llevarse los dispositivos de protección idóneos; quienes se han perdido sus empleos o quienes se encotran imposibilitados con hacerlo por que se lo llevan en negro. Además hay quienes no pueden beneficiarse del trabajo inteligente y del aprendizaje en línea por que no poseen un ordenador en sus hogares y una conexión internet fiable.
¿Pues, cómo lo consiguen los sin papel, sin hogar, sin acceso a la salud y amortiguadores sociales? Quienes que por necesidad viven en la calle corren el riesgo de un sucesivo agravamiento de su situación, tan desde el punto de vista judicial como de lo sanitario. Nos preguntamos ¿Ese estado de emergencia qué tipo de repercusiones provocará a quienes ya viven en una condición de aislamiento y exclusión?

Mientras tanto que asistimos al martilleante llamamiento a la unidad nacional, milliones de personas todavía se ven obligadas por su gran mayoría viajando en medios de transporte públicos repletos y sin protecciones de algun tipo, con ir a trabajar especialmente en sectores no esenciales en absoluto como lo de la industria armamentística o bienes de lujo.
Queda muy probable que los que nos gobiernan lograrán con atribuir los precios de esta emergencia a las trabajadoras, a los trabajadores y a los sujetos más frágiles; queda claro que no existe alguna voluntad de atacar los grandes patrimonios privadosllevando a cabo mecanismos de redistribución de las riquezas. Las emergencias sociales y sanitarias requieren un cambio en la distribución de los recursos colectivos los que, en cambio, durante las útimas décadas fueron dirigidos sin paro desde el público hacia lo privado con la aprobación de las industrias y bancos.

Sólo en los más recientes días nos dimos cuenta de como muchos contagios ocurrieron en lo interior de Fundaciones e Instituciones privadas,
en las RSA (Residenze Sanitarie Assistite; Residencias de Personas Mayores) y en las residencias psiquiátricassin que se tomasen adecuadas medidas de protección.
Dentro de esas instalaciones toda una indefensa humanidad a menudo y silenciosamente sucumbe a los abusos sociales por quienes ya les declararon como improductivos, y por lo tanto sacrificables. Con el manifestarse de nuevos casos, sus responsables decidieron de atrincherarse adentro y de cerrar cada tipo de contacto con el exterior, a pesar de que no tenían ni medios para contrastar la difusión del virus (según la deliberación emetida en Lombardía los mayores, ya que muy en riesgo, no deberían ser atendidos con cuidados intensivos; y de esto resulta que se hayan responsabilidades a nivel institucional regional).

Resulta que en varias zonas hay una masiva difusión de la epidemia, y en primer lugar sufren las consecuencias de eso los mayores de 80, los intrasportables y los mismos trabajadores sanitarios que ponen en riesgo su propia vida.
En una instalación psiquiátrica de la provincia de Génova los efectos debidos a la epidemia fueron dramáticos: de 40 húespedes 38 resultaron positivos a los  tapones, y de momento el contagio hizo registrar tres muertos.

En Milán dentro de la RSA de la Baggina se hubieron 200 muertos, y en la provincia de Brescia dentro de una instalación para mujeres expsiquiatrizadas los fallecimientos de vidas humanas fueron 22. Entre todas regiones, la Toscana no es menos que las demás: de 320 RSA,  56 de las cuales auditadas y encargadas a la gestión de las ASL, se hubieron aproximadamente 170 muertos. Se necesita una reflexión sobre el Estado garante: el gobierno al principio de marzo se pronunció declarando que la situación estaba bajo su control, pero los acontecimientos les desmentieron de inmediato. Los tapones para el personal sanitario llegaron con retraso, y dos meses después del inicio de la emergencia las mascarillas se les están entregando poco a poco.Mientras tanto que los presidentes regionales se pelotean sus propias responsabilidades en las regiones “suspendidas” como la Valseriana (provincia de Bergamo, Lombardía) se sacrificaron los mayores y los sujetos más vulnerables. Vamos a ver lo que nos planteará la así llamada Fase 2.

¿Cómo podemos tampoco pensar en los muertos en las Rems (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza; Instalación Psiquiátrica Penitenciaria)y en las carceles a causa del
Covid19? Una situación parecida a la actual nos demostra que la superación de las instituciones totales debería estar entre los objetivos de nuestras luchas. Los pacientes psiquiátricos afectados por el Covid 19 están doblemente a riesgo: según el testimonio de un médico que ejerce en Lombardía los psicofármacos interfieren con los tratamientos planteando un subitáneo problema de su dosificación, la cual a su vez causa un estado depresivo facilitando la acción del virus o un estado eufórico durante el cual los pacientes a menudo se arrancaron las mascarillas de oxígeno y así arriesgando su propia vida.De hecho, esos médicos, que no son psiquiatras sino internistas o virólogos, se encuentran con la modulación de una terapia para pacientes de los que ignoran completamente sus historias clínicas.

Desde hace unas semanas, los medios de información siguen describiendo esa realidad como un estado de guerra en el que nuestros hospitales representan las trincheras de hoy, y con una narración de los acontecimientos tendente a alimentar aquellos miedos e incertidumbres colectivas sobre las cuales se legitiman y encontran consenso todas las opciones de la gestión seguridaria de la que somos testigos.
El uso cada vez más generalizado de las redes sociales y de las tecnologías digitales comporta nuevos paradigmas de la vigilancia reconfigurando la organización del trabajo. Por supuesto las redes sociales facilitan los contactos interpersonales, pero nunca podrían reemplazar la necesidad de relaciones sociales sin mediaciones tan intrínsecas a la especie humana; más bien se queda el riesgo que las nuevas tecnologías acaben aún más estremeciendo y arideciendo nuestras relaciones socialesya bastante inconexas por modelos económico, políticos y culturales que se nos representan como ineluctables. La retórica del nuevo paradigma digital está del todo subordinada a lógicas de control total e hiperexplotación. Además no olvidemos que cada conexión no hace más que enriquecer las multinacionales de Big Data incluso rellenandoles sus archivos con nuestros datos personales permitiendoles perfilaciones cada vez más refinadas.

La construcción mediática de contraposición entre las libertades individuales y la salud pública fundamentalmente ha sido cultivada con arte por los medios de comunicaciones eligiendo de criminalizar los comportamientos individuales y convertiendolos en verdaderos chivos expiatorios para esconder los intereses de los industriales que pedían, y siguen haciendolo a gritos, de seguir produciendo a pesar del evidente riesgo de ulteriores focos y mismos contagios. Mientras tanto, los ciudadanos nos mudamos en complices, e investidos del rol de jerifes acabamos con denunciar los que aparentemente no se conforman a la ley.

Queda claro que los dispositivos de protección personal y el respeto de la distancia de seguridad resulten utiles para la contención del contagio, si bien nos arriesgamos de acabar en una espiral basada sobre un control social represivo tal y como permanente. Si por un lado nuestro sentido de responsabilidad nos impone de respetar las medidas de separación social para que se arginara el contagio y se preserve la salud colectiva, de otro no podemos dejar de reivindicar que una parecida opción, en aparencia convergente con las restricciones impuestas por los decretos,  se proceda de razones muy diferentes de las del gobierno. Además del desmantelamiento del sistema sanitario por obra de los gobiernos en los más recientes años, no tenemos que olvidar como los nuevos mecanismos de control de la población – tal y como la represión del disenso y de las conductas desviadas, el trazado de displazamientos, la militarización de las calles, la negación del derecho a lahuelga, etc… – a los cuales durante este periodo el Estado recurrió en nombre de la salud pública, muy probablemente permanecerán incluso con la fin de la emergencia, pasando a enriquecer aquellas herramientas de decretos de seguridad y leyes de emergencia las que, ya hoy en día, limitan nuestras libertades individuales y colectivas. Tendremos que entender, vigilar, y quizás defendernos de un próximo “Estado Médico” lo que será cada vez más legitimado en controlar y curarnos en el nombre de una salud pública aún más lejanade las necesidades de nosostros todos.

La actual pandemia nos dice que tenemos que cambiar nuestra mirada desde las ganancias económicas hacia las verdaderasnecesidades de la humanidad y del mismo planeta, ya que en ciertos momentos o nos salvamos todos, y conjuntamente, o nadie lo conseguirá.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud 

traducido por francesco_giannatiempo

Tra un ospedale e un carro armato nessun dubbio per lo stato

Destinare anche solo le spese per mantenere fermi i caccia f35, darebbe ossigeno e pane alle nostre genti. Ma uno Stato, in quanto tale, non può privarsi della sua stessa indole, del suo io più profondo, della sua essenza. Lo Stato è guerra, è violenza, non è un’associazione di beneficenza, accorti? Tra un ospedale e un carro armato, lo Stato sceglie il carro armato, e senza indugio alcuno! Non è roba di questi giorni, lo Stato è questo da quando è stato inventato. Se io voglio trovare un sistema diabolico per sfruttare e incattivire interi popoli, e farli scannare tra di loro, devo usare lo Stato, non c’è altro mezzo! Ma lo Stato è una religione, diceva Malatesta, e vale solo se uno ci crede. E per credere in un simile Leviatano, fino ad immolarsi per esso, occorre proprio un buon indottrinamento obbligatorio e di massa. Non c’è altra via. Inutile adesso sperare che il governo tagli un po’ di spese militari per destinarli alla sanità, ricordiamo che questo governo già a gennaio sapeva dell’infezione e aveva dichiarato, senza dirlo a nessuno, lo stato d’emergenza fino a luglio, e nel frattempo ci invitava a socializzare. Se avete difficoltà a respirare, se non vi fanno il tampone, se in ospedale non trovate respiratori, sapete con chi prendervela: con la vostra religione e i vostri sacerdoti in parlamento!

 #popoloistruito  #controcultura

 
Paolo SchicchiTra un ospedale e un carro armato nessun dubbio per lo stato

Lascia fuori lo sbirro che é in te

Non è necessario indossare un’uniforme per essere uno sbirro, un servo dello stato, e neanche portare armi addosso come fossero appendici per frustrati autoritari. Direi anzi che gli sbirri con divise e pistole sono meno pericolosi proprio perché riconoscibili in quanto tali. Ma quando tutta la società viene modellata sul servilismo, sulla gerarchia e la competizione feroce, ovvero sull’autoritarismo, allora si è certi che lo sbirro è anche il tuo vicino di casa che ti controlla, o la massaia al mercato che indica il ladro di mele all’autorità, o il genitore che ordina e punisce, o l’impiegato arrogante che ti chiude lo sportello in faccia, o la maestra che addestra all’obbedienza e all’adattamento borghese, o il prete che predica la rassegnazione, l’inazione e la vana speranza, o il ragazzo ‘per bene’ che insulta l’immigrato, o la segretaria che fa la spia con la miserevole speranza di ottenere un sorriso dal capo… Lo sbirro sei tu.
Quando tutta la società si fonda sulla gerarchia e sui ruoli, sul mito assurdo della legalità, tutti sono degli sbirri, spesso inconsapevoli di esserlo. Li vedo tutti orribilmente adattati, leccaculo e asserviti, inneggianti alla legge, proprio come dei soldatini allineati e pronti a ricevere ordini e ad eseguirli, con la smania patologica di farlo bene. Lo ‘sbirro dentro’ è ovunque, e ha la particolarità di denunciare e criticare sempre le azioni e i pensieri di chi è altrettanto sfruttato, e di difendere invece chi sta più in alto di lui, sognando una ricompensa come fa ogni cane dopo un ordine eseguito bene. Dove volete che conduca questa cultura militare e fascista? Non vediamo i risultati ottenuti e che peggiorano sempre di più? Se esiste un’illusione perenne in questa società, è quella di credere che ci si possa emancipare attraverso il mantenimento di questa cultura ‘adattante’, che è una cultura che la scuola innesta nelle innocenti coscienze e mantiene abilmente in vita attraverso la manipolazione dei bambini. La scuola, cioè la fabbrica della massa servile, è sempre attiva, perché senza servi non potrebbero mai esistere padroni e ingiustizie.Lo sbirro dentro

Sole e Baleno a Fontamara

Riceviamo dall’autore Francesco Sani in data 13/7/2019 e pubblichiamo

Torino dormiva ancora, era sabato. Piazza Vittorio Veneto si allargava e le sue linee si definivano. La luce del mattino sembrava venire dal basso e non dal cielo. Un pensionato, lo chiameremo Camillo, nome caro a Torino, entra in un bar e ordina la colazione. Si siede a leggere La Stampa.
Era il 7 Marzo 1998 e il titolo principale se lo prendeva il battibecco tra D’Alema e Berlusconi sulla bicamerale. In fondo, a pagina trentasei, la notizia di tre terroristi arrestati in un blitz a Collegno e la parola squatter, che Camillo impara quel giorno. Edoardo Massari e Silvano Pellisserio, «squatters con la passione per le armi», continua l’articolo. La terza è Maria Soledad Rosas, «vicina al mondo dell’anarchia, frequentatrice degli squat torinesi.» Camillo vorrebbe vederla ma di lei non c’è la foto. «Incerto il ruolo che avrebbe avuto nella vicenda.»

Era il 7 Marzo 1998 e il titolo principale se lo prendeva il battibecco tra D’Alema e Berlusconi sulla bicamerale. In fondo, a pagina trentasei, la notizia di tre terroristi arrestati in un blitz a Collegno e la parola squatter, che Camillo impara quel giorno.

Quella di Soledad è prima una storia argentina, poi, dal Giugno del 1997, il suo nome si restringe in “Sole” e la sua diventa una storia torinese. Prima dell’alba di un 11 Luglio di 21 anni fa la storia finisce. Alla stessa ora, nello stesso modo e nello stesso giorno della settimana scelto dal suo compagno, Edoardo Massari, per tutti Baleno, Soledad ha deciso di morire.
Quando Sole arriva a Torino va ad abitare nell’asilo occupato di Via Alessandria e scriverà: «il mondo è tanto grosso, ma c’è un posto per ognuno, e io penso di aver trovato il mio». Lì vive a stretto contatto con un gruppo di anarchici, tra cui Baleno. Non si era mai interessata di politica, riferisce la sorella, ma riconosce nella battaglia che stanno combattendo quei ragazzi la sua battaglia e in poco tempo si unisce a loro.

Il 5 Marzo i carabinieri dei Ros e gli uomini della Digos torinese fanno irruzione nell’ex obitorio del manicomio di Collegno, luogo occupato dal Giugno 1996, e mettono in manette Sole, Baleno e Silvano che si trovavano là. Arresto poi confermato il 7 Marzo dal giudice per le indagini preliminari, Fabrizia Pironti. L’accusa è molto grave: associazione sovversiva con finalità  di terrorismo (art. 270 bis c.p.)

Maria “Sole” Rosas

Il 26 Marzo del 1998 è giovedì e il tribunale respinge ogni istanza di liberazione. Sabato all’apertura della cella Baleno è un corpo morto sospeso in aria da un lenzuolo. In una lettera straziante mandata ai compagni anarchici Sole scrive: «la galera è un posto di tortura fisica e psichica, qua non si dispone di assolutamente niente, non si può decidere a che ora alzarsi, che cosa mangiare, con chi parlare, chi incontrare, a che ora vedere il sole […] Edo ha voluto finire subito con questo male infernale. Almeno lui si è permesso di avere un ultimo gesto di minima libertà, di decidere lui quando finirla con questa tortura.» La mattina del 2 Aprile Camillo potrà finalmente vedere la sua foto nel giornale: le due dita medie alzate tenute vicine dalle manette ai polsi il giorno del funerale.

Alla stessa ora, nello stesso modo e nello stesso giorno della settimana scelto dal suo compagno, Edoardo Massari, per tutti Baleno, Soledad ha deciso di morire.

Poi passano meno di quattro mesi, stesso giorno della settimana, stessa ora, stesso metodo. Soledad muore d’amore.
a Roma la corte di cassazione invalida l’accusa di attività terroristica con finalità eversive. Nel 2002 la Corte di Cassazione di Roma smonta le tesi dei pm torinesi Maurizio Laudi e Marcello Tatangelo. Non si trattava di un’associazione terroristica, ma di tre persone che al massimo si erano macchiate di reati minori. Silvano viene liberato.

Manifestazione in favore di Sole, Baleno e Silvano, 4 aprile 1998

Il film da poco uscito, Soledad (Augustina Macri, 2018), ha riacceso una luce su questo caso di cronaca. Non è stato proiettato a Torino a causa delle proteste avvenute durante le riprese con chi Sole e Baleno li ha conosciuti e vissuti e che rifiuta «quest’opera di spettacolarizzazione della storia del movimento di quegli anni e delle vite dei militanti che vi parteciparono». (Dal comunicato di Radio Blackout del 21 Ottobre 2017)
Soledad si costruisce sul libro Amor y anarquia: la vida urgente de Soledad Rosas (Planeta, 2003) di Caparrós che, in maniera anch’essa controversa e contestata, ha raccolto questa storia. Pone quindi al centro le vicende di Sole, le quali non possono certo non rendere co-protagonista anche il suo compagno. È su di lui che Camillo continuava a rimuginare in quei giorni. Da giovane leggeva molti romanzi e in uno di quelli Baleno c’era. Non si chiamava Edoardo Massari e non viveva a Torino. Era un cafone di Fontamara, Berardo Viola – si intende il termine cafone così come lo intendeva Ignazio Silone nel suo romanzo e non nell’uso corrente: identificativo di un ceto molto povero, il più povero.

Il film da poco uscito, Soledad, ha riacceso una luce su questo caso di cronaca. Non è stato proiettato a Torino a causa delle proteste avvenute durante le riprese con chi Sole e Baleno li ha conosciuti e vissuti e che rifiuta «quest’opera di spettacolarizzazione della storia del movimento di quegli anni e delle vite dei militanti che vi parteciparono».

Fontamara è del 1933, anche se in Italia uscì solo nel 1945 per la censura del regime, e narra le vicende di un piccolo villaggio tra le montagne marsicane. Fontamara è un paese con le sue caratteristiche peculiari, ma gli ultimi si somigliano in ogni parte del mondo, «fanno nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé», tanto che a posteriori Silone disse: «Il segreto del successo di Fontamara mi si è rivelato solo quando ho appreso che certe traduzioni incontravano difficoltà da parte della censura di vari Paesi. In Polonia e in Jugoslavia, per citare due esempi, le autorità non volevano credere che si trattasse di una traduzione dall’italiano e pretendevano che si trattasse di un trucco per raccontare in barba alla censura la storia di un villaggio polacco o jugoslavo». Tempi e luoghi allontanavano anche il fontamarese Berardo Viola dal piemontese Edoardo Massari. Tuttavia nella loro ribellione senza compromessi, nel loro ideale di giustizia sociale prima ancora che personale, nella loro resistenza ai più forti, nell’essere portavoce del loro popolo, disposti a mettere in gioco la vita con l’imprudenza e il coraggio dell’amore, in questo erano sovrapponibili.

«Coi padroni non si ragiona». Questa era la regola di Berardo, che di ingiustizie, anche lui, ne aveva viste tante. «Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona.»

«Coi padroni non si ragiona». Questa era la regola di Berardo, che di ingiustizie, anche lui, ne aveva viste tante. «Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona. […] Il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dar la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra. Può essere persuaso che nell’altro mondo c’è l’inferno benché lui non l’abbia mai visto.»
Come Baleno, anche Berardo è morto in carcere, appeso per il collo nella sua cella. Ufficialmente suicidio, come Baleno. Morto per diventare un simbolo, per tentare di salvare la sua gente. «Il primo cafone che non muore per sé, ma per gli altri». Berardo Viola è vissuto e morto con una sola, salda, convinzione: non ci sono poteri buoni. Berardo Viola non conosceva nulla della politica, né tantomeno dell’anarchia, ma pur senza saperlo era un anarchico.

Lettera di Peppe dal carcere di Alessandria

Riceviamo e pubblichiamo

 

Casa circondariale San Michele (Alessandria)

8/02/20
Un forte abbraccio a tutti i compagni che mi sono stati vicino e a quelli che fuori il c.c. d’Alessandria hanno espresso solidarietà rumorosa e in un orario inaspettato e a chi nonostante tutto pur essendo incarcerati anno quel cuore che batte per l’azione diretta contro stato, chiesa e capitale e i suoi servi in divisa riducendosi a liberarsi da
quelle catene fisiche e mentali che pm, la direzione del D.A.P e la procura di Torino vorrebbe stritolare intorno a noi.
Lor signori ci provano attimo per attimo ad annientarci, ma vi garantisco che non ci riusciranno mai, perchè in quanto anarchici e vivendoci la nostra tensione ognuno a modo nostro distruggendo e sabotando con mezzi e tempi a nostra disposizione questa società opprimente già abbiamo vinto e siamo riusciti a scardinare quel catenaccio che chiude quella catena intorno a noi!!! Perché in confronto a tutti i compagni che sono fuori e possono esprimere la propria rabbia in mille modi e forme diverse sempre con la stessa finalità di distruggere questo status quo!!!
Infatti visto che i tentacoli dello stato repressivo, che sono putridi, velenosi e letali che si allungano ogni giorno cercando di stritolarci e avvolgerci nella loro oscurità giù nelle loro profondità.
Basta poco per fargli mollare la presa, una sforbiciata, qualche bruciacchiata o attaccare la piovra direttamente al cuore, dove si può fare più male e riuscire in qualche modo a sfuggire alla macchina infame e repressiva!! Per noi prigionieri anarchici e rivoluzionari e diversi il tipo di confronto che si ha con le autorità e come vivere in trincea, siamo quotidianamente faccia a faccia col nemico, nonostante abbiamo poca agibilità nel muoverci riusciamo a mantenere vivo quel pensiero nobile e vivace contro le carceri e la società che le mantiene vive, contro le sue celle, contro chi vorrebbe privarci anche delle nostre scelte. Infatti proprio di questo voglio parlare di scelte prese da me e nel modo in cui un individuo può e vuole esprimersi. Il 20\01\2020 quella gioia della pm pedrotta mi avrebbe fatto notificare il foglio di fissazione dell’interrogatorio che si terrà dentro il c.c. d’Alessandria il 7\02\2020.
Io insieme al mio avvocato avevamo scelto di non presenziare e ci saremmo avvalsi della facoltà di non rispondere facendogli arrivare la comunicazione sia dall’esterno che dal carcere.
Sta gran gioia della pm ha rifiutato la nostra richiesta e caso mai non avessi presenziato mi sarebbero venuti a prendere coattivamente in cella per trasportarmi sempre dentro la struttura di Alessandria nella camera dei magistrati. Ma cari compagni, se quella grandissima «gioia» della pm gode di poca fantasia nel puntare
l’interrogatorio alla ricorrenza di un anno fa, quando fece partire l’operazione «scintilla” che ha colpito nell’ultimo anno i compagni di Torino, io residente nel Veneto ed è riuscita a bussare pure nel blindo di un altro individuo «già sotto inchiesta e in carcere per un’altra operazione!».
Che cerca di far carriera sulla nostra pelle la pm si è capito bene dalle seguenti motivazioni:
1_Perché non ha nessuna intenzione di chiudere le indagini.
2_Perché ostinatamente cerca di catturare qualche uccel di bosco oltre le Alpi, usando ogni perfido strumento, per chi è fuori «in libertà» con lo spiarci, denigrarci ed intimidendo cercando di fare terra bruciata attorno a noi e per affilare la sua meschinità, riesce a farci rinchiudere in una sezione in disuso. Senza niente.
Ho addirittura in qualche sezione protetta, Indignato da tutto ciò mi esce un suono solo dalla mia bocca « l’unica infame è lei pm pedrotta!!!» Infatti la riposta da parte mia ad un interrogatorio forzato non si è fatta attendere portando dentro di me lo sgombero di quel cuore di casa che batteva in «barriera di Milano». Le preparo tutta l’accoglienza degna già dal 6\02\2020 creando un giorno di disturbo dentro la struttura, cercando di causare più
danni materiali possibili. Facendo lavorare gli zelanti secondini e riuscendo a fargli avere una bella relazione sul tavolo a quella stronza della pm.
Diciamo che una giornata intensa ci fu. Piena di gioia nel ribellarmi, di amore nel frantumare e di rabbia nell’imposizione che dovevo subire. Partendo già dal mattino del 6\02\2020, aspettando l’apertura alle 09:00, mi rifiuto di andare al campo e rimango da solo in sezione per non causare problemi ad altri compagni. Alle 09:10 entro in saletta e mando in frantumi tutte le gelosine. Avendo finito pochi minuti dopo passo a quelli nel corridoio e dopo essermi liberato una volta per tutti da quella tortura opacizzata che non riesci a vedere neanche il cielo a
quadretti dietro fottutissime sbarre vengo tradotto in cella dove continuo la mia battitura innalzando slogan contro le carceri e i cpr. Alle 10:00 vengo chiamato dall’ispettore. Accerchiato da 4 secondini mi chiedono gentilmente ed educatamente il perchè della protesta. Io dichiaro che «se quella stronza voleva farmi partecipare il 7
obbligandomi anche con l’uso della forza; la risposta sarà chiara e diretta». Convinti loro che già era finito tutto, rientro in sezione. Accieco le telecamere del corridoio tappandoli con colla e adesivi e provo a staccare i fili, ma si staccano solo dal muro. Vengo tradotto in cella e continuo rumorosamente fino alle 11:00. All’arrivo degli altri
stacco la protesta. Si pranza alle 12:00. Mi preparo un caffè e da solo scendo all’aria alle 13:00 portando con me la caffettiera; scortato da 3 guardie mi chiudono al passeggio e dopo poco incomincio con la mia moca a  infierire sulle vetrate del passeggio e nelle finestre che costeggiano il muro; dopo urla e rumore dei vetri blindati entrano le 3 guardie che sequestrano la caffettiera. Urlo un’ altro po e alle 15:00 risalgo. Da quel momento non ho più avuto la possibilità di continuare anche durante l’ora di socialità perchè ero guardato a vista; ma incentivi danni erano stati
creati riuscendo a non arrivare allo scontro con le guardie. L’indomani, il 7, scendo al passeggio con gli altri e alle 10:00 vengo chiamato, provo a rifiutarmi verbalmente ma è inutile, l’ordine è di farmi scendere e quindi vedo prima l’avvocato. Alle 11:00 mi chiama la pm e davanti all’avvocato richiedo di non presenziare ancora una volta prima di entrare; una volta dentro esprimiamo il nostro dissenso ma davanti all’avvocato la pm insiste di rimanere presenti. Quindi con 6 porci giunti dall’esterno e i secondini nell’altra stanza incomincia la sua teatrale parlata, toccando punti diversi e a ogni argomento si rimane in silenzio, ribadendo ogni volta «ha finito posso risalire in cella». Una volta finita la pagliacciata, faccio uscire l’avvocato nel corridoio e mi soffermo nella stanza dell’ufficio per rompere quel silenzio che c’era stato intonando slogan e lanciando qualche foglio in aria e creare un po di frastuono; un minuto circa e vengo tradotto di corsa in sezione!!!
Aver stabilito ancora una volta che non ci sarà mai un saluto cordiale con chi indossa una divisa o una chiacchierata piacevole con un giudice, magistrato o pm che provano quotidianamente a seppellirci vivi. Ma impavidi continueremo contro la tortura carceraria e ogni azione che noi detenuti riusciamo a portare avanti possa in qualche modo portare uno spiraglio di luce e mandare quella «scintilla» che accenda i cuori dei pensatori libertari e riuscire a trasmettere da dentro che non si ha nessuna intenzione di cambiare le scelte prese senza fare mai un passo indietro e che ogni gabbia si può frantumare!!
Per l’azione diretta, per la libertà, espandiamo anarchia.
Sciacca Giuseppe

 

2 parole di Peppe dal carcere di Montorio VR!! !

Il testo integrale scritto da Peppe prima di essere trasferito dal carcere di Montorio a quello di Alessandria.
2 parole di Peppe dal carcere di Montorio VR!! !
Ciao a tutti vi comunico che nonostante tuto sto bene! ! !
Non mi trovo più in isolamento, ma sono rinchiuso dal 26/12/19 in una sezione fantasma, sepolto vivo, s enza doccia, a volte la luce rimane accesa pure di note, senza tv, le angherie di qualche zelante secondino, del tipo sbaterti il cancello mentre dormi, o non farmi avere il pane da un detenuto che lo stavano trasferendo e altre piccole meschinità che messe assieme formano una vera e propria tortura fisica e psicologica. Ma sono ancora qui, rinchiuso a urlare chiedendo i miei diritti!!!
Nelle cellette sono da solo, la sezione è composta da 8 celle tutte vuote rote e senz’acqua calda ne riscaldamenti!!! Ora vi spiego meglio perchè sono rinchiuso, a chiedere tuttoggi ciò che mi spetta, i miei diritti, senza abbassare il capo! ! ! Niente di cui uno non mette in conto quando si finisce nelle patrie galere!!! Perchè dove ero detenuto prima, nella sezione 2corpo2 che già è per isolati e adatta per i circuiti AS2 e AS3e proprio in quella sezione vengono tradotti chi litiga con le guardie o quei detenuti che commettono atti non idonei all’ordine costituito dal regolamento della strutturta!! !
Infati, proprio perchè era già di per sé una sezione punitiva, in queste cellette ci dovevo rimanere massimo un giorno, il tempo del rapporto disciplinare “rapporti che come di consuetudine nei confronti dei compagni non si contano più.
E dovevo risalire in sezione, e invece no!!! Lo Sciacca è anarchico e per questo è giusto che sia dove non sbatte il sole, e dal 26/12/19 a tutt’oggi, 8/1/20 , che sono nell’angolo più buio del carcere di Montorio dove non funziona niente e tentano di neutralizzare l’individualità di una persona, e, credetemi cari compagni, con me gli verrà tutta in salita !!! e porto avanti sempre la stessa teoria che il carcere non è un inserimento nella società, “la stessa che vogliamo distruggere”, ma è soltanto una forma di repressione brutale al servizio di uno Stato assassino e terroristico!!!
Immagimnatevi che dovevo finire il 12/1/20 ma purtroppo non è andata così. Mi chiama la direttrtice che alla quale manco mi ci presento, per notificarmi altre denunce e altri rapporti e quindi in automatico non mi fanno salire nella sezione punitiva e quindi lasciandomi a marcire qua dentro, immaginatevi, avendo soltranto 1 penna e pochi fogli, e “per fortuna tanto materiale spedito da fuori per leggere”.
Con una penna a dispopsizione mi sono sbizzarito a passare qualche ora a disegnare e scrivere in quei muri già fatiscenti di loro, con mille firme su quei muri grigi, squallidi e tenebrosi come la vita dei nostri, oggi miei aguzzini, qualche testo di canzone, qualche A cerchiata, e qualche slogan, trito e ritrito da anni nelle piazze. E proprio tramite queste scritte si sono sentiti nel dovere di trascriverli e mandarli alla procura di Torino, tanto sono deficienti che hanno bisogno di 4 scritte per capire che sono anarchico? E lotto da anni a fianco di tanti e contro questo stato squo!!!O forse la loro inchiesta è sempre più traballante e infondata? E quindi cercano di spremermi e mettermi in cattività? Per riuscire a strappare sempre quel dito medio e pronto all’uso! ! !
Nonostante tutto, dal primo giorno d’isolamento nella sezione punitiva 2Corpo2e con una telecamera puntata addosso sopra la mia cella. Non sono stato con le mani in tasca, chiedendo chiedendo ciò che mi spetta e non esaudfendo non mi hanno reso docile e quieto, sapendo bene ciò che ci infliggono a noi compagni e, appurato in primis nelle mie intenzioni precedenti, “a parte la persecuzione poliziesca prima di preparare una montatura” !! !
Che un individuo non si deve fare né abbattere né demoralizzare, ma sopratutto non deve lasciarsi sottomettere nel proprio modo di vivere la propria tensione anarchica, convinto come sempre che l’unico modo per affrontare la propria prigionia e di continuare il lungo percorso impervio della rivolta contro qualsiasi potere e forma d’autorità!!! inoltrandosi continuamente tra le fiamme del presente con ogni mezzo a propria disposizione.
E allora dal 28/11/19 si sono innalzate urla di rabbia e libertà, che nel giro di 3 giorni hanno influenzato anche la sezione 2 corpo 1e quindi col pecorone di turno, “l’Imam”, ci si mette e ci si trova d’accordo che dopo il vitto e la sua preghiera del cazzo, si innalzano le urla, la sezione rimaneva in silenzio per poi esplodeere imn una grossa battitura !! !
Tutto ciò è accaduto perchè sono rimasto quasi 4 settimane senza soldi “ il vile denaro, ma quando serve serve e non è stato per colpa dei compagni che mi sostenete da fuori”. Fino al 4/1/20 ! ! !” Tutt’oggi senza telefonate né ai miei cari né al mio avvocato, senza riuscire a vederlo. Dal 26/12/19 a oggi 8/1/20 Emi ha potuto constatare in che stato ero messo ! ! ! ho risposto a tuti i compagni che mi hanno scritto, ma non ho avuto risposta, strano?!! Solo 1 lettera da mia sorella, e lettere dalla mia compagna e proprio da lei, Emi, neanchlamento che stavo subendo, riuscivo ugualmente a comunicare con l’estern! Spero solo che vi siano arrivati, perchè io di risposte non ne ho ricevute, ma il vostro calore ha pltrepassato queste mure! E quindi ho deciso di portare più fastidio, più disturbo e fargli capire che leloro miserie che serpeggiano nelle galere, mantenendo atteggiamenti sgradevoli e provocatori “non solo nei confronti di noi compagni, ma anche a chi non sottostà al loro volere”, cercando di portarci all’esaurimento e a farci perdere la pazienza, con l’isolarci e tenerci all’oscuro nel tentativo di fiaccarmi o di perdere la lucidità per poi ricevere il dolcino, quel dolce amaro che mai ti scende giù !!!
Ancora ci ho in mente quella cella buia grigia, sporca con dentro lei, che con fare accondiscendente e fraterno mi diceva che “nemmeno loro credevano a ciò che avevano scritto su di me, e visto che la situazione era grave, quando volevo potevo chiamare lei” (ispettrice). Dandomi in mano stralci di conversazionni di compagni, amici e fratelli che, nonostante tante divergenze, rispetto e continuo a rispettare. Ribadisco che se avessero deportato un fratello per me e un compagno mio e di tanti, avrei fato di tutto per bloccare quel rimpatrio, anche di rischiare la libertà!!!
Perchè un conto se ne rimpatriano un tot al mese e hanno tutta la mia solidarietà e vicinanza.
[Vicinanza non per quello che vorrebero loro, essere inseriti nel sistema, perchè è quello che chiedono loro e di tutto quello per cui noi anarchici lottiamo e un giorno non molto distante abateremo pur vendendo cara la pelle! Ma la vicinanza e solidarietà mia e di noi anarchici dovrebbe essere per le sevizie, umiliazioni, torture per arrivare all’ingabiamento che devono subire dopo aver passato le intemperie della natura per chi ci riesce.
Tutto ciò per sfuggire a fame, guerre, ecc. per arrivare nelle coste più vicine, dove a parer loro, si respire aria di libertà, di diritti e democrazia, quando invece per noi non tira aria di guerra, e nel cervello ci gira solo una parola “vendetta” !!! che ovviamente ognuno di noi la esprime come meglio può; c’è chi lancia qualche palina, chi scrive sui blog e fa tanti bei comunicati; chi fa qualche scritta o sgretola qualche vetrina. C’è poi chi chi si accolla la tensione “scontri” sotto un C.P.R. O carcere, e per non farsi mancare niente, c’è chi sfugge alle dinamiche cittadine di lotta imposte da anni e anni, per fargli capire che non c’è sistema autoritario statale o repressivo che li può proteggere, e c’è chi collabora con la macchine repressiva dello stato, può essere e dev’essere attaccato per essere fermato e che niente scorderemo e che tutto gli sarà tornato! ! ! ]
Un altro conto è se reimpatriano uno con cui ci ho condiviso il pane, e ciò non significa essere emotivi. Ma era per fargli capire a quei porci che origliavano che ci saremmo stati tutti. Portano una sola telefonata, ma quel giorno ne avrei fatte 1.000 e non solo in Italia! Sempre dello stesso tenore ! ! ! Comunque si percepisce sia da queste righe che sto scrivendo che dalla detenzione che sto subendo, quale sia stata la mia risposta all’ispettrice, con l’aiuto che mi voleva dare !!! e quindi, visto quello che stò subendo a Montorio ho provato imn tutti i modi a farmi trasferire con urla, slogan, sbatiture, ma l’accanimento nei miei riguardi e in quel’oscurità che mi vorrebbero imbottigliare ho deciso di prendere posizione più di quanto ne abbia già.
Senza scendere ad atti di autoolesionismo, perchè non li ho mai condivisi” e di alzare la testa ancor di più, e infati alle 17.00 del 26/12/19 meto un tavolino per bloccare il blindo e lancio fuori dalla cella 1 armadieto, secchi, scope, stracci, frutta e quant’altro mi capitava tra le mani. In poche parole ho dato un po’ di luce e creato un po’ di spazio alla stanza, consegnato il divieto di incontro con tutti e aver stabilito che non ci saraà mai da parte mia un saluto cordiale con chi indossa una divisa e soprattutto con chi ci rinchiude con le proprie mani chiavi!!
Non si può fraternizzare col proprio nemico, ma bisogna avere la stessa fierezza e coerenza di andare sempre in senso opposto ostinato, sapendo bene delle conseguenze cui si va incontro(*). E non sto parlando di certo di un’idea soltanto politica da cui prendere posizione o di condividere attraverso i social network, ma di essere sempre presenti nelle lotte e nel sostegno dei compagni che lottano e non guardare a chi l’ha messo su FB!!!
Voglio dire chiaro e schietto che con lo stesso coraggio con cui portiamo le nostre lotte con idee e pratiche fuori da queste mura, dobiamo avere la stessa coesrenza e prendere coscvienza di lasciare un messaggio forte a chi tenta di ingabiarci, isolarci, azzittirci, dentro queste gabbie, e che dentro a queste mura hanno rinchiuso anarchici ribelli, rivoluzionari e che non ci piegheremo mai al potere dominante !!! C’è chiusa la tecnica di autodifesa mentale, aspettando che gli attacchi dei secondini finiscono prima poi; c’è chi reagisce ai soprusi delle guardie spaccando le finestre di plaxigas, come a Alessandria, chi devasta l’area colloqui (a Ferrara), chi prova a riconquistare la libertà, cercando di scavalcare il muro di Brucoli, chi ha portato lo sciopero della fame ad oltranza come a L’Aquila, e c’è chi a Montorio ha organizzato sbattiture e ha spaccato la cella finendo contro le gabbie delle guardie.
Sappiamo per certo che parti del mondo bruciano di libertà da Hong-Kong al Cile, da una parte all’altra del mondo divampa la rivolta ed è proprio per questo che lor signori, togati, in borghese e in divisa allungano le mani verso quei compagni più visibile che in modo arduo mantengono vivo quel braciere di rivolta. Ma voi benpensanti di sinistra, pensatori libertari, populisti, coretyori di puntini e mendicanti di visibilità, che ne sapete di ciò che prova un sincero compagno anarchico? “Pur non lavandomi da 12 giorni” mi sento addosso quel mare di sangue sparso nel Mediterraneo, mi rimbobano in testa quei tremolii di freddo e urla di disperazione che s’innalzano dalle montagne dei nostri confini, le immagini ci appaiono come Flasch Bekdi corpi congelati senza scarpe e di centinaia di uomini donne e bambini galleggianti violacei e senza respiro, che cercano e prima o poi avranno vendetta.
Diversi paesi bombardati in nome della democrazia per il profitto di pochi, quei porci che prima o poi sanguineranno pure loro, vedere e sapere di interi territori, devastati, prosciugati e spopolati o sentirsi quel macigno della macchina tecnologica che avanza sempre più ed averne la consapevolezza di non essere più persone libere, ma numeri e ad ogni numero corrisponde una scheda ben dettagliata, con foto, impronte digitali, D.N.A. E una rete fitta che si allarga come una ragnatela di contati e frequentazioni, di amici, conoscenti e familiari! Ecco cosa fanno lor signori, ecco cosa fa chi governa, chi siede al potere, vestiti puliti, ma senza un cuore, e con le mani sporche di sangu, uccidono, stuprano, bombardano, sterminano e cercano di distruggere i nostri sogni di libertà, sogni che alo stesso tempo sono già distruttivi !!!
E usando i loro servi strisciano quotidianamente come dei luridi vermi nelle nostre vite, vicini a tal punto di sentire il loro alito fetente dietro al collo! Ma per scendere a tale meschinità e fare tutto ciò, vuol dire che hanno paura e per avere così tanta paura, significa solo una cosa, che il loro sistema e la loro sicurezza vascillano sul’orlo del baratro e che il loro sistema a livello mondiale che ostinatamente portano avanti è colmo di dèfaillance (debolezze, crisi …), e pieno di crepature. Bisogna solo avere un po’ di coraggio, essere più vulnerabili e, quando meno se lo aspettano attaccarli dove gli facciamo più male: e noi saremo sempre pronti ad essere quel granello di sabbia che inceppa gli ingranaggi di questa società nefanda. E continueremo ad essere quei cuori pazzi che corrono su quei sogni colorati, su quei binari di pazzia, ancora qui a sudare e sputare sangue per quei sogni di fuoco, caldi come le nostre mani, forte come la nostra rabbia !!!
(*)Avevo messo in conto rapporti, giorni di isolamento nella sezione dove ero, ma non avevo messo in contto che rimanevo senza tv, doccia, riscaldamenti e in una sezione inagibile, da solo, credevo che usciva fuori dai diritti umani di un detenuto, fuori forse qualcuno non ha capito e non ha saputo comunicare ciò che stava capitando qua dentro.
Un forte abbraccio a Madda sorellina mia, a Nat. E me frati Gimmi!
E un forte abbraccio a pugni stretti e nervi tesi a tutti i compagni rinchiusi nelle galere ! Raga sempre a testa alta ! ! !
PER L’ANARCHIA PER LA LIBERTA’
FUOCO ALLO STATO FUOCO ALLE GALERE

Sentieri in cammino (Olmo Losca)

Dal 10 febbraio  per le Autoproduzioni Cassa Anti-Repressione, sarà disponibile il libro “Sentieri in Cammino” di Olmo Losca. Un libro tascabile (96 pagine) di racconti sociali. Il ricavato della vendita dei libri sarà destinato ai compagni e alle compagne che sono in carcere. Un gesto, seppur piccolo, di solidarietà nei confronti di chi lotta e subisce la repressione quotidianamente.

Il costo del libro è di 10 euro più 5 euro per le spese di spedizione.

E’ possibile prenotare la propria copia fin da adessoSentieri in cammino contattando all’indirizzo e-mail che segue

 

cassaantirepressione1@gmail.com

Piazza Fontana. E se ne traessimo delle conclusioni? – Volantino distribuito in Trentino

In occasione della presentazione de “La bomba” del giornalista Enrico Deaglio, il 7 novembre a Trento e il giorno successivo a Rovereto, è stato distribuito questo volantino assieme alla dichiarazione collettiva – “Ai cuori ardenti” – dei compagni imputati nel processo “Renata”.

 

È proprio vero che la storia insegna, ma non ha scolari.
Se terrorismo è «l’uso indiscriminato della violenza al fine di conquistare,
consolidare o difendere il potere politico» – definizione che si poteva trovare
ancora in qualche dizionario degli anni Settanta –, la strage di piazza Fontana
va collocata in una storia ben precisa. Di fronte alle lotte degli sfruttati, il potere
politico ha risposto sempre in due modi: o colpendole in modo brutale o
recuperandole attraverso la loro istituzionalizzazione. La seconda opzione non
ha mai escluso la prima. La maniera forte attraversa tutta la storia italiana –
dalla monarchia alla repubblica, dal fascismo alla democrazia – inglobando via
via elementi diversi. Gli eccidi di lavoratori sono stati per decenni monopolio
dell’esercito, delle guardie regie, dei carabinieri, della polizia. I lavoratori
caduti, fra il 1919 il 1920, per mano delle forze statali superano di numero
quelli provocati dallo squadrismo fascista fra il 1920 e il 1924. Squadrismo
finanziato dagli agrari e dagli industriali, organizzato dagli ufficiali
dell’esercito, favorito da carabinieri e guardie regie, protetto da prefetti e
magistrati e poi benedetto dalla Chiesa. La strage di piazza Fontana riassume
questa storia. L’apparato statale – tutt’altro che “deviato”, dall’Ufficio Affari
Riservati fino al presidente Saragat – si è servito della manovalanza fascista,
della complicità della grande stampa e dei depistaggi di questori e magistrati.
Finiamola con la testi del complotto, delle anomalie istituzionali, della “notte
della democrazia”, del “mistero italiano”. Che la strage fosse di Stato e che
Pinelli fosse stato assassinato gli anarchici lo avevano detto già nel dicembre
del 1969, in una conferenza che il “Corriere della Sera” definì «delirante». Se
cinquant’anni di ricostruzioni storiche e giornalistiche hanno accumulato gli
elementi, il quadro d’insieme, per la storia dal basso, è sempre stato chiaro.
Vogliamo trarne delle conseguenze?
Mentre, cinquant’anni dopo, si può affermare anche nei salotti buoni che quelle
furono bombe di Stato, gli anarchici vengono ancora arrestati e processati con
l’accusa di essere dei “terroristi”. Come accadrà il 26 novembre qui a Trento
contro sette nostri compagni, di cui condividiamo appieno le parole semplici,
serene, fiere.
Se non si riesce né si vuole capire l’abisso etico, storico e sociale che separa la
violenza proletaria e rivoluzionaria da quella padronale e statale, la strage di
piazza Fontana continuerà a perseguire il proprio scopo di mistificazione.
Terrorista è lo Stato. Libertà per i compagni.
anarchiche e anarchici

Testo collettivo dei compagni imputati nel processo “Renata”.

 

Ai cuori ardenti

L’anarchico non guarda al successo, alla vittoria, alla competizione. Lotta, perché è giusto. E in qualsiasi lotta la perdita fa parte della vita. Non cambia idea perché perde e tanto meno rinuncia alla lotta successiva. Il Sistema si autoalimenta per il popolo che non lotta, non perché è invincibile. Il lavoro dell’anarchico è instillare nel popolo la rivolta, non a segmenti ma continua. Come un’onda che si ritira e poi torna. Mi chiedete se vinceremo? Mi fate la domanda sbagliata. Chiedetemi se lotteremo e vi risponderò di sì.
Luigi Galleani

Oggi abbiamo deciso di dire la nostra sull’operazione “Renata”. In altri scritti è stata analizzata l’inchiesta, sia negli aspetti repressivi generali dello Stato, sia riguardo gli strumenti tecnologici, inquisitoriali e giuridici usati per colpire chi ancora osi battersi per qualcosa di diverso e soffi ancora sulle ali della libertà.
Abbiamo deciso di non rivolgerci alla Corte che ci giudicherà né alla solerzia dei nostri repressori. Non è l’aula di un tribunale il luogo in cui oggi scegliamo di parlare.
Vogliamo parlare in quei luoghi in cui si lotta, dove c’è ancora spirito critico, dovunque ci siano donne e uomini coscienti che tante cose vanno cambiate ora, che questo stato di cose va rivoluzionato.
Quindi parleremo dei fatti di cui siamo imputati o che sono inseriti nell’inchiesta.
Queste azioni – notturne o diurne, individuali o collettive – si inseriscono in un conflitto che va ben al di là dei fatti specifici o del territorio in cui sono collocate. Esse sono frutto di uno scontro più ampio, quello tra gli sfruttati, gli sfruttatori e chi li difende.
Di queste azioni condividiamo lo spirito, l’etica, il metodo, gli obiettivi, indipendentemente da chi le abbia compiute. Esse parlano da sole, sono comprensibile ai più, indicano una strada – quella della liberazione. Puntano il dito contro chi vive di sfruttamento e guerra, di odio e violenza, auspicano qualcosa di più, qualcosa che metta fine alle peggiori atrocità e barbarie, ma soprattutto mirano a distruggere il muro della rassegnazione, in tempi così poveri di solidarietà umana, di ribellione, di pensiero critico.
Chi in questi anni ha detto e tutt’ora dice che simili azioni non servono a nulla, che il gioco non vale la candela, che nulla cambierà, che l’essere umano ha perso in modo definitivo il senno riducendo la vita a una costante guerra fratricida, ha smesso di sognare, ha smesso di interrogarsi sui responsabili delle ingiustizie e sulle cause che hanno portato la società ad un livello morale, ambientale e materiale a dir poco inquietante.
Tra le svariate cose raccontate nei faldoni, emerge che in questi anni siamo scesi molte volte in strada con caschi e bastoni contro partiti e movimenti come Lega, Casapound e Sentinelle in piedi. Abbiamo criticato in decine di volantini, manifesti e iniziative di vario tipo le loro responsabilità storiche e le loro politiche reazionarie: gruppi politici e religiosi che promuovono l’odio fra gli sfruttati, che difendono la classe padronale, che alimentano una società basata sul privilegio, sul razzismo, sul patriarcato e molto altro.
In questi tempi aridi di lotte e di scontro sociale, ci si scandalizza per le pratiche di autodifesa in strada, dimenticando, assieme al passato in cui ciò era patrimonio comune, il buon senso minimo di distinguere la violenza reazionaria da quella proletaria. Non solo ci si dimentica di quello che polizia, carabinieri, Chiesa e fascisti hanno fatto in questo Paese, ma delle violenze dell’altro ieri: di Genova 2001, di Firenze, di Macerata e tante altre ancora. Visto che il loro ruolo e il loro compito sono sempre gli stessi, abbiamo sempre ritenuto importante che la loro azione non trovasse né il silenzio né la tranquillità nel territorio in cui viviamo.
E a proposito della rivolta di Genova 2001, e della vendetta di Stato che continua ad abbattersi sui compagni per quelle giornate, è sconcertante leggere con quale chiarezza un’intelligenza collettiva riuscì all’epoca a prefigurare una serie di scenari: devastazione globalizzata, neoliberismo sfrenato, riscaldamento climatico, politiche anti-immigrati che producono nuovi schiavi… un ordine sociale giunto ormai all’implosione.
Un altro silenzio che non accettiamo è quello che circonda le morti nelle carceri e nelle caserme. Da quando è stato aperto il carcere di Spini a Trento, molti detenuti si sono suicidati, altri ci hanno provato, altri ancora sono morti per le negligenze mediche o per lo zelo repressivo dei magistrati di sorveglianza. Abbiamo conosciuto il dolore e la rabbia dei famigliari, degli amici, di chi ha perso il proprio figlio nelle mani dello Stato, ma abbiamo purtroppo conosciuto anche l’indifferenza e il silenzio dei più, malgrado simili tragedie siano più vicine di quanto si creda.
Uomini e donne che ricoprono coscientemente il ruolo di aguzzini decidono di contribuire a difendere una società fondata sulla paura, sul ricatto, sulla vendetta, sulla violenza e sul pregiudizio. E noi saremo sempre pronti a denunciarne le responsabilità, a ostacolarne il lavoro, a spingere altri a prendere posizione contro questi assassini in divisa, con il doppiopetto da burocrati o in camice bianco.
Chi ha cercato di incendiare le auto della polizia locale ha dato un segnale in tal senso. I poliziotti locali non sono solo quelli che indicano le strade alla bisogna, ma anche quelli che partecipano agli sfratti delle persone che non riescono a pagare l’obolo al padrone di casa, quelli che sparano alle spalle di un ragazzino, come è successo a Trento qualche anno fa, quelli che picchiano delle persone di colore, come è successo a Firenze, che applicano i Daspo, che partecipano alle retate contro chi è senza documenti e compiono tante altre nefandezze.
Le espulsioni, i campi di concentramento – si chiamino CPR o Hotspot –, i morti in mezzo al mare, in montagna o lungo i binari di una ferrovia sono lo scenario quotidiano di questo mondo a cui vorrebbero farci abituare. Per questo sono stati bloccati i treni ad Alta Velocità in solidarietà con chi è congelato su un sentiero di montagna o chi è stato risucchiato da un treno merci a qualche chilometro da casa nostra. Sempre per questo, il 7 maggio 2016, al Brennero ci siamo scontrati con la polizia e abbiamo bloccato ferrovia e autostrada. «Se non passano gli esseri umani, non passano nemmeno le merci»: questo era lo spirito di quella difficile giornata.
Di fronte al ghigno feroce del razzismo di Stato, dovremmo scandalizzarci perché qualcuno, nell’ottobre del 2018, ha attaccato la sede della Lega di Ala?
Nel novembre 2016, a Trento e a Rovereto, furono incendiate diverse auto di Poste Italiane. Nelle scritte lasciate sui luoghi delle azioni e riportate dai giornali, si faceva riferimento alle responsabilità di P.I che, tramite la propria controllata Mistral Air, si arricchiva deportando nei Paesi di origine donne e uomini privi dei documenti in regola per vivere in Italia. Senza contare che P.I. investe una parte dei propri introiti nei fruttuosi affari dell’industria degli armamenti. Ci chiediamo quale differenza ci sia tra i fatti accaduti negli anni Trenta e Quaranta e quelli di oggi? Perché si ricordano le vittime di allora con gli ipocriti mea culpa e nulla sembra scuotere oggi i cuori dei più?
Non passa giorno senza che su giornali, siti, televisioni si legga o si veda questa o quella guerra. Guerre per procura, guerre per interessi geopolitici, guerre per il territorio, di territorio, per il potere. Guerre che provocano i grandi spostamenti di uomini e donne. A promuovere queste guerre non sono solo gruppi industriali come la FIAT (con l’Iveco) o gli AD di Leonardo Finmeccanica e Fincantieri. Al loro servizio c’è una schiera di tecnici e scienziati, un esercito in camice bianco, con i guanti e le mani sterilizzate, che lavora nei laboratori delle nostre città, nelle università a due passi da noi. In nome della scienza e del progresso, si giustifica qualsiasi “scoperta”, senza che da quei luoghi si sollevi un qualche interrogativo di fondo: «A cosa porta tutto ciò?», «che scenari nuovi apre?», «a chi serve davvero?». Ecco allora che nel democratico e pacifico Trentino, l’Università collabora con l’esercito italiano, aiuta le istituzioni israeliane a meglio pianificare l’oppressione del popolo palestinese, fa entrare nei propri Consigli e nelle proprie aule le principali aziende di armi. Di fronte a questa palese connivenza, ci si sorprende che ignoti abbiano incendiato, nell’aprile del 2017, il laboratorio Cryptolab all’interno della Facoltà di Matematica e Fisica di Povo? Quando sugli stessi siti universitari si illustra la collaborazione con l’esercito?
E che dire dell’incendio di mezzi militari, la notte del 27 maggio 2018, all’interno dell’area addestrativa del poligono di Roverè della Luna? Oltre a ruspe e camion, sono stati dati alle fiamme tre carri armati Leopard. Di produzione tedesca, sono gli stessi carri che Erdogan ha utilizzato e utilizza per schiacciare la resistenza curda. Come dicevano dei manifesti antimilitaristi apparsi in Germania anni fa: «Un mezzo militare che brucia qui = qualcuno che non muore in qualche guerra». Un concetto di una semplicità… disarmante.
Sempre a proposito di antimilitarismo e di internazionalismo, nelle carte dell’inchiesta si parla di sabotaggi ai bancomat dell’Unicredit, banca che, senza contare i suoi investimenti nell’industria bellica, è la principale finanziatrice del regime fascista di Erdogan, che proprio in questi giorni sta mostrando tutta la sua ferocia in Siria e contro il dissenso interno. E poi si menzionano i sabotaggi ferroviari in occasione dell’Adunata degli Alpini. Per chi non ha eroi da onorare, ma carneficine da maledire, quei gesti di ostilità contro la sfilata del nazionalismo e del maschilismo gallonato hanno riattivato un minimo di memoria storica: le diserzioni, gli ammutinamenti, le sommosse per il pane, gli scioperi nelle fabbriche, gli spari contro gli ufficiali particolarmente odiati dalla truppa, le rivolte al grido di “guerra alla guerra!”, il posizionamento intransigente “contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale”, oggi sempre più attuale.
Noi sosteniamo i portuali di Genova, di Le Havre e Marsiglia che si sono opposti al carico-scarico di materiale bellico destinato all’esercito saudita che da anni massacra la popolazione yemenita con bombe fabbricate, fino all’altro giorno, in Italia. Ma non ci accontentiamo. Vorremmo che gli operai disertassero le fabbriche di armi, quelle navali e chimiche; che gli scienziati uscissero dai loro laboratori. Vorremmo le università in sciopero, a partire da quelle di Giurisprudenza, dove si giustificano le cosiddette “missione di pace” (Peace-keeping, lo chiamano), vorremmo che i ferrovieri bloccassero i treni come all’epoca della prima guerra del Golfo.
Tramite le guerre gli industriali si arricchiscono sfruttando la mano d’opera operaia e comprandone la coscienza per un tozzo di pane. E ancora a meno se la comprano le agenzie interinali, sfruttando vecchie e nuove leggi sul lavoro e mandando la gente a lavorare a progetti devastanti come il TAP in Puglia. Per questo non ci stupisce che qualcuno, a Rovereto, abbia danneggiato un’agenzia Randstadt, ricordando che la guerra di classe non è finita.
Un’altra azione di cui siamo accusati è l’incendio dei ripetitori sul monte Finonchio, sopra Rovereto, nel giugno 2017. Da sempre denunciamo, e non siamo certo i soli, il danno ambientale provocato dalle decine di migliaia di queste torri sparse in tutti i territori, le cui onde causano tumori e disturbi vari agli umani e agli animali (e molto peggio sarà con il 5G). Oltre a ciò, simili tecnologie hanno diminuito le capacità di concentrazione e di apprendimento, condizionato l’acquisto di merci, creato bisogni indotti, rimbambito i cervelli. Senza contare l’aspetto più importante: il controllo sociale. Ormai le inchieste poliziesche sono basate quasi esclusivamente su intercettazioni video e audio da montare e smontare a piacimento. La repressione e il controllo si potenziano con ogni scoperta tecnologica, la quale assicura a sua volta affari alle aziende che collaborano con gli Stati. Questa tendenza non è politica, bensì strutturale, dal momento che l’apparato accresce se stesso e, con il pretesto della sicurezza, giustifica qualsiasi cosa.
Ci viene contestato il fatto di “programmare la rivoluzione” tramite le riviste, gli appelli, gli scritti. Ebbene sì. Non ci abbattiamo di fronte alle avversità di questa epoca. Ogni sussulto di ribellione, ogni sommossa che tenda alla libertà, ogni moto rivoluzionario che riecheggia più o meno vicino a noi è motivo di energie rinnovatrici per la propaganda e per l’azione, al fine di sollecitare la società attorno a noi a un cambiamento radicale. Per questo negli anni abbiamo occupato vari edifici: non solo per avere degli spazi in cui organizzarci e creare dibattito, ma anche per provare a mettere in pratica la vita che vorremmo, con i nostri pregi e difetti. Forse siamo sognatori, romantici, illusi, ma siamo anche determinati, solidali, internazionalisti, concreti.
Se ci sarà da alzare la voce davanti alle porte di un supermercato o ai cancelli di una fabbrica o di un cantiere contro le nefandezze dei padroni e dello Stato, noi ci saremo; se ci sarà da bloccare progetti come il TAV, salendo su una trivella o danneggiandola, ci saremo; saremo là dove si alzerà la voce della rivolta.
Si contesta ad alcuni di noi, infine, di aver fabbricato dei documenti falsi. La falsificazione di documenti è uno strumento di cui tutti i movimenti di lotta, anarchici e non solo, si sono dotati per eludere la repressione statale, e a cui sono ricorsi e ricorrono gli sfruttati e i poveri per viaggiare in cerca di un posto migliore dove vivere. Soprattutto in un mondo in cui, se non hai in tasca il pezzo di carta giusto, muori in mare o in un lager libico, oppure finisci in uno dei tanti campi di concentramento sparsi per la civile e democratica Europa.
Gli inquirenti sostengono che un gruppo di affinità è difficile “da infiltrare e da demoralizzare”. Che chi mira al potere non riesca a capire chi mira alla libertà ci sembra un’ottima cosa.

Non saranno condanne e carcere a farci innalzar bandiera bianca. Continueremo a volere quel cambiamento radicale intravisto durante la Comune di Parigi del 1871, che tanto fece tremare lo Stato e i padroni. Sappiamo che questo cambiamento radicale non avverrà dal nulla, per qualche determinismo della storia. Sarà il frutto della volontà, spinta verso gli scopi più alti della convivenza umana, verso l’anarchia, «un modo di vita individuale e sociale da realizzare per il maggior bene di tutti» (Malatesta).
Concetto tanto semplice quanto lontano dalla situazione in cui ci troviamo.
Ogni azione che oggi va ad indicare i diretti responsabili dello sfruttamento umano e ambientale è utile perché fa capire che l’oppressione è più vicina di quanto crediamo.
Ma starà alla volontà di ciascuno di noi abbattere le paure a cui ci vorrebbero sottoposti e svegliarci dalle comodità materiali con cui uccidono lo spirito, i pensieri, le idee.
Noi non costringiamo nessuno a fare quello che non vuole, ma non permetteremo neanche che a nome nostro o con la nostra collaborazione si continui a distruggere e ammazzare. Non resteremo inermi e impassibili. Non ci faremo né zittire né trascinare nel fango della barbarie.
In questi anni e mesi abbiamo visto decine di compagne e compagni finire in galera, alcuni condannati a lunghe pene. Invitiamo a unire le forze e dare le risposte necessarie a questi attacchi contro il nostro movimento. Agendo si faranno inevitabilmente degli errori. Si tratta di temprare corpi e menti per una rinnovata fiducia nelle idee e nelle pratiche di libertà.
Vogliono che cadiamo nella rassegnazione e nello smarrimento. Hanno già fallito.
Visto che agli inquisitori piace tanto giocare con le parole (degli altri) non meno che con i fatti, “Renata” pare l’ennesimo inciampo lessicale, perché ogni cuore ardente è pronto a “rinascere” per ogni torto subìto.

Trento, 18 ottobre 2019
Stecco, Agnese, Rupert, Sasha, Poza, Nico e Giulio