Entries from Gennaio 2017 ↓

AGGIORNAMENTI SU DIVINE E PROPOSTE IN CARCERE DAGLI SBIRRI!!!

Agosto 2016: come già più volte raccontato su diversi mezzi d’informazione, Divine Umoru viene arrestato in casa sua, a Bologna, con l’accusa di tentata fabbricazione di esplosivi.
Gennaio 2016: Divine è ancora rinchiuso in AS2 nel carcere di Ferrara, e apprendiamo dal suo avvocato dell’ennesimo rifiuto di concedere le misure cautelari alternative al carcere, ovvero gli arresti domiciliari a casa della madre. Le motivazioni dei giudici sembrano più dell’abituale una scivolosa arrampicata sugli specchi: prima l’ambiente bolognese non sarebbe idoneo per via delle frequentazioni “sovversive” di Divine, poi vengono tirati in ballo i numerosi affittuari precedenti dell’alloggio proposto, che ovviamente non vi abitano più da anni ma che a quanto pare non hanno mai spostato da lì la loro residenza, infine il reato in questione (ovvero la fabbricazione di esplosivi) è a rischio di reiterazione in quanto l’ambiente in cui sarebbe stato commesso sarebbe (ma guarda un po’) proprio un altro alloggio (e dove se no?!).
Risultato: Divine rimane dietro le sbarre.
I motivi per cui ci teniamo a comunicare e ad aggiornarvi su questa mancanza di cambiamenti sono diversi. Innanzitutto la situazione di Divine va considerata come un caso particolare: si intreccia amaramente con una delle lotte che lui stesso portava avanti, quella contro i Cie, le frontiere e le espulsioni.
Il razzismo istituzionale è un antico nemico per Divine, che è di nazionalità nigeriana e, nonostante sia cresciuto e abbia studiato qui fin da piccolissimo, ora gli è stato ritirato il permesso di soggiorno, situazione che ormai rimarrà invariata a prescindere dall’esito del processo (ovvero anche se venisse completamente assolto), e che lo porterà molto probabilmente, quando non sarà più agli arresti, ad un provvedimento di espulsione.
Siamo tristemente abituati alla repressione dello stato contro chiunque lo metta in discussione: essere anarchici è di per sé un delitto. Ma quando un compagno o una compagna europei vengono arrestati, quale che sia l’esito del processo (assoluzione o condanna e successiva scarcerazione) torneranno liberi di muoversi, magari con qualche restrizione, ma comunque quasi ovunque e come vorranno. Questo non è il caso di Divine, che a causa del suo passaporto africano, verrebbe deportato in un paese di cui conosce poco o niente e avrebbe enormi difficoltà a tornare in Europa se lo volesse. Per chi non ha la cittadinanza europea, quindi, la repressione è doppia. E doppia dovrebbe essere la nostra solidarietà, perché una delle colonne portanti dello stato è proprio l’esistenza delle frontiere e la distinzione fra chi può e chi non può attraversarle. Senza di esse, lo stato non esisterebbe.
Inoltre la minaccia di deportazione è un punto di pressione notevole e il nemico lo sa bene.
Forse anche per questo Divine è stato oggetto in cella di particolari attenzioni, come ci ha riferito: oltre alla censura e al blocco di gran parte della corrispondenza in uscita (compresi i comunicati in cui faceva il punto sulla sua posizione processuale e sulla sua identità politica), a quanto pare il Natale non gli ha portato la visita di Santa Claus, bensì di due ben più loschi ed infami figuri, che gli hanno prospettato la sua unica possibilità di uscire dal carcere e di ottenere agevolazioni: a cambio di due nomi e della delazione. Conosciamo Divine, e siamo più che certi che il loro viaggio sia andato a vuoto, esattamente come dovrebbe accadere ogni qual volta in cui strisciano appresso a chi ha deciso di opporsi a questo esistente; non per questo non sentiamo la necessità di rendere pubblica l’infamità di questa proposta e della situazione generale che Divine sta vivendo da sei mesi a questa parte.
Infine, e forse è ciò che più ci preme nella complessità del presente e nella pluralità del movimento, vorremmo mettere un punto fermo alle voci che si sono sentite in giro tra compagni e presunti tali. Fa difetto ovviamente la voce in questo caso più rilevante, in questa situazione, ovvero quella di Divine stesso, ma crediamo che oltre un certo punto l’identità politica e le dichiarazioni di intenti dovrebbero rivestire un ruolo relativo. Per le modalità dell’arresto, per le accuse in questione, per l’interesse investigativo delle merde nei suoi confronti (dovuto anche, o soltanto, alle frequentazioni “sovversive” e al materiale rinvenuto in casa sua),pensiamo che questa vicenda dovrebbe interessare chiunque si definisca un compagno, o anarchico che dir si voglia, a prescindere dalla conoscenza personale, dall’età, dal suo dichiararsi in un modo o in un altro e dal pettegolezzo.
I detenuti sono prigionieri, tutti. E la solidarietà non si misura e non si vince con i punti militanza.
E se qualcuno vorrà mettere in pratica una solidarietà più calorosa, non ha che l’imbarazzo della scelta..
Detto ciò, ci sembra importante ribadire la nostra rabbia e il nostro essere vicini a Divine come a tutti gli altri prigionieri dell’AS2 di Ferrara.
Divo libero,tutti liberi!!
Fuoco alle galere!!!

per chi volesse scrivergli:
DIVINE UMORU
CASA CIRCONDARIALE
VIA ARGINONE 327
44122
FERRARA

COMPAGN*

L’inaccettabilità dei fatti di Parma

L’inaccettabilità dei fatti di Parma

Riceviamo e pubblichiamo

-scritto aperto a tutte/i quelle/i che vogliono ascoltare-

 

“Nessuna delle rivoluzioni che appartengono alla storia è riuscita a ristabilire la libertà dell’individualità. Tutte hanno fatto fiasco, tutte si sono concluse con un frettoloso reinserimento nella normalità generalmente ammessa. Hanno fallito perché il rivoluzionario di ieri recava con sé l’autorità. Solo oggi si scorge che il focolaio di ogni autorità risiede nella famiglia, e che il legame tra autorità e sessualità, per come si manifesta nella famiglia con la perpetuazione del patriarcato, assoggetta ogni individualità.”

Otto Gross

Qualcosa su cui interrogarsi

La questione della reciprocità delle relazioni è base necessaria per una prospettiva di liberazione senza limiti. Chi non riesce a riconoscere l’elemento patriarcale, quindi autoritario, come punto da distruggere all’interno di noi e in ciò che ci circonda come può definirsi compagna o compagno? Per questo, il silenzio sulla questione di genere, dei ruoli e la sua conseguente eteronormazione, con l’omertà che ne deriva, è elemento multiforme e dirompente che blocca una critica radicale all’esistente.

Si può definire compagna o compagno chi non ha mai ragionato sulla questione dell’autorità, sia quelle visibili che quelle nascoste? Si può definire compagna o compagno chi dice che frequentando certi ambienti, cioè quelli che si definiscono liberati, è impossibile che accadano certe cose? E’ possibile affrontare la questione della violenza di genere in una prospettiva che decostruisca l’intero mondo intorno a noi?

Quando parliamo di consenso fra due o più persone che vogliono viversi un rapporto sessuale parliamo di libertà: fare l’amore in qualunque luogo e in qualunque modo, con l’intensa reciprocità di corpi che si incontrano, per voler sperimentare quella serenità dell’attimo che è incontrarsi nel desiderio. Se manca la reciprocità prima, mentre e dopo aver fatto qualcosa insieme di sessualmente condiviso, le uniche parole che mi vengono in mente sono violenza sessuale, autoritarismo, patriarcato, machismo, supremazia di qualcuno nei confronti di qualcun altro, tutte questioni in antitesi con la libertà. Non voglio essere definito antifascista, antisessista o anticapitalista: non voglio assumere dei ruoli militanti e non voglio parcellizzare il mio desiderio. Sono anarchico e questa tensione sviluppa il mio odio contro autoritari e autorità, contro merce e capitalismo, contro lo Stato, le sue leggi e le sue polizie, e contro la cultura dello stupro, insita nell’organizzazione di questa società.

Liberare se stessi dall’idra autoritaria è il primo passo per tentare di liberarsi con gli altri.

Stupro e stupratori

Francesco Cavalca, Francesco Concari, stupratori che vivono a Parma, e Valerio Pucci, stupratore che vive a Roma, in una sera dell’anno 2010 hanno abusato e usato sessualmente una ragazza che nei momenti di quel rapporto, in ampi tratti, era diventata un corpo inerme, svilito e oggettivato da questi tre luridi personaggi.

Questo fatto è avvenuto in una sede politica. Aggravante? Può darsi, ma un abuso sessuale ovunque avviene è una questione che travalica i confini del dove per stabilizzarsi nella merda dell’atto.

Poi, negli ambienti di movimento parmensi cala il silenzio. Dopo, avviene la derisione sessista e machista: chiamando la ragazza “fumogeno”, facendo girare un video all’insaputa della stessa. In un atto sessuale di gruppo tutto dovrebbe essere fatto in condivisione. Se qualcosa viene filmato, il consenso di tutti è base necessaria. Stesso discorso se si usano degli oggetti a scopo sessuale, il consenso è imprescindibile. Se dei corpi non si incontrano nell’armonia erotica si riduce l’essere a qualcosa di non senziente, a qualcosa del tutto consumabile, come un oggetto. L’oggettivazione dell’individuo produce il corpo violentato, proprio come fa questo mondo con la maggior parte dei suoi abitanti.

Chi ha visto quel video e non si è fermato a pensare, chi ha deriso quella ragazza, chi ha consentito che tutto questo continuasse deve riflettere. Senza una riflessione, c’è collaborazionismo e non posso biasimare chi considera associati in questo letamaio chi ha consentito, oltre ai tre stupratori, che questo schifo continuasse senza fermarsi a ragionare su quello che si stava facendo, senza opporsi a quello che si stava vedendo.

Far girare un video di un atto sessuale senza consenso di tutti quelli che lo hanno vissuto è violenza gregaria e sessuale, la quale non ha niente a che fare con la libertà e la sua buona dose di violenza liberatrice contro il dominio.

Le violenze indiscriminate vengono fomentate dalle guerre e il mondo che le produce. Se in guerra tutto viene concesso attraverso il dominio e la tortura, chi vuole rivoltare la propria esistenza non può non avere come assillo, oltre che la libertà, anche l’etica. La guerra è orrore e fa parte dello stesso mondo che produce lo stupro. Personalmente non auguro neanche al peggior nemico la galera e neanche lo stupro. Chi accetta, invece, questo modo di intendere la guerra sociale sta riproducendo il potere nella sua forma più miserrima.

La coerenza tra mezzi e fini, prima di tutto!

Un corpo che viene strumentalizzato

Si sa che il corpo svilito, ridotto a cosa, può essere facilmente strumentalizzato. Succede che in questa storia orribile sbirri, fascisti e giornalisti trovino sbocchi per la loro propaganda di dominio.

Gli sbirri, naturalmente, non vedono l’ora di indagare su un tentato sabotaggio ad una sede fascista di Parma e trovarsi in mano una storia raccapricciante. E’ da questo fatto che parte l’indagine anche sullo stupro e come capitato a chi scrive questo testo (insieme a tante e tanti…), solo cinque anni dopo si viene a conoscere di cosa è effettivamente successo nella sede della RAF di Parma. Venire a sapere di questa questione delicata dagli ambiti repressivi e non dalle compagne e dai compagni è un fatto del tutto inaccettabile.

I primi che fanno vedere una serie di video della sera dello stupro subito alla ragazza, non solo quello dell’oggetto infilato in una vagina senza consenso, sono gli sbirri. Terrificante, dalla merda al letamaio…

La ragazza viene chiamata in questura come persona informata sui fatti sul tentato sabotaggio, non sullo stupro subito cinque anni prima.

Naturalmente fascisti e giornalisti prendono la palla al balzo per strumentalizzare l’intera vicenda, prima di tutto su quel corpo svilito, poi sulla violenza sessuale di gruppo avvenuta in una sede dichiaratasi antifascista (sic!).

Di conseguenza, a processo iniziato, immagino che domande potrà subire questa ragazza in un luogo infame e sessista come può essere un tribunale. Immagino già le solita retorica inquisitrice tipo: “ma lei porta la mini-gonna? Quella sera portava le calze a rete? Lei è abituata ad avere rapporti sessuali di gruppo? Ecc…”. Una schifezza immonda, il solito piano del potere per far trasformare chi ha subito violenza come potenziale corresponsabile del carnefice. La banalità del male, nella sua forma più infima.

Altro che stato, altro che dio, il corpo è mio e me lo gestisco io

Ognuno gestisce il proprio corpo come più le/gli aggrada. Da qui parte una pratica esagerata di libertà.

Chi ha deriso e usato epiteti sessisti su gusti sessuali e pulsioni passionali di una ragazza non è una mia compagna o un mio compagno. Chi ha definito questa ragazza come una puttana in senso dispregiativo è mio nemico. Chi vuole svilire le persone con termini sessisti non può stare al mio fianco. Chi dimostra una sensibilità verso l’irripetibile percorso della libertà, qualunque essa sia, dovrebbe erigere barricate contro questi atteggiamenti. Non esistono puttane o siamo tutte puttane. Ai giudizi lesivi su testicoli e ovaie, peni e vagine, istinti sessuali di coppia o di gruppo facciamo delle grandi pernacchie ed è necessario lottare affinché questo non avvenga mai più, almeno negli ambienti in cui desideriamo vivere. Chi definisce troia una ragazza riproduce questa società, la società dove le vite vengono stuprate da oppressione e sfruttamento.

Chi non vuole fare i conti con le proprie gabbie esca dal gioco della rivolta o non ne metta le cosiddette sempre schifose stellette, perché la liberazione passa anche dalla libertà di corpi che si incontrano consensualmente, in quel barlume di felicità che è l’atto sessuale libero fra uomo e donna, donna e donna, uomo e uomo, o fra tante donne e tanti uomini.

Basta sguazzare nel fango dei bisogni, diamoci al cielo stellato dei desideri.

La cultura del rimosso come foglia di fico

Esiste in questa storia un rimosso, un tragico dimenticatoio in cui finisce un momento che non vuoi più rivivere. Si è detto che la ragazza in questione abbia frequentato gli stessi ambienti e le stesse persone anche dopo lo stupro avvenuto. Questa dicitura è stata intesa e fatta passare come se questo giustificasse il fatto che di stupro non si può parlare. La megalomania di questa storia ha superato la cortina del ridicolo, imbandendo i commensali nella narrazione che tutta questa storia abbia, a quanto pare, solo un fine ben preciso: distruggere gli antifascisti di Parma. Che questo sia l’obiettivo di ogni questura, cioè fermare le lotte con ogni mezzo necessario, è una grossa banalità di base. Che questa storia abbia parti oscure, niente di più limpido.

Per questo mi faccio due domande: ma non sarà che questo fatidico movimento parmense non si sia distrutto da solo, essendo miope su questo fatto? E come mai ci sono compagne e compagni anarchici di Parma che hanno fatto sapere, anche se con un ritardo elefantiaco, del machismo e sessismo presenti nella RAF? Come mai comportarsi da branco ha distorto l’obiettivo sincero di ogni lotta che si respiri a pieni polmoni: la libertà?

Secondo me a Parma ci sono compagne e compagni di cui fidarsi, vedi chi ha scritto il comunicato intitolato “Sui fatti di via Testi”, (gli unici che si sono sempre discostati, criticandoli fortemente, dai momenti di raccolta fondi fatti a Parma per i tre stupratori, perché purtroppo è successo anche questo fatto gravissimo) degli altri mi sembra che l’enormità degli errori fin qui commessi abbiano travalicato la decenza.

Per tutti gli individui con una certa sensibilità di Parma, che non sono stati collaboratori né degli stupratori né della derisione verso la ragazza: come è possibile che i due stupratori di Parma girino indisturbati per le vie della città? Domanda atroce che ha bisogno di un sacco di risposte pratiche a cui io oggi non posso rispondere.

Subire una violenza sessuale e fare errori

Chi subisce una violenza può fare errori ed è giusto dire quello che è successo anche in questa storia. Ribadire che comunque la ragazza ha fatto una delazione non è sottrarsi allo scempio mortifero dello stupro. La ragazza in questione davanti agli sbirri ha fatto tre nomi di persone che non c’erano la sera dello stupro. Io capisco benissimo che davanti al sadismo delle questure si può essere letteralmente in mano agli sbirri. Fare dei nomi di persone che niente hanno a che fare su una questione delicata come lo stupro, però, rimane un fatto grave. Solo delle prove portate da queste persone hanno fatto luce sulla loro posizione di completa estraneità durante la serata della vergogna. Lasciare passare questa specificità, sottovalutandola, in secondo piano è molto pericoloso: non può passare il fatto che firmare contro altre persone in una qualsiasi questura non sia delazione. Ribadisco: firmare contro altre persone un verbale della questura è delazione.

Possiamo capire lo stato d’animo in cui è avvenuto il fatto, ma questo non può giustificare quello che è successo. Possiamo cercare di comprendere, sforzarci di cercare in noi delle giustificazioni, ma il fatto di vendere delle persone alla polizia, soprattutto di questi tempi dove la delazione (e conseguenti delatori) delle volte viene presa come qualcosa del passato, la quale non può avvenire nel presente in ambiti di lotta, ma che purtroppo continua ad accadere anche di recente, rimane pur sempre un fatto di una gravità pesantissima.

La ragazza in questione ha subito una situazione indicibile, nessuno può negare questo fatto. Immaginiamo per un attimo, però, se le tre persone coinvolte dalla ragazza estranee alla vicenda non fossero state scagionate. Cosa sarebbe successo? Mi sembra un’ovvietà rispondere. Per questo, se qualcuno non vuole avere niente a che fare con questa ragazza per questo fatto è comprensibile. Altrettanto comprensibile è chi vuole sospendere il giudizio su di ella perché affossato dalla gravità del fatto successo in quella sede nel 2010.

Due posizioni altamente comprensibili, lontani da chi denigra la ragazza per coprire gli stupratori. Chi ha mischiato questa ultima posizione inaccettabile con le prime due citate (diserzione dalla ragazza perché c’è stata una delazione e sospensione del giudizio per il fatto gravissimo dello stupro) si deve assumere il fatto di aver scritto e detto cose inesatte, quasi sensazionali da propaganda giornalistica. C’è una barricata ben visibile tra le prime due posizioni che entrano nella dimensione dell’etica e la terza, in cui l’unica dimensione che vedo è quella di un comportamento del tutto inaccettabile.

Chi non vuole avere niente a che fare con la ragazza non è amica o amico degli stupratori, perché se si riconosce la violenza sessuale subita siamo su un piano diversissimo di chi ha minacciato, aggredito e offeso la ragazza per coprire il fatto di quella sera e le sue inevitabili conseguenze.

Proposte concrete tra riflessioni e diserzioni possibili

Voler vivere luoghi dove cospirare contro l’esistente, non essere funzionali ad esso, sembra un’ovvietà, ma purtroppo non lo è. In questi luoghi si possono far entrare degli stupratori? Logicamente la risposta è no, quindi credo che sia del tutto consequenziale che i tre stupratori di Parma non dovrebbero entrare mai più in luoghi di movimento e partecipare a momenti di lotta.

Reprimere i propri desideri per farsi accettare dal cittadino qualunque è logica di potere. Luoghi di sovversione, non sezioni di partito. La sovversione non ha niente a che fare con chi stupra e difende gli stupratori. Lo sguardo sovversivo dovrebbe tendere alla vita, non alla mera sopravvivenza. Entrare nei calcoli indigesti per mettere da parte la qualità delle relazioni di affinità è un salto nel fango della politica. Preferisco il pane e le rose.

Ammetto anche un’altra questione: non riesco a redimermi come stanno facendo alcuni in modo pretesco. Rimango dell’idea che la delazione è una cosa su cui non si possa tornare indietro. Per questo, la mia posizione sulla ragazza che ha subito lo stupro rimane quella dell’estraneità, della distanza e della lontananza. Non voglio essere nessuno che non sia io, ma vorrei che le persone che si sono rese responsabili della violenza sessuale sentano ogni giorno della loro vita diserzione e odio per quello che è successo, da chi è realmente contro lo stupro e il suo mondo.

Grande è il mio stupore per alcuni comunicati letti fino adesso ed è per questo che un’esperienza di discussione collettiva su questo fatto sarebbe del tutto auspicabile. Se le 4 crepe hanno avuto il merito di far uscire dall’ignobile torpore questa storia, questo non vuol dire che non esistano compagne e compagni che vogliano andare ancora più in profondità su quello che è avvenuto, nella sua totalità.

La propria sensibilità è terreno di scontro non di cura, tensione che vuole oltrepassare la miseria, non riprodurla. La sensibilità distrugge i ruoli e le manfrine ideologiche che castrano le passioni, che separano i corpi, che negano la reciprocità trovata solamente in certi rapporti. Condividere le proprie ricchezze e saperle amare, per non accumulare le miserie di questo mondo mercificato, dove il corpo viene normalizzato e reso oggetto.

Contro lo stupro delle vite, contro i suoi complici sempre; ma la mia passione per la libertà non farà mai rima con delazione, perché il percorso per liberarsi da questo mondo ignobile è l’unico luogo in cui sto a posto con i miei demoni.

Cremona, gennaio 2017

Un individuo che cerca di essere antiautoritario

Iperattività,il nuovo termine autoritario del potere.

I bambini che non sono conformi ai diktat e alla normalità e alle convenzioni imposte dalle scuole di regime statale vengono definiti ed etichettati con il termine di iperattivi, un termine molto in voga nella società odierna che sta ad indicare un eccesso di vivacità la quale non viene certo vista come un pregio bensì come un difetto da doversi curare spesso anche con l’ausilio di psicofarmaci per ammansire e rendere docili proprio come avviene con le bestie negli zoo prima di uno “spettacolo”.La natura stessa mette dentro ogni bambino la spontanea curiosità e una straordinaria predisposizione all’apprendimento. La scuola uccide la curiosità e questa predisposizione, uccide la gioia innata di imparare, la scuola snatura le persone, è fatta apposta per questo crimine e per addestrare all’obbedienza i futuri schiavi! Per avere una società diversa, senza servi e di conseguenza senza padroni, bisogna che i bambini crescano secondo la loro natura, secondo i loro bisogni, e non secondo ciò che gli adulti servi pensano che occorra loro, altrimenti renderanno i bambini dei perfetti costruttori di questa stessa disumana società che via via ha perso sempre più il dono più grande,quello della parola.

W i bambini spontanei e vivaci che non ci stanno ad essere omologati ed allevati come polli in batteria destinati alla macellazione.

I bambini che non sono conformi ai diktat e alla normalità e alle convenzioni imposte dalle scuole di regime statale vengono definiti ed etichettati con il termine di iperattivi

“Se un uomo non marcia al passo dei suoi compagni, magari è perché ode un tamburo diverso; lasciatelo marciare al ritmo della musica che sente, non importa né quanto lontana essa sia, né quale ne sia la cadenza.” (Henry David Thoreau)

Guarda anche  https://youtu.be/wU3_xzBYF6I

 

Leggi anche  https://scuolalibertaria.blogspot.com/2016/12/lautodeterminazione-uccisa-dalla-scuola.html

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https://scuolalibertaria.blogspot.com/2016/10/anche-la-formazione-dei-docenti-se-e.html

L’invisibile violenza della scuola.

La scuola odierna una fucina di “schiavi felici”.

La Fiaccola dell’Anarchia

La mano autoritaria del potere e i suoi retroscena.

Povero Mario Vece. Eh sì, povero Mario Vece. Poveri, però, anche quei quattro ragazzi che nel 2001 finirono pestati sotto le sue mani e di quelle di suoi due colleghi.
Una storiaccia, brutta, brutta. Di quelle destinate ad essere dimenticate in fretta. Un battibecco all’entrata di una discoteca a Pistoia, poliziotti che intervengono e portano quattro ragazzi in questura. Lì vengono scambiati per cittadini albanesi e per questo motivo insultati e picchiati. Lo dicono anche i referti dell’ospedale dove ad uno dei quattro giovani verrà riscontrato il timpano sfondato, il setto nasale incrinato e un testicolo tumefatto. Per gli altri contusioni, trauma cranici e lesioni varie su più parti del corpo.
E, all’epoca, per questi fatti, finirono agli arresti domiciliari l’ispettore Paolo Pieri, il vice sovrintendente Stefano Rufino e anche l’allora assistente Mario Vece, tutti accusati di lesioni gravi, falso e calunnie, perchè falsificarono anche i verbali. Una storia brutta poi finita con un patteggiamento a 14 mesi per Vece (condannati anche i colleghi), la sospensione dal servizio, il successivo trasferimento a Montecatini, poi a Pisa e infine a Firenze, come artificiere.
E per citare le parole di 16 anni fa dell’allora presidente della Regione Toscana Claudio Martini, “se tra i giovani che hanno subito quel pestaggio non ci fosse stato il figlio di un sottosegretario l’episodio non sarebbe mai venuto a galla”. Eh sì, perchè Vece e i suoi colleghi pestarono di botte il figlio dell’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vannino Chiti. Vece oltre a picchiare quei ragazzi era accusato, e ha patteggiato la pena, di aver falsificato i verbali di quella storia.

Oggi, è giusto provare compassione e anche commozione per questo poliziotto ferito. Sono sentimenti ed emozioni a cui la natura umana cede e di cui sente il bisogno, quasi come per sapersi persone migliori. Viviamo una società portata a giudicare tutto, che si esprime con un like, in maniera netta. Viviamo in una società capace di farsi incantare. Ma attenzione a celebrare nuovi eroi. Mario Vece non lo era e non lo è diventato dopo quella bomba. Oggi, è giusto celebrare il caro prezzo di quello che significa portare una divisa, ma può anche essere l’occasione per ricordare di non abusarne mai.

La mano autoritaria del potere e i suoi retroscena.

Dal Web

Modena 9 gennaio 1950. I fatti dell’eccidio delle fonderie riunite.

Modena 9 gennaio 1950

Le forze di polizia hanno ucciso stamane a Modena sei lavoratori,nel corso di selvagge cariche e durante una sparatoria,che per tre ore,fra le 10 e le 13,ha trasformato in un campo di battaglia le strade e le zone attorno alle Fonderie Riunite,durante lo svolgimento di una manifestazione di protesta contro l’industriale Orsi. Numerosi altri lavoratori giacciono nelle corsie dell’ospedale civile,feriti da pallottole al petto,alla testa,alle gambe:due di essi versano in condizioni gravissime,tanto che i medici si sono riservati la prognosi e si teme per la loro vita. Si contano a decine i feriti leggeri e i contusi,ed è pure elevato,per quanto al momento incontrollato,il numero degli operai fermati o arrestati.

Il numero dei feriti è salito a oltre 50. Fra essi un ragazzo di 16 anni. Le pallottole hanno lacerato i corpi dei morti e dei feriti,producendo fori del diametro di 3 o 4 centimetri,quali non vengono prodotti da pallottole normali. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che si siano usate pallottole esplosive.

Il Consiglio delle Leghe ha ordinato la continuazione sino a domani dello sciopero generale,che si era iniziato stamane alle 10,a Modena e in provincia,per protesta contro la “serrata”delle Fonderie Riunite.

Alle 10 in punto,tutte le fabbriche della provincia hanno sospeso il lavoro. I negozi hanno abbassato le saracinesche,tutti senza una sola eccezione.

Un lungo viale,intitolato al patriota modenese Ciro Menotti,porta dal centro della città alle Fonderie Riunite. E’ stato questo viale il teatro principale delle tristi gesta della polizia,la quale aveva disposto due sbarramenti a cento metri circa a destra e a sinistra dell’ingresso della fabbrica. Quando gli operai sono giunti presso uno di questi sbarramenti,essi sono stati accolti dal lancio di bombe lacrimogene senza alcun preavviso. Gli operai si stavano dirigendo verso la fabbrica per manifestare la loro volontà di lottare per la totale ripresa del lavoro. Il fumo degli spezzoni non impressionava,però,i lavoratori che rimanevano sul posto. A pochi metri dai cancelli,il passaggio a livello era chiuso. Transitava in quel momento un diretto proveniente da Milano,e la massa di manifestanti divisa in due dal treno. Spentosi appena il fragore delle ruote sui binari,echeggiavano i primi colpi di arma da fuoco. Due plotoni di carabinieri e uno di celerini intanto prendevano alle spalle altri gruppi di operai che si erano diretti verso i cancelli posteriori delle Fonderie. Il vice questore di Modena,Giuliano,ha diretto personalmente contro questi operai una carica,che si è conclusa con tre feriti e numerosi contusi. I parlamentari modenesi Ricci,Cremaschi,Borellini ed il sen.Pucci erano riusciti a farsi ricevere,dopo molte insistenze,dal Prefetto,al quale hanno chiesto che la polizia cessasse il fuoco.

“L’avete voluto voi-ha risposto il Prefetto ai 4 parlamentari- è stato un operaio a sparare per primo”.Il Prefetto forniva così personalmente la prima versione ufficiale dell’incidente la solita,assurda storia che viene ripetuta ogni volta che si vuol giustificare agli occhi dell’opinione pubblica il comportamento della polizia durante una manifestazione operaia.

 

Gianni Rodari

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