E’ disponibile il libro “Tempesta”

E’ disponibile il libro “Tempesta” di Caterina Barbierato edito da Autoproduzioni Cassa Anti-repressione,una raccolta di pensieri della compagna anarchica in 80 pagine.  Il costo politico del libro è di 8 euro a copia,con un acquisto minimo di 5 copie è possibile acquistarlo al costo di 6 euro a copia. L’intero ricavato dalla vendità del libro è destinato ai compagni e alle compagne rinchiusi nelle patrie galere di stato che lottano contro questo sistema infame che affama sfrutta e uccide ed è a loro che è rivolta questa pubblicazione. Libertà per i partigiani e le partigiane di oggi e fuoco alle galere.

Per info: aut.cassaant.rep@gmail.com

cassaantirepressione1@gmail.com

Particolare di Ivan Constantinovich Aivazovsky 1860 

 

Elena Melli e l’attentato del teatro Diana

Il 12 luglio 1920 viene processata, a Milano, l’Anarchica Elena Melli (nata a Lucca il 4 luglio 1889) con l’accusa di “essere stata attiva incitatrice ad azioni violente e desiderosa di strage”, e di aver scritto al suo compagno, Giuseppe Mariani, lettere del tenore di quella che riproduciamo: “Il mio pensiero si ferma su questa società putrida che sta per tramontare. Questa società è una cloaca. Noi combattiamo per la libertà dei popoli e morremo insieme sulle barricate se sarà necessario. Penso, se riusciremo a fare ciò che pensiamo da qualche giorno, se tutto andrà bene, noi saremo felici! Dopo la lotta aspra, che ingaggeremo con la società, versando quanto più sangue borghese e poliziotto sarà possibile per redimere il mondo…”. In udienza riafferma la sua fede Anarchica senza tentennamenti: “Anarchici si nasce, non si diventa”, risponde seccamente al presidente del tribunale. Rimessa in libertà, collabora alla preparazione di un attentato contro il questore di Milano, giovanni gasti, ideato per protestare contro la perdurante detenzione di Errico Malatesta e di altri esponenti del movimento Anarchico. Elena Melli lega la sua esistenza a quella di Errico Malatesta e lo segue a Roma, dove l’anziano esponente Anarchico vivrà praticamente agli arresti domiciliari, dopo l’approvazione delle leggi eccezionali (novembre 1926). Sistematicamente sorvegliata, viene arrestata il 22 aprile 1928 e assegnata al confino per cinque anni.

Elena Melli

Anarcopedia scrive:” Il processo contro MarianiBoldriniAguggini e altri quattordici anarchici iniziò a Milano il 9 maggio 1922 alla Corte di Assise di piazza Fontana. Le accuse riguardavano la strage del teatro Diana, la collocazione della bomba alla centrale elettrica di via Gladio, il mancato attentato all’Avanti (quello che avrebbe dovuto compiere Pietropaolo) ed altre esplosioni avvenute l’anno prima.

Il processo durò 23 giorni, al termine del quale, il 1° giugno, fu emessa la sentenza: gli esecutori materiali MarianiBoldrini ed Aguggini ricevettero una condanna all’ergastolo (i primi due) e a trent’anni (Aguggini); e per gli altri (molti dei quali erano in realtà  innocenti) ci furono pene varianti tra i 15 giorni e i quattro anni di carcere.

Molti antifascisti ipotizzarono che il gruppo anarchico-individualista era stato manovrato dalla polizia, giacché quell’attentato favorì l’ascesa del fascismo. L’anarchico Gigi Damiani scrive nella prefazione dell’autobiografia di Mariani:

«Fu la polizia a condurre per mano gli esacerbati terroristi fino davanti alle griglie del teatro Diana».

I sospetti nacquero anche dal fatto che Elena Melli, la donna che avrebbe partecipato alla fase progettuale dell’attentato, non comparve fra gli imputati e una volta fuggita in SudAmerica di lei non si seppe mai nulla. Mariani però non fu mai convinto che il gruppo fosse infiltrato ed orientato così dalla polizia a compiere un attentato che favorì il nascente regime fascista:

«Non ho mai pensato, come sempre hanno fatto alcuni miei compagni, in base ad elementi che mi hanno detto positivi, fino a credere possibile una revisione del processo, d’incolpare qualcuno che vicino a noi sapesse manovraci tanto bene da farci credere che avremmo colpito il questore e altre personalità  e che invece ci facevano colpire delle povere persone innocenti intente solo a divertirsi»[

Malatesta, che il 25 marzo 1921 era stato finalmente processato insieme a Borghi e Quaglino (oltre ad altre decine di imputati)  sempre condannò risolutamente il gesto ma mai gli autori, che anzi definì «compagni nostri, buoni compagni nostri, pronti sempre al sacrificio per il bene degli altri»; gente che «nel compiere il loro tragico ed infausto gesto intendevano fare opera di sacrificio e di devozione.».

«Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana” furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano (…)»

 

 

Ricoverata coercitivamente in una clinica psichiatrica di Roma nella seconda metà del 1937, a causa di una crisi di nervi avuta nella questura, Melli sembra essere una delle prime vittime della repressione politica, praticata mediante l’uso del manicomio. Immediatamente dopo la Liberazione si trasferisce a Carrara, dove i compagni della FAI l’assistono e la sostengono fino alla fine. Muore all’ospedale di Carrara il 26 febbraio 1946.

La Fiaccola dell’Anarchia

Uno scritto di Stecco dal carcere di Tolmezzo

Cari compagni e compagne,

è giunta l’ora di dire qualcosa riguardo a quello che è successo in febbraio.

Sono passati poco più di due mesi dal nostro arresto con l’operazione “Renata”, e posso dire di essere sereno e forte, sicuro come non mai che la lotta prosegue nonostante i colpi inferti dallo Stato.

Il mio arresto a Torino, nelle vicinanze di corso Giulio, è avvenuto intorno alle 17,00 in modo tranquillo. Mentre stavo lasciando il compagno con cui mi trovavo, avevo notato il tipico poliziotto in borghese davanti a me alla fermata del tram, pochi secondi dopo mi sono trovato circondato. Posso dire che tutto si è svolto con molta tranquillità, e mi vien da dire con una fastidiosa “gentilezza”, al contrario di come sono stati trattati i miei compagni e compagne in Trentino.

Prima di partire per Trento pensavo ancora che il mio fermo fosse legato a dei definitivi che aspettavo da tempo. Qualcosa di strano lo percepivo: troppa gente con stellette in quei corridoi della caserma di Torino. Solo alla prima visita dell’avvocato ho scoperto che il giorno stesso dell’arresto mi sono state confermate le misure alternative al carcere. Una casualità? Sta di fatto che attorno alle 20,00 mi consegnano alcune carte riguardo ad una perquisizione nei miei confronti e nella casa in cui vivo. Ovviamente ho notato i “nostri” fatidici 270 bis, 280 bis ed una sfilza di altri reati. Sul momento, date e luoghi elencati non erano comprensibili, ma comprensibile era la mia reazione. Mentre leggevo, non mi sono sorpreso di quello che stava accadendo; niente agitazione né batticuore, ma la semplice certezza delle mie idee e convinzioni, certezza di aver sempre lottato per degli ideali di giustizia, di libertà, di uguaglianza tra tutti gli uomini e le donne.

Così, con questa strana tranquillità, ho affrontato il viaggio ai 70 km all’ora fino a Trento con quattro Ros. Arrivati alla caserma di Trento intorno alle 2,00 di notte, ho capito subito la vastità dell’operazione. La caserma era un formicaio di uomini e donne in divisa e non, valigioni, carte e cartacce.

È la terza volta in 8 anni che lo Stato mi accusa di “terrorismo” assieme a tanti miei compagni e compagne, ed un po’ la trafila la conosco, anche se ’sta volta sono anch’io uno di quelli a finire in gattabuia. Quando ci hanno fatto uscire dalla caserma, tutto era preparato per bene: sirene e lampeggianti spiegati per le foto dei miseri giornalisti appostati lungo la strada. Ho capito che la caccia agli anarchici era studiata nei particolari più infami, in modo da far da grancassa a chi sta in alto, i cui discorsi contro la libertà – oggi tristemente appoggiati da gran parte degli sfruttati – vengono rafforzati e propagandati sotto la luce dei riflettori.

Un’altra convinzione che mi ha tenuto, e mi tiene, tranquillo, è che qualsiasi cosa mi fosse successo o mi succeda i miei compagni non solo ci sono, ma hanno la forza di reagire a questo nuovo attacco. Respirare, anche se per poco, l’aria di Torino mi ha dato forza. Quella forza che dai compagni e solidali di quella città si è trasmessa in tanti luoghi. Sentire un clima coeso, determinato, non può che far bene a tutti e tutte, nonostante le difficoltà degli ultimi tempi. La cascata di telegrammi e lettere arrivataci ha confermato quelle mie sensazioni.

Da tanti anni pensavo quello che ha scritto il mio compagno Roberto: “L’ho sempre saputo, lottare per la libertà significa anche poterla perdere”. Parole semplice, chiare e soprattutto veritiere. Ora che in carcere ci sono, vedo e sento cose che a volte mi sono sfuggite (le due mie prime e brevi esperienze di carcere erano un assaggio di quello che vivo ora). Ora tocco con mano tanti miei ragionamenti fatti in questi anni di lotta. Stare qui a Tolmezzo vuol dire percepire come lo Stato e il suo apparato repressivo siano in costante lavoro e aggiornamento sui modi di isolare chi si ostina a lottargli contro. E ancor più dure sono le condizioni in cui si trovano le nostre compagne a L’Aquila, in quell’ibrido fra AS2 e 41 bis.

Vogliono togliere a questo carcere la fama di posto di aguzzini e picchiatori meritata all’epoca dell’ex direttrice Silvia Dalla Barca, anche se quelle mani pesanti sono ancora qui. Solo che ora i detenuti sono per la maggior parte in AS e provenienti dal sud Italia, non stranieri isolati a cui si può fare tutto quello che si vuole senza che nessuno lo sappia. La tattica ora è diversa. Il carcere è tutto spezzettato nelle varie categorie: mafia qui, mafia là, 41 bis, comuni, islamici, anarchici ecc. Tattica che sembra funzionare, se si pensa che tra i pochi “comuni” che ci sono alcuni si sono menati per insulti razzisti e pregiudizi vari, con gran favore per la Direzione. Penso che comprendere l’evoluzione delle carceri, la loro storia, i cambiamenti nel codice penale, il modo in cui vengono condotte le inchieste, non solo contro noi anarchici, sia molto utile per capire cosa dire e fare oggi sia fuori che dentro.

 

Oggi è il 25 aprile. Alcuni detenuti mi hanno chiesto se festeggiavo ed è stato interessante come in pochi minuti si convenisse che non c’è stata alcuna liberazione. La storia del movimento partigiano è molto complessa. Posso portare rispetto per quella lotta, ma anch’io parteggio. Se penso a quella lotta, penso a compagni come Pedrini, Tommasini, Mariga, Mariani e tanti altri, che il fascismo e lo Stato li hanno combattuti ben prima dell’8 settembre e ben dopo il 25 aprile. Soprattutto non hanno combattuto per fini politici e di potere, non hanno tradito gli scopi che tanti giovani, uomini e donne, si prospettavano con i loro sacrifici. È anche grazie a quei compagni, alle loro esperienze, ai loro racconti che io ora ho le conoscenze per affrontare il carcere con forza e dignità. Per me esiste un filo sotterraneo che mi unisce a quei compagni, non perché io abbia lo stesso coraggio – tante cose che loro hanno vissuto io non le ho provate sulla mia pelle –, ma perché cerco umilmente di portare avanti le stesse lotte e idee. Trovo ipocrita che, come ogni anno, su giornali quali il “Corriere della Sera” venga ricordato un grande fotografo come Robert Doisneau, il quale durante la guerra falsificò documento per il movimento francese della Resistenza, e allo stesso tempo si condanni e criminalizzi chi oggi scappa dai lager finanziati dall’Occidente dove è rinchiuso perché senza documenti e che solo tramite la fuga e la falsificazione dei documenti può cercare di sottrarsi alle autorità e rimanere libero. Questa giornata rispecchia l’ipocrisia della società in cui viviamo, in cui tutto può essere il contrario di tutto.

Questi sono tempi tristi. Le notizie di massacri indiscriminati si susseguono in modo angosciante. I fatti in Libia, Sri Lanka, Nuova Zelanda, Venezuela e tutti quelli tenuti nascosti fanno parte dello stesso lato della medaglia di altri massacri compiuti dai vari eserciti in giro per il mondo.

Tutti questi avvenimenti parlano di morti indiscriminate, sommarie, barbare, compiute non per scopi di emancipazione, ma che mirano a brutalizzare la vita per la sopraffazione e il potere.

In questo contesto di guerre e cambiamenti sociali di varia natura per l’ennesima volta il movimento anarchico nella sua storia viene accusato di “terrorismo”. Questa accusa è una grave offesa, la quale ha come scopo di denigrare le nostre idee e i nostri metodi. Lo Stato, che usa i metodi più sporchi e infami, quando ha paura o necessità va a colpire gli sfruttati più coscienti che lottano. In tanti modi gli anarchici si sono difesi da questi attacchi ribadendo la giustezza delle loro idee e pratiche nel tempo.

Anch’io ora voglio dire la mia. L’isolamento e questa cella non possono riuscire a tenermi zitto. Non mi passerà mai la voglia di portare chiarezza dove c’è la peggior confusione. Per farlo citerò dei fatti e delle parole di alcuni anarchici.

Da tanti anni in Russia, gli anarchici e non solo vengono uccisi, torturati, la propaganda imbavagliata, i familiari arrestati. Nel 2001 il giovane anarco-sindacalista Nikita Kalin viene ucciso con un colpo di pistola alla testa per via della sua attività nella fabbrica dove lavorava. Tanti altri sono stati colpiti da una feroce repressione dello Stato e dei suoi servi fascisti che negli ultimi anni non ha fatto che aumentare. Il 31 ottobre 2018, alle ore 8,52, ad Arkhangelsk, un giovane anarchico, Mikhail Zhlobitsky, muore dilaniato dalla sua bomba all’interno della Direzione regionale del FSB (il servizio segreto russo). Tre agenti vengono feriti e l’edificio viene danneggiato. Questo fatto drammatico ci fa capire che da una parte abbiamo perso un coraggioso compagno e che dall’altra la colpa di quanto successo è dello Stato. Se si mettono all’angolo le idee e la libertà, esse reagiranno con gli uomini e le donne più coraggiosi e determinati. Sono le condizioni sociali che fanno sì che simili episodi avvengano. E questo fatto non è “terrorismo”. Noi ora possiamo piangere il compagno scomparso, ma ancor più capire che la lotta debba andare avanti finché fatti come questi non siano più necessari.

 

Il 20 settembre 1953 uscì un articolo di Mario Barbari sul giornale anarchico “Umanità nova”, in cui quel compagno così commentava il libro di Giuseppe Mariani a proposito dei fatti del Diana del 1921:

“E il tiranno non è forse un leone famelico – sempre in cerca di brame conquistatrici – quando nella sua dispotica brutalità non esclude nessun mezzo ai danni di chi tenta di liberarsi dalla tirannia stessa nel timore che altri siano resi edotti della realtà che li schiaccia? Il tiranno è dunque l’espressione genuina della violenza e chi lo combatte combatte la violenza”.

 

Noi anarchici dobbiamo tenere una bussola che ci distingua sempre da chi usa la violenza per i suoi scopi cattivi. Malatesta la chiamava “ginnastica morale”, grazie alla quale il senso della violenza rivoluzionaria sia diverso da quello della violenza utilizzato dallo Stato tramite i suoi mezzi e servi. Uno dei nostri compiti è portare chiarezza in questa società basata sulla violenza, lottare perché finalmente la brutalità venga sostituita con la fratellanza e la solidarietà per tutto il genere umano. Forse oggi quella per rimanere umani è la battaglia più difficile, sottrarsi all’odio che ci circonda lo è ancora di più. Se ci riusciamo i nostri scopi potranno emergere con forza e lucidità.

Con le loro accuse ci vogliono buttare in un paniere il cui contenuto è più che marcio; noi invece dobbiamo rimanere incorrotti davanti alla barbarie.

 

Continuava Barbani:

“Non si tratta quindi più di violenza o non-violenza; di amare od odiare; di comprendere o compatire; ma di lottare strenuamente con tutte le nostre energie di uomini coscienti per estirpare la tirannia ed eliminare il giogo della schiavitù materiale e spirituale; e per questo, incitiamo ciascuno a comprendere se stesso per comprendere nel pari tempo gli altri.

Se domani una nuova aurora ci trovasse presenti alla realtà d’una rivolta di oppressi e di relitti umani, non disdegneremo di essere presenti nel fragore delle barricate ed anche allora saremo certi di non commettere alcuna violenza, ma di combattere la violenza!”. 

 

Il libro Memorie di un anarchico di Giuseppe Mariani mi ha fatto più volte fare profonde riflessioni che mi hanno aiutato ad avere chiarezza su pratiche e metodi. Finisco questo discorso con le parole di Gigi Damiani presenti nell’introduzione al libro di Mariani:

“… Ma la storia ci insegna che vi sono momenti in cui la violenza diventa una necessità sociale. Solo è necessario, per quanto possibile, che essa non colpisca alla cieca e che non faccia pagare agli umili le colpe dei grandi”.

 

Penso che in questo momento, grazie purtroppo anche agli attacchi dello Stato contro il nostro movimento, abbiamo l’occasione di tornare con ancora più forza a parlare delle nostre idee, pratiche e sogni. Degli spazi, se pur piccoli, si stanno aprendo e noi dobbiamo criticare i movimenti riformisti e in malafede. Negli ultimi mesi tante persone si pongono diversi quesiti rispetto alla direzione che sta prendendo questa società, soprattutto con cortei di opinione che purtroppo hanno un carattere difensivo, riformista e non condivisibile. Tocca a noi, con chi ci sta, creare rotture e stimolare la realtà in modo tale che questa tenue ripresa di coscienza vada alla radice dei problemi sociali e non si faccia incantare da parole come democrazia-diritti-progresso-civiltà. La chiarezza e le nostre pratiche siano ora fondamentali per riuscire a creare un rapporto di forza necessario a far arretrare lo Stato e i padroni dai loro intenti. Anche qui ci vuole una sana ginnastica.

E se procuratori al di sotto di ogni sospetto come Raimondi e i questori di Torino e di Trento si sorprendono della solidarietà espressa a noi anarchici invitando la cosiddetta società civile a starci lontano, vuol dire che la strada è giusta, e non possono che farmi felice. Le nostre lotte, la nostra propaganda, le nostre pratiche, anche se in piccolo, spaventano in qualche modo chi di dovere.

 

Ringrazio di tutto cuore tutti i compagni e compagne che in questi mesi si stanno caricando di tante fatiche per portare avanti le lotte e la solidarietà a tutti noi in galera. Ringrazio tutti quelli che tramite assemblee, riviste, approfondimenti portano avanti il dibattito e la crescita delle nostre idee.

La mia sincera vicinanza va ai compagni e compagne indagati e rinchiusi in prigione per i processi “Scripta Manent”, “Panico”, “Scintilla” e tutti i compagni e compagne detenuti nelle galere di ogni dove.

La mia più viva preoccupazione va alla compagna anarchica Anahi Salcedo rinchiusa in Argentina in condizioni fisiche precarie e con mancanza di cure appropriate.

Un saluto fraterno vada a tutti i compagni latitanti che camminano sulle strade del mondo.

Ancora una volta:

Per la Rivoluzione sociale, per l’Anarchia

 

carcere di Tolmezzo, 25 aprile 2019

Luca Dolce detto Stecco

 

Per scrivergli: Luca Dolce – C.C. via Paluzza 77 – 33028 Tolmezzo (Udine)

La diseducazione è l’inizio di una nuova società civile, libera e vivente

La diseducazione è l'inizio di una nuova società civile, libera e vivente!

Tutto ciò che di meraviglioso potrebbe accadere in questo mondo, per noi e per gli altri, lo disintegriamo già sul nascere. Non ce la facciamo a conservare intatta la filosofia e la morale suprema del bambino, dobbiamo distruggerla, contaminarla, deformarla, sostituirla con un’altra morale, falsa e presuntuosa, funzionale a questo sistema! E’ un processo terribile e sistematico, voluto, cosciente, quello di distruggere la profondità e la saggezza del bambino, la sua autodeterminazione, distruggere quindi l’umanità e il più bel futuro per mezzo di una continua azione di svuotamento/riempimento/ricatto/coercizione/paura, a cui noi diamo un’importanza capitale e un nome altisonante: educazione. Ma non è il bambino che deve essere educato! Smettiamo di credere a questa fandonia! Se, proprio per colpa della scuola, l’atto di educare e la scuola stessa hanno perduto il loro vero significato etimologico e sono diventati l’esatto contrario, cioè sinonimi di ‘luogo in cui inoculare con le buone o con le cattive’, allora è davvero soltanto l’adulto quello che si deve diseducare, quello che si deve svuotare delle sovrastrutture, della falsa morale, dei dogmi, di tutto ciò che crede sia giusto fare in questa società, per questa società. E’ l’adulto che deve imparare a fare due cose, almeno due per iniziare: non insegnare alcuna morale ai bambini, nessuna cultura preconfezionata, e ritornare egli stesso un bambino. E smetterla di credere che il bambino sia un cretino! Questa smania di porsi al di sopra dell’immensità dei bambini e dire loro cosa è bene e cosa è male, cosa giusto e cosa sbagliato, pensando che questi bambini siano dei sacchi vuoti da riempire, e di doverlo fare nel modo più orribile per mezzo della scuola e di tutta la società scolarizzata, deve finire! Solo allora l’umanità potrà dirsi civile, libera e vivente! Continue reading →

Aggiornamenti operazione “Renata”

Il 19 febbraio scorso una vasta operazione di polizia ha visto arrestare 7 persone nell’operazione denominata operazione Renata. Dalle ultime notizie che abbiamo ricevuto apprendiamo che i compagni e le compagne stanno bene (relativamente per come si possa stare in un carcere) e possono ricevere la corrispondenza. Invitiamo pertanto a scrivergli anche una semplice cartolina per un saluto per fare loro sapere che non sono soli e che i compagni e le compagne li hanno tutt* strett* nel cuore. Seguono gli indirizzi per poter scrivere ai compagni e alle compagne reclusi perché chi lotta non deve mai essere lasciato solo.

Fuori i compagni e le compagne dalle galere!!!

Agnese Trentin
C. C. Rebibbia Femminile
Via Bartolo Longo, 72
00156 Roma

Roberto Bottamedi, Luca Dolce, Giulio Berdusco
C. C. di Tolmezzo
Via Paluzza, 77
33028 Tolmezzo (UD)

Nicola Briganti, Andrea Parolari
C. C. di Ferrara
Via Arginone, 327
44122 Ferrara (FE)

Riportiamo l’Iban per chi volesse inviare un contributo per eventuali benefit in solidarietà con gli arrestati:

IBAN: IT04H3608105138216260316268
intestato a Bezerra Kamilla.
Per bonifici dall’estero serve anche codice BIC/SWIFT: PPAYITR1XXX

Su territorio italiano si possono effettuare anche le ricariche (solo in contanti) direttamente dal tabacchino (costo 2 euro) fornendo i propri dati.

Vengono richiesti tessera sanitaria e numero della carta da ricaricare:
5333 1710 7066 8120.
Codice Fiscale dell’intestatario: BZRKLL80P60Z602C.

 

Leggi anche https://abbatterelefrontiere.blogspot.com/2019/02/che-si-sappia-comunicato-dal-trentino.html

Solidali e complici con gli arrestati e le arrestate di Trento e Rovereto. Libertà per tutt*!

Da Trento – IL CUORE OLTRE LE SBARRE

 

 

 

 

 

 

 

Firenze 31 marzo 2019 per il compagno anarchico Lorenzo Orsetti

A ricordare il compagno anarchico Lorenzo Orsetti c’eravamo anche noi a testa alta e sempre dalla parte del torto con La Fiaccola dell’Anarchia per un mondo libero senza servi e padroni oppressori ed oppressi. Continue reading →

Per non dimenticare Franco Serantini

Il 31 marzo 1977 a Pisa, Azione Rivoluzionara, gruppo armato anarchico, ferisce, tramite gambizzazione, il dottor Alberto Mammoli, che ritenne non necessario curare Franco Serantini, anarchico morto il 7 maggio 1972 a Pisa in seguito ad un feroce pestaggio da parte della polizia. Azione Rivoluzionaria diffuse poi uno scritto rivendicando l’azione.
Franco Serantini era nato a Cagliari, fu abbandonato nel locale brefotrofio e dopo una vita difficile passata tra istituti per minori e riformatorio giunse a Pisa, dove entrò in contatto con il circolo anarchico Giuseppe Pinelli.
Nel 1972 in occasione di un comizio del MSI, tenuto dall’onorevole Niccolai, Lotta Continua organizzò una manifestazione per impedirne lo svolgimento e negli scontri che ne seguirono Franco fu circondato dai celerini e massacrato di botte.
Trasportato nel carcere di Pisa, non avendo ricevuto nessuna assistenza, dopo due giorni morì.
Il processo che ne seguì non condannò nessuno degli autori materiali dell’omicidio, ne il direttore sanitario del carcere, il dottor Mammoli, che però, quando nel ’77 fu assolto, fu colpito alle gambe, come detto, da un nucleo di Azione Rivoluzionaria.
(In foto Franco Serantini)

Fonte: Lidio Ettorre

 

DEGENERAZIONI – TRA ORGOGLIO E VITTIMISMO DI GENERE

(Scritto della compagna anarchica Anna Beniamino apparso sul numero 3 del giornale anarchico Vetriolo)

Sono anarchica, non sono femminista perché percepisco il femminismo come un ripiegamento settoriale e vittimista, non ho mai fatto discriminazioni di genere anche se non uso convenzioni linguistiche gender-friendly, anzi uso spesso un linguaggio sporco e politicamente scorretto. Ritengo che nella ricerca dell’anarchia, ovvero nella pratica di rapporti antiautoritari sia già contenuto e vada coltivato l’annullamento di privilegi ed oppressioni di genere. Ah, dimenticavo, detesto l’autocoscienza in sede pubblica e pure le assemblee le ritengo uno strumento spuntato. Capisco ed ho la volontà di incontro, ma vedo come troppo spesso il momento assembleare scada nell’autorappresentazione sterile. Ecco, di questi tempi si rischia di dover esordire con un preambolo simile per entrare nel ginepraio dei luoghi comuni su genere e femminismo, districandosi nell’intricatissima incapacità e inabilità a rapportarsi della galassia anarchica, con un range di comportamenti che va dall’iperemotività al burocratico calcolo della posizione da assumere (e del grado di compromesso negoziabile) in una lotta. Non credo che comportamenti autoritari e sessisti si combattano cercando di diffondere nuove convenzioni linguistiche e riscaldando in salsa alternativa brandelli di retorica indignata mainstream (tra #nonunadimeno, contatori di femminicidi in TV, pride, scarpette rosse e coccarde arcobaleno).

Piuttosto bisognerebbe riconoscere questi come indici dell’ennesima operazione di decostruzione di significato reale e recupero in atto. Ovvero, credendo di opporvisi, di fatto ci si sta adeguando agli stessi codici comportamentali e normativi concessi dal dominio, come sfiatatoi di tensione.

Non è una novità che il potere economico e politico tenda a fagocitare e ridigerire tutto, sempre più veloce, si vedano ad esempio le perle di neoconservatorismo e conformismo anti-sessista, anti-razzista e quant’altro che vengono quotidianamente elargite dai media.

Un iniziale fraintendimento credo sia l’incapacità di collocare determinati comportamenti, riducendo in chiave di problemi di genere quanto dovrebbe essere proprio di una più ampia critica in senso antiautoritario dei rapporti e delle capacità di comunicazione e interazione tra individui.

Bisognerebbe lasciare la categorizzazione per generi, in stile LGBTI (XYZ…) a chi ha bisogno di sentirsi categoria protetta, all’interno di incasellamenti degni più di una classificazione linneiana delle varietà di combinazioni tra individui che di corpi e menti libere. Ci si trova invece a confrontarsi con tali incasellamenti in ambiti antiautoritari, che dovrebbero averne già interiorizzato il rifiuto.

Per inciso sono ben lontana dal credere che i cosiddetti spazi liberati lo siano realmente, sempre, anzi spesso diventano parcheggi di malesseri vari che al posto di innalzare la qualità della vita e dei rapporti, rischiano di abbassarli ulteriormente.

Ad esempio non è possibile leggere in chiave di sessismo, imposizione autoritaria o violenza di genere qualsiasi incapacità di interagire addirittura in ambito assembleare: leggo in un opuscoletto[1] in circolazione l’anno scorso, per stigmatizzare la violenza latente nei rapporti tra compagni “allora il più vecchio esercita il potere sul più giovane, chi ha più esperienza impone a chi ne ha meno, chi è più forte a chi lo è meno, ricreando come in uno specchio le relazioni dell’esistente che si dice di voler sovvertire”.

La critica vorrebbe essere ad atteggiamenti autoritari in ambienti antiautoritari ed avrebbe un senso, ma così banalizza ed appiattisce tutto: esiste una differenza fondamentale tra imposizione della forza ed espressione dell’esperienza. L’incapacità di esprimersi o di fare non è autoritaria o antiautoritaria e non può che risolversi individualmente… sennò si arriva all’idiotismo dell’elogio dell’incapacità e dell’inazione.

Il concetto di violenza emotiva o di violazione dell’integrità emozionale è quanto mai labile, perché promuovere simile paccottiglia analitica tra individui antiautoritari che dovrebbero avere armi critiche e capacità pratiche d’intervento ben più affilate? Oltretutto svuotando di senso la violenza subita e brutale a cui viene accostata. Come pretendiamo di impegnarci in una lotta senza quartiere contro l’autorità e discettare di violenza rivoluzionaria e liberatrice se non riusciamo neppure a reagire individualmente ad un “commento non richiesto per strada” (prendendolo per quello che è, e trattando di conseguenza chi l’ha sputato) o di sostenere una discussione accesa, in un incontro, senza ricorrere al paravento della sensibilità infranta? Perché trovarsi a leggere la disarmante e lapalissiana idiozia che consiglia, per evitare un aborto indesiderato, di far l’amore con una donna?[2] Perché codificare, magari in ambito di genere, per sole “bande di femmine”, come conquista, l’autodifesa da aggressioni e molestie? Non è forse un problema comune ai generi, tra esseri liberati?

Perché rispolverare dagli armadi del femminismo anni ’70 i prodotti più logori quali gli incontri separatisti… magari chiamandoli work-shop (bruttissimo termine che coniuga lavoro e negozio, mutuato da convention aziendali e indegno della libera discussione)?

Lo spettro di un simile meccanismo riduttivo e banalizzante lo leggo in un’altra pubblicazione recente, l’edizione italiana dei testi rivendicativi delle Rote Zora[3], ovvero l’intento di sensibilizzare solo un pubblico femminista su di un gruppo di donne praticanti la lotta armata negli anni ’80/’90 in Germania, insistendo sulla scelta di genere, di fortissimo interesse su alcune tematiche femministe, come una discriminante privilegiata e per toglierle dall’oblio… visto che non si vorrebbe “che entri a far parte della storia ufficiale. Essa è scritta da uomini”[4]… Maaahh?!? Non è che la storiografia ufficiale tende a non trattarle perché arrabbiate, non femministe arrabbiate? Così come non tratta – o travisa – la storia, le azioni, gli scritti di tanti altri arrabbiati ed arrabbiate? La visione parziale non è quella delle Rote Zora che sperimentarono un proprio percorso di lotta e liberazione individuale e collettiva nell’ambito di una più ampia azione antimperialista ed anticapitalista, ma di chi cerca di farne una bandiera per dare maggiore credibilità e peso specifico al proprio teorizzare, magari per ridursi poi a cercare “percorsi di autodifesa”.

Perché arroccarsi su di un discorso “femminista e lesbico”[5], perché un’altra gabbia protettiva, piuttosto che sviluppare la bellezza e gli infiniti spunti più avanzati di critica al dominio (non solo di genere) offerti e sperimentati?

La “sorellanza” mi è sempre sembrata una forma di alienazione allusiva di alleanze politiche trasversali tra oppressi ed oppressori, tra parti avverse… “interclassiste”, come è tornato di moda dire. In questo periodo mi è capitato pure un libretto[6] che raccoglieva le interviste effettuate da una femminista italiana ad alcune reduci della rivoluzione spagnola nel 1936, cercando una discutibile “sorellanza” tra anarchiche impegnate al fronte (e nelle retrovie con le Mujeres Libres), poumiste e staliniste. Era piuttosto significativo che delle rivoluzionarie anarchiche quasi centenarie fossero molto più lucide e aperte nella critica ai limiti del femminismo della loro intervistatrice, imbevuta di luoghi comuni anni ’70: con la tranquillità estrema di una vita vissuta pienamente, riuscivano a spiegare con semplicità il rapporto paritario tra compagne e compagni, di come riuscissero a ridicolizzare e neutralizzare i machismi che emergevano tra i più retrogradi e stupidi tra i loro compagni. Insomma le pratiche e l’apporto teorico di queste donne sono molto più avanzate nel percorso di liberazione dell’individuo e negazione di dinamiche autoritarie, delle femministe che spigolano sulle loro esperienze, difendendo simulacri di lotta in luogo della lotta stessa. La necessità di autodafè, la “decostruzione dei propri privilegi di maschio”, la ricerca di spazi di discussione separati, l’autocoscienza ed autoanalisi in sede pubblica sembrano un po’ troppo il segno di questi tempi di sovraespozione e pressappochismo, sbandierare “lotte” per categorie e lotte interiori per finire per non lottar per nulla.

Anna,
carcere femminile di Rebibbia
Ottobre 2018

Precedentemente pubblicato da: Croce Nera Anarchica

La leggenda di natale

C’era una volta molto tempo fa, verso l’anno 1900, un grande ammasso di pietre e di fango che i naturali di allora chiamavano Parigi. Era la capitale di un paese favorito da un clima temperato e dove i cereali, le vigne, i più bei frutti crescevano in abbondanza. Avvicinandosi a questi ammassi di pietre, vincendo gli odori pestilenziali che se ne sprigionavano, li si vedeva solcati da vie di ogni genere: le une larghe, costeggiate da belle case; le altre, strette, con, da ogni lato, in fila e strette, delle case dall’aspetto di topaie. Quel giorno, l’anno finiva; era festa in ogni città, ma la natura sembrava imbronciarsi e la neve cadeva a larghe falde. Malgrado ciò, lungo le strade, i magazzini gettavano fasci di luce e gli occhi erano attirati da ammassi di vettovaglie stranamente fornite di clienti.

I passeggiatori, gli acquirenti erano numerosi: gli uni, ricoperti da calde pellicce, andavano ridendo beati, fregandosene del freddo; gli altri, al contrario, camminavano con timore, erano ricoperti di stracci, attraverso i quali si disegnavano le loro ossa o si vedeva la loro pelle.
Di quando in quando, i secondi assumevano verso i primi degli atteggiamenti di supplica, che non conoscete, cari bambini, ma che consistevano nel tendere la mano pronunciando delle parole senza senso, in tono dolente. Essi chiedevano l’elemosina, e cioè pregavano i fortunati di dar loro una parte del loro superfluo allo scopo di poter acquistare il necessario per essi e i loro figli. I tre quarti dei ben vestiti passavano indifferenti; altri, parsimoniosamente, cercavano nella loro tasca la più piccola offerta da dar loro.

Quando i pezzenti si mostravano troppo intraprendenti, degli uomini vestiti tutti allo stesso modo, molto animatamente, li maltrattavano e li cacciavano dalle larghe vie; qualche volta li portavano anche via dopo aver messo delle catene alle mani. E vi era, allo stesso tempo, così poca umanità, così poco rispetto della dignità umana, che le persone benvestite facevano cerchio e gettavano del lazzi ai poveri diavoli così trattati, e che i malvestiti curvavano il capo, abbassavano le loro spalle, cercando di far dimenticare il loro crimine di essere poveri avvallando gli atti degli uomini in uniforme.
Questi ultimi erano chiamati agenti della forza pubblica, erano mantenuti grandi e grossi; avevano come missione di difendere i benvestiti, i ben nutriti, contro i pezzenti, i miserabili. Essi appartenevano, il che vi sorprenderà, a questa classe così sfortunata. Però chiacchieriamo molto senza entrare nel merito. Una donna si era persa tra questa folla. La sofferenza si leggeva sui suoi tratti, e la miseria dagli abiti poveri che la ricoprivano. Ma osservandola, la si capiva essere giovane, la si vedeva bella. Molte volte la sua mano aveva disegnato il gesto dell’elemosina, mai essa aveva avuto la forza di eseguirlo. Un’ultima fierezza irraggiava dai suoi occhi, tutto il suo essere si rivoltava contro l’avvilimento, la supplica.
Spesso dei benvestiti l’avevano avvicinata e rivolto degli inviti volgari e, non appena indugiava davanti a una vetrina di alimenti deliziosi e invitanti, sentiva sul collo l’alito caldo di un uomo che le sussurrava: “Se vuoi salire da me, la camera e la stanza rotonda”. È con grande difficoltà, cari bambini, se osate capire queste parole, tanto esse vi sembrano sorprendenti. La dignità della donna, il suo libero arbitrio, in quei tempi barbari, non erano più rispettati della dignità e libertà umana. La bellezza, la grazia, la giovinezza delle donne povere erano comprate dai benvestiti, i ricchi. Nulla secondo il loro volere era rispettato e i più vecchi, i più brutti in pelliccia avevano, quasi per un pezzo di pane, le più giovani e le più belle donne.
Si ostentava allora una più grande morale e un grande pudore e le nostre libere unioni dei nostri tempi erano fortemente bandite: l’amore si faceva sempre attraverso intermediari, o si vendeva in appositi mercati. La nostra povera sconosciuta arrossì, si girò. L’uomo era vecchio, era brutto, degli occhi affondati nel grasso delle sue guance, due o tre menti, un grosso ventre… Oh, la sua giovinezza a questo vecchiaccio, a questo lurido gaudente. Esitò, poi apparve sul suo bel viso una contrazione, alzò le spalle… accettò.
Seguì l’uomo in un albergo, in qualche strada vicina alla grande arteria. E in una camera banale in cui si udivano le carreggiate venali, vendette il suo corpo alle bestiali carezze del passante. Soddisfatto, l’uomo se ne andò verso altri piaceri. Lei davanti all’albergo, guardava la “stanza rotonda” come smarrita, poi tornava in sé. L’atto che aveva appena commesso, era per quel metallo. Quel metallo, era del pane per il bambino che aveva fame; quel metallo era del carbone, per il bambino che aveva freddo… per il suo bambino, nella mansarda.
Entrò come un turbine in un negozio, dove era esposto il pane dorato in tutte le sue forme. Delle inservienti che si affrettavano vicino a dei benvestiti, la osservarono con sospetto: “Una libbra di pane, per favore”.

Perché il pane, cari bambini, quest’indispensabile nutrimento, si vendeva così come ogni altra cosa. La servirono e, felice di avere del pane per sé, la poveretta, gettò la moneta sul bancone. Emise un suono sordo… Una voce cattiva diceva: “falsa, non bisogna farla a noi, piccola mia”. Delle mani brutali le strapparono il pane e la spinsero fuori. Capì: era stata derubata, ingannata. Il sacrificio ultimo della madre per il figlio era stato inutile. Delle ingiurie venivano alla sua bocca contro l’avido che aveva mangiato la sua carne, respirato la sua giovinezza, senza volerle lasciare una briciola del suo benessere. Ma la sua testa vuota si curvò, grosse lacrime scorsero lungo le sue guance; scoraggiata, stanca, prese la strada delle vie strette, delle case nere, lasciandosi alle spalle il quartiere di lusso e abbondanza.
E, nella strada più stretta, davanti la più nera casa, si fermò, seguì un lungo viale, salì la scala, e, in alto, trattenendo il respiro, lentamente aprì la porta della sua camera. Oh, l’orribile mansarda, oh il nero tugurio. Per terra un materasso sul quale due o tre sacchi erano gettati, vicino una tavola dagli assi malgiunti, un fornello i cui tre buchi spalancati sembravano gettare freddo, un baule grigio in un angolo ed era tutto. Un giorno smorto scivolava da un lucernaio il cui vetro rotto lasciava passare la brezza. Era tutto, dicevamo? No. In un angolo, gettando quasi una nota allegra, una culla. In questa culla tutto l’amore materno si disegnava vincitore; i mille nulla abbellivano questo nido. Un bambino di cinque o sei anni vi riposava.
Il primo sguardo della donna fu per lui. Ahimè! Ritornava a casa così come vi era partita, le mani vuote, niente pane, niente legna, era la morte, l’inevitabile morte. La sua morte, quella del cherubino, di quell’avvenire. I suoi occhi versarono lacrime, si avvicinò a passo lento alla culla. O ironia, il bambino sognando, sorrideva alla vista di qualche remoto paradiso, del vostro, oh cari bambini. Allora, trattenne il respiro, ma un desiderio di baciare questa carne innocente, questa carne della sua carne, nacque, imperioso, e posò le sue labbra sulla fronte del bambino.
Questi aprì lentamente i suoi grandi occhi ancora pieni di gioia estatica, li gettò sulla madre in lacrime, sulla tavola vuota, sulla stufa spenta, e triste: “Oh, mamma! Non era che un sogno… ma che bel sogno! Non avevamo più fame… Non avevamo più freddo… mai più”.

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Marcello Bernardi e la società dei senza cuore

Protestare, indignarsi, manifestare, desiderare un cambiamento… che cosa vogliono dire ormai queste cose in una  società come la nostra? Esse purtroppo auspicano soltanto una riforma del potere, che è la causa dei nostri guai, e non la sua eliminazione. Un’eliminazione che dovrebbe essere prima di tutto mentale, concettuale, ideale. Marcello Bernardi traccia un profilo secondo me molto preciso del riformista tipico della nostra epoca, e scrive: ‘…Ma la schiera di questi volonterosi manifesta sintomi di disorientamento e di confusione. I neoribelli si rivelano solitamente incapaci di esprimere una protesta individuale e tendono ad aggregarsi in gruppi il più possibile omogenei, fanno quasi sempre riferimento a un Capo carismatico che garantisca una copertura ideologica, o addirittura fideistica, e con varie giustificazioni cercano di sottrarre alla critica alcuni valori tipici della cultura post-industriale cui non si sentono di rinunciare, e segnatamente il valore-danaro. In altri termini, assumono una posizione di radicale contestazione nei confronti del sistema dominante, ma ne conservano diligentemente alcune connotazioni fondamentali. E forse non a caso ne conservano proprio quelle che costituiscono la sua matrice socio-politica: il potere, la sudditanza, la disciplina, la produttività economica, il profitto.

Marcello Bernardi
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