Entries from Novembre 2020 ↓

Mandateli lassù!

Luigi Galleani

«Ho, come un anatomista, osservato molti uomini d’ingegno brillante e di reputazione incontestabile, idolo e segnacolo dei partiti; li ho visti tutti, tutti, qualunque ne fosse il principio, umiliarsi e mentire per giungere al potere»
E. Cœurderoy
I politicanti di talento, di reputazione incontestabile, idolo e segnacolo del partito socialista, li abbiam visti umiliarsi e mentire intorno al suffragio universale per acquistare il diritto a mendicarlo; li vedremo ora abiurare, rinnegare, umiliarsi, transigere e mentire intorno alla funzione ed al valore dello Stato per proclamare il loro diritto alla prebenda, alla pagnotta, alla cuccagna.
Che cos’è lo Stato?
Non domandiamolo a Bakunin ed a Kropotkin: scienziati, filosofi, uomini di pensiero e d’azione eroicamente sinceri, non rinnegarono mai né per paura, né per lusinghe, né per calcolo la fede dei primi giorni, rimasero anarchici e sarebbero come tali cattive pietre di paragone alle ciniche e studiate apostasie dei socialisti girella a cui la fede è mercenaria ruffiana della fortuna, non viatico dell’abnegazione, stimolo alla sincerità ed al sacrifizio.
Che cos’è lo Stato?
«Lo Stato sorse nello stesso periodo storico in cui ebbe origine dappertutto, con forme diverse, la proprietà privata… Lo Stato attuale non ci appare se non come l’espressione della comunanza degli interessi delle classi dominanti… Lo Stato non ha altra missione che rappresentare, difendere, conservare tali interessi… Scomparse le differenze di classe, lo Stato cesserà di esistere non avendo più alcun fine da compiere… In un sistema di proprietà comune non v’ha bisogno, né possibilità di uno Stato e di un governo» (A. Bebel, 3 febbraio 1893).
Abbasso dunque lo Stato, il quale finché durerà la proprietà privata non potrà essere che l’espressione degli interessi della classe dominante.
È sempre l’antico pensiero di Marx e di Engels che il socialismo eunuco dei nostri giorni s’arrabatta a sofisticare ed a rinnegare.
«Le società che si eran mosse sin qui nell’antagonismo di classi aveano bisogno dello Stato, cioè di una organizzazione della classe sfruttante, per assicurare le condizioni di sfruttamento, e soprattutto per mantenere colla forza, la classe sfruttata nelle condizioni di sottomissione (schiavitù, servaggio, salariato), che richiedeva il modo di produzione esistente… Dal momento che non esiste più classe da mantenere nell’oppressione, e dal momento che la dominazione dì classe e la lotta per l’esistenza individuale basata sul disordine della produzione, su le collisioni e su gli eccessi che ne derivano, sono spazzati via, e non c’è più nulla da reprimere, uno Stato diviene inutile… L’intervento dello Stato si verificherà inutile sopra ciascun terreno, l’un dopo l’altro; esso si estinguerà gradualmente. Il governo delle persone fa posto all’amministrazione delle cose e alla direzione dei processi di produzione. La Società libera non può tollerare l’esistenza di uno Stato fra sé e i suoi membri» (Engels, Socialismo Scientifico).
Dunque abbasso lo Stato!
E fu fino a questi ultimi anni il grido di tutti i marxisti, di tutti i socialisti che… non avevano, come Millerand, gustato le delizie dei fondi segreti, la ciambella dei 25 franchi al giorno, o, in mancanza ed in attesa di meglio, l’onore e la gloria della medaglietta.
Leggete nel Catechisme Socialiste, edito a Bruxelles nel 1878 dal Kistemaekers, il processo che Guesde fa allo Stato, a tutte le forme dello Stato, quella socialista-democratica compresa, comparatelo colle sue attuali onorevolissime piroette di deputato e vedrete che ruzzoloni!
«D. — Che cosa è lo Stato?
R. — Lo Stato, che ha funzione essenziale, costitutiva di regolare i rapporti dei membri del corpo sociale e d’assicurare l’ordine nella società, è l’organo della legge.
D. — Come esercita lo Stato la sua funzione e da chi è fatta la legge?
R. — Da un solo individuo, prete o re, la cui volontà o capriccio sono sovrani, negli Stati teocratici o monarchici; da una minoranza, egualmente sovrana, negli Stati oligarchici od aristocratici; da una minoranza ancora negli Stati democratici, anche se la legge appare fatta da tutti.
D. — Non sarebbe possibile modificare l’organo legislativo dello Stato in modo che la legge, opera di tutti realmente, rappresenti la volontà e salvaguardi l’interesse di tutti?
R. — No…
D. — Lo Stato, come fattore legislativo, è dunque sotto qualsiasi forma fatalmente oppressivo?
R. — Sì. Qualunque legge possa emanare lo Stato sarà sempre oppressiva, necessariamente, della maggioranza o della minoranza…
D. — Lo Stato, convinto dalla sua stessa costituzione di non saper dare che una legge arbitraria, parziale, violatrice dei diritti e degli interessi dell’uno o dell’altro… deve dunque essere soppresso?
R. — Senz’alcun dubbio. Strumento di regno d’un individuo o d’una classe su altri individui o su altre classi, non potrà sfuggire ai colpi di coloro che aspirano all’eguaglianza sociale.
D. — Ma può essere? È possibile ottenere una società senza Stato?
R. — Sicuramente…».
Si potrebbe continuare ma ce n’è d’avanzo.
Abbasso lo Stato!
Andrea Costa, tempra ferrea, un giorno, di lottatore, oggi più che da altro logorato da un’intima contraddizione tra la fede antica, a cui rinunciò pur credendovi ancora, e la nuova a cui si diede senza credervi mai, ebbe per lo Stato filippiche roventi di dialettica e di forza:
«Io accetto — scriveva nel 1877 — che la proprietà debba appartenere alla società tutta quanta, ma non alla Società che ha per rappresentante e moderatore lo Stato, bensì alla società vera, al complesso di tutti gli uomini che hanno contribuita a produrla.
Per ottenere tutto questo non solo non abbiamo bisogno dello Stato ma crediamo di non poterlo ottenere se non coll’abolizione dello Stato.
Per noi lo Stato non ha avuto e non ha nella società che una parte negativa.
Noi crediamo di ottenere migliori risultati senza mandare i nostri uomini al potere. I nostri compagni saranno col popolo, vivranno con esso, gli indicheranno, se volete, la via, pronunceranno la parola motrice ma non si imporranno al popolo. Otterremo così tutti i buoni risultati che voi otterreste coll’autorità senza averne i danni».
Niente conquista dei pubblici poteri ma abolizione dello Stato!
Abbasso lo Stato!
Gabriel Déville ridotto a rimasticare ed a sputar bava sull’anarchismo e sugli anarchici, rimasti i soli irreconciliabili nemici dell’autorità e dello Stato, scriveva (pag. 16 e 17 del suo Aperçu sur le socialisme):
«Non dobbiamo perfezionare lo Stato, dobbiamo sopprimerlo. Esso è l’organizzazione della classe sfruttatrice per garantire lo sfruttamento e tenere in soggezione gli sfruttati. Ora è uno sciagurato sistema per distruggere qualche cosa quello di cominciare a fortificarla e sarebbe aumentare la forza di resistenza dello Stato aiutarlo nell’accaparramento dei mezzi di produzione. Il compito del socialismo non ne trarrebbe facilitazione alcuna…».
Lo Stato non si deve quindi riformare o rinnovellare, si deve sopprimere.
Abbasso lo Stato!
Anche Filippo Turati ebbe ai suoi bei dì, quando poteva sperar tutto fuorché di essere deputato, fulmini e saette contro lo Stato. Allora però, filosofando sull’ostracismo dì Aristide, plaudiva alla teoria estrema ma necessaria, alla rudezza con cui il Partito Operaio eliminava dal suo seno tutti coloro che non gemevano sotto la dipendenza del salario giornaliero.
«Solo un borghese gretto e microcefalo può fraintendere, indignandosene, l’alto senso di opportuna reazione che vi è nella massima proclamata dai più giovani e radicali nuclei operai: l’emancipazione dei lavoratori opera dei soli lavoratori; esclusione delle società borghesi, degli avvocati, degli intriganti e dei tutori» — scriveva al Fascio Operaio, da Como nel luglio 1886. F. Turati già avvocato, ma non ancora deputato intrigante, né tutore di una serqua di organizzazioni operaie che addomestica ora con rabbia ministeriale al culto di Giolitti borseggiatore di banche e di Zanardelli emerito e recidivo fucilatore del proletariato italiano.
Allora, commentando la Teoria Economica della costituzione Politica del Loria, s’indugiava dinnanzi al problema «se veramente lo Stato, come afferma sulle tracce di Marx e dei socialisti il prof. Achille Loria, non sia né possa mai essere altro in ogni tempo, e con e malgrado qualunque congegno di governo e di suffragio e di carte costituzionali, che il rappresentante e l’organo specifico delle classi possidenti per il miglior sfruttamento e l’oppressione delle classi inferiori».
Ma allora era di moda. Anche i deputati pigliavano in burla il loro ufficio di legislatori, avevano accettato il mandato soltanto per l’immunità parlamentare e pel vantaggio di viaggiare a carico dei contribuenti, ma laggiù, a Montecitorio, che cosa avrebbero mai potuto fare?
Musini s’accontentava di interrompere Depretis con qualche frequente e sincero boja d’un Sgnor! Costa gridava ancora il 18 marzo 1892 ai repubblicani di Perugia: «chi vi presenta il parlamentarismo monarchico, repubblicano o democratico come un mezzo di risolvere la questione sociale è un mistificatore o un illuso»; De Felice al primo Congresso socialista siciliano (27-28 maggio 1893) si scusava d’esser deputato e rivendicava l’onore d’essere il semplice rappresentante degli operai catanesi: «Ho accettato il mandato parlamentare soltanto come necessità di lotta e per essere libero nell’esplicazione del mio lavoro. Non ho mai creduto all’utilità dell’istituzione parlamentare»; Barbato, uscito dal reclusorio, respingeva sdegnosamente il mandato abbandonandolo ai ciarlatani, agli intriganti, agli ambiziosi.
Abbasso lo Stato, abbasso il parlamento! Era di moda allora.
Ora?
Ora Engels e Marx sono vecchie reliquie buone tutt’al più come amuleti e come scongiuri, ai quali — come i marinai alla madonna del Carmine durante la tempesta — chieggono protezione contriti dei giovanili peccati sbarazzini gli istrioni della rivoluzione pacifica, civile e ventraiola: Bernstein e Bebel s’accapigliano intorno alla maggiore o minore opportunità di avere un posto alla presidenza del Parlamento e mentre il secondo nicchia, il primo insiste sulla necessità che il Vice-Presidente socialista visiti, occorrendo, Guglielmo II e gli sia grazioso.
Guesde guarito dall’antica statofobia anarcoide crede nel suffragio universale, nel parlamento, nello Stato socialista, crede anche nello Stato borghese che, egli ne è ben certo, «presterà allo Stato collettivista qualcuno dei suoi congegni, la requisizione», magari, la «corvée per l’esecuzione dei lavori ripugnanti o penosi che nessuno volesse eseguire» (Seduta parlamentare, 25 giugno 1896).
Ora Déville, che come Guesde riconosceva incorreggibile, inadattabile lo Stato ad alcuna onesta funzione e doversi perciò «distruggere non conquistare», ora comprendendo che l’affrancamento del proletariato deve essere opera d’una maggioranza cosciente, «rinnega gli scritti in cui ha manifestato la sua fiducia nell’efficacia della violenza e della forza brutale » (27 maggio 1896. Discorso al Ginnasio Pascaud). È un po’ più sfacciato ma è anche più spiccio.
Ora Andrea Costa dall’abolizione dello Stato — condizione indispensabile all’emancipazione — è venuto a meno eretico consiglio: «Lo Stato è la borghesia organizzata? D’accordo. Ma perché è nelle mani della borghesia. Impadroniamocene noi, se ne impadroniscano gli operai ed invece di essere il nemico, com’è oggi, sarà leva potente a compiere la rivoluzione sociale». E dire che Andreino, prima d’essere onorevole non ci aveva pensato mai, anzi aveva pensato sempre il contrario!
Ora Turati… Turati fa pietà, egli incolla sugli antichi panegirici di Bakunin, fioriti dalla sua giovinezza piena di entusiasmi e di esuberanze, le omelie al beato Giovanni Giolitti da Dronero, prevaricatore ed assassino, e sulle sue antiche diffidenze dello Stato, l’aspirazione mal celata ad un sottosegretariato al ministero delle poste e telegrafi.
Ora Barbato, che rifiutava la medaglietta, passaporto agli intriganti ed ai ciarlatani, è tra questi anche lui del numero uno; le antiche e ribelli professioni di fede rivoluzionaria, i suoi antichi rimpianti «perché l’ora della insurrezione armata, fatale, non fosse ancora suonata» hanno ceduto il posto ad un desiderio di beato vivere e ad una valanga di sermoni frateschi intesi a dimostrare che «oggi abbiamo bisogno di accettare tutte le armi che i codici borghesi mettono a nostra disposizione per poter sviluppare nel proletariato una coscienza che sia in armonia colle forze produttive». Altro che insurrezione armata! I mezzi di lotta son medagliette, beghe e querele, ora!
Allora erano socialisti e rivoluzionari, ora, alla greppia ed al parlamento, son borghesi e dei peggio conservatori.
Mandateli lassù! Mandateli lassù investiti d’un mandato che s’intesse delle vostre abdicazioni e delle vostre rinunzie, i vostri compagni migliori, e prima che l’alba spunti, prima che il gallo canti, come Simone rinnegò Cristo, essi, i vostri compagni migliori avranno rinnegato l’ideale, venduto i fratelli, fucilati in nome dell’ordine e pei trionfi del capitale i figli della gleba, dell’officina e della miniera.
Mandateli lassù!
[Cronaca Sovversiva, 5 settembre 1903]

Treviso: Il 23 novembre inizia il processo contro il compagno anarchico Juan Sorroche

Juan Sorroche è un compagno anarchico spagnolo che ha vissuto in Italia per vent’anni, ed ha partecipato a numerose lotte contro lo Stato e il capitalismo, subendo, per questo motivo, alcuni periodi di detenzione. Nel 2016 è divenuto latitante a causa di diverse condanne (circa sei anni di carcere) legate principalmente alla lotta contro il TAV (Treno ad Alta Velocità) nella Valsusa. Arrestato nel maggio 2019, è stato condannato ad altri due anni e mezzo per possesso di documenti falsi. Al momento del suo arresto, Juan ha inoltre scoperto di essere accusato di un attentato alla sede della Lega Nord – un partito sovranista e razzista – avvenuto l’anno precedente a Treviso. L’azione, rivendicata da una cellula anarchica che fa riferimento all’Internazionale Nera, consisteva in una doppia esplosione, la prima contro la sede politica, la seconda come trappola – che non ha funzionato – contro la polizia o militanti del partito. Anche se nessuno si è fatto male, Juan è accusato di “massacro”, un crimine che comprende una pena che potrebbe arrivare all’ergastolo, cioè una detenzione potenzialmente infinita (1).

Il processo contro di lui inizierà il 23 novembre presso il tribunale di Treviso, città in cui la Lega domina da vent’anni. Il processo si svolgerà presso il Tribunale penale con una giuria popolare, che in un territorio di questo tipo può diventare un vero e proprio “plotone d’esecuzione”. Oltre alla vicenda trevigiana, dai materiali in possesso della polizia e dei magistrati, si evince la volontà di “costruire” l’ennesimo caso di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo”. La pratica dell’azione diretta è sotto continuo attacco, ed è importante che a Juan arrivi tutta la nostra solidarietà.

In solidarietà con Juan e con tutti gli anarchici perseguitati in questo periodo in Italia (“Scripta Manent”, “Pânico”, “Prommeteo”, “Scintilla”, “Lince”, “Bialystock”…) sono state indette due settimane di mobilitazioni dal 9 al 24 novembre.

1) La durata effettiva dell’ergastolo dipende dal reato e dal contesto. Ci sono persone che sono state rilasciate dal carcere dopo 12 anni e altre che, rifiutandosi di collaborare con i magistrati o di prendere le distanze da certe pratiche, sono rimasti in carcere per 37 anni (come alcuni militanti delle Brigate Rosse).

Per scrivere a Juan:

JUAN ANTONIO SORROCHE FERNANDEZ

STRADA DELLE CAMPORE, 32

05100 TERNI

ITALIA

Fonte: noticiasanarquistas.noblogs.org

Traduzione a cura di: Inferno Urbano

 

OGNUNO SCELGA DA CHE PARTE STARE

Il mese di novembre in corso, come molti sapranno, si presenta come ricco di sgraditi appuntamenti nei tribunali delle nostre città.
Già calendarizzate da un po’ di tempo le udienze dell’operazione Prometeo presso il tribunale di Genova (11 novembre, 18 novembre) che vedono imputati Beppe, Natascia e Robert. Si sperava nella possibilità di strappare un saluto ai due compagni detenuti che hanno appena sostenuto scioperi del carrello e della fame viste le condizioni detentive in cui si trovano da diverso tempo, ma non verranno tradotti in tribunale per partecipare dal vivo alle udienze a causa dell’attuale situazione Covid, ottimo pretesto per continuare con l’ignobile video conferenza. Inoltre per Beppe il giorno 24 si terrà un’udienza relativa al posizionamento di un ordigno nei pressi di una Posta della città di Genova nel 2016, fatto per il quale è l’unico accusato. Poste italiane che in quel periodo subivano attacchi in tutta la penisola a causa della collaborazione nell’espulsione degli immigrati attraverso la compagnia Mistral Air oggi Poste Air Cargo.
Sempre il 24, a Torino presso l’Aula Bunker delle Vallette si terrà la sentenza in Appello per il processo Scripta Manent che vede imputati una ventina di compagni anarchici per i quali l’accusa chiede la condanna senza il riconoscimento di nessun tipo di attenuante.
A Genova mercoledì 25 si terrà l’udienza per la richiesta da parte della Procura di Sorveglianza Speciale nei confronti di una compagna anarchica. Il PM Manotti sostenuto dai Carabinieri del Ros e dalla Direzione Antimafia e Antiterrorismo (D.D.A.A) richiede l’applicazione di questo spregevole provvedimento per 5 anni con il pretesto dell’altissima pericolosità sociale della compagna in questione, basata di fatto (come tutte le volte che viene sostenuta la necessità della SS) sulle idee e sulle intenzioni.
In questo periodo in cui l’intensificazione del controllo viene agevolata dall’emergenza sanitaria e la repressione di qualunque forma di dissenso applicata senza tregua, compagne e compagni continuano ad essere processati e sottoposti ad infami misure coercitive in un’ottica di esclusione di tutti gli anarchici sempre più capillare.

Per far sentire la nostra vicinanza e la solidarietà a tutti i compagni sotto inchiesta in questo periodo diamo appuntamento per un momento in piazza. Ci si vede: SABATO 21 NOVEMBRE ALLE ORE 15 IN PIAZZA BANCHI (Caruggi  Genova)

Inferno carcerario e covidiozia

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Queste sono le mascherine che il carcere di Torino fornisce ai detenuti. Appena ricevuta dal carcere delle Vallette. Ogni commento è superfluo.

In allegato un parziale della lettera pervenutaci:

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Mobilitazione in solidarietà con gli/le anarchici/che sotto processo | 9-24 Novembre 2020 AGGIORNATO

UN’UNICA CERTEZZA

Oggi assistiamo ad un inasprimento della repressione facilitato dall’emergenza sanitaria COVID-19 e, di conseguenza, ad un attacco a tutte le forme di conflittualità compreso il movimento anarchico.
Centinaia di compagni e compagne sono e saranno a breve processati per diverse operazioni repressive portate avanti dalle Procure: Scripta Manent, Panico, Ritrovo, Bialystok, Lince, Renata, Scintilla, Prometeo, processo del Brennero, processo per l’attacco alla sede della Lega di Treviso).
A governare sembrano di fatto Confindustria, la direzione Antiterrorismo e l’Antimafia, mentre lo stato si concentra nel cancellare la pratica dell’azione diretta e persino il pensiero sovversivo.
E allora, collegare le epidemie al saccheggio capitalista del pianeta, diventa una premessa di “terrorismo”, così come ogni forma di mobilitazione può diventare un “reato associativo”.
Quando il conflitto assume la forza della rivolta – come è successo a marzo nelle carceri – la risposta dello stato ricorda i tempi di Dalla Chiesa: irruzioni armate di guardie e carabinieri, pestaggi sistematici e una vera e propria strage con la morte di 15 prigionieri.

L’Amministrazione Penitenziaria sparpaglia e isola rivoluzionari e ribelli nei diversi gironi del sistema carcerario, impedisce ogni contatto con l’esterno e la presenza fisica degli imputati nei processi con la videoconferenza. Ma estende a tutti i prigionieri anche alcune delle modalità che caratterizzano il carcere duro 41 bis, tra tutte colloqui ridotti con divisori in plexiglass, censura sulla corrispondenza, chiusura delle celle.

Le procure dal canto loro, ricostruiscono la storia del movimento anarchico dividendo le pratiche rivoluzionarie in “accettabili” e “terroristiche”.

La forza del reame è la debolezza delle lotte. Un sistema che produce solo sciagure sociali, economiche, ambientali si regge sulla paura e ricorre ogni giorno di più al linguaggio della guerra.

Proponiamo quindi due settimane di mobilitazione dal 9 al 24 novembre .

IN SOLIDARIETÀ AI COMPAGNI E ALLE COMPAGNE SOTTO PROCESSO.
CONTRO LA DIFFERENZIAZIONE E L’ISOLAMENTO CARCERARIO.
PER RICORDARE I MORTI NELLE CARCERI.
PER RISPONDERE AI NUOVI CONFINAMENTI E AL COPRIFUOCO.

Perché la fiaccola della rivolta non si spenga mai e sempre nuove mani siano pronte ad afferrarla.
In un presente incerto – per noi, ma anche per i padroni – l’unica certezza è che resistere e contrattaccare è giusto.

Fonte: https://ilrovescio.info/