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Repressione a Verona

Riceviamo e pubblichiamo. Non mancando di dare la nostra solidarietà al compagno come a tutte e tutti i compagni colpiti dalla demokratica repressione.

Lunedi 30 Settembre si è svolta presso il tribunale di Venezia l’udienza per decidere in merito all’applicazione della misura della sorveglianza speciale richiesta dalla questura di Verona nei miei confronti.
Sono Peppe, da qualche anno insieme alla mia compagna vivo in un piccolo comune della provincia di Verona.
In tanti anni di lotte a fianco dei compagni di varie città d’Italia le attenzioni di sbirri e magistrati non mi sono mai mancate, ma da quando abito da queste parti sembra che mi vogliano molto più bene di prima, come testimoniano fatti e fatterelli di ordinaria repressione che abbiamo scritto negli ultimi anni ed altri un pò meno ordinari che abbiamo anche raccontato di persona.
Dopo quasi un anno di sorveglianza speciale passato al paese lontano da tutto (gennaio-dicembre 2019), quando finalmente potevo tornare ad avere una vita sociale, partecipare ad iniziative ed assemblee, quando, con in mano una qualifica professionale ottenuta a caro prezzo e un certificato che dava il via libera per conseguire una patente per 10 anni, potevo trovare la possibilità di spostarmi autonomamente e arrivare a fine mese (ahimè si!! parliamo di lavoro…) arriva un foglio di via da Verona (aprile 2019 – notificato insieme ad un fvo da Torino causa partecipazione al corteo in solidarietà all’Asilo).
Cosa che fattivamente mi impedisce di accedere alla maggior parte dei luoghi di lavoro possibili…negli stessi giorni arriva un provvedimento della prefettura che mi blocca il conseguimento della patente.
Anche la patente della mia compagna non può essere rinnovata alla scadenza di settembre a causa di tracce nelle analisi di sostanze non assunte.(fatto già successo alla vigilia della scorsa sorveglianza…ma forse siamo i soliti paranoici)
A distanza di meno un mese dalla notifica del fvo parte la nuova richiesta di sorveglianza speciale, questa volta di 5 anni!
Richiesta che non è giustificata da alcun fatto recente di rilevanza ma che oltre la solita zuppa sulla mia pericolosità sociale e un dettagliato dossier psicosociale di una trentina di pagine, porta come motivazione il fatto che non ho un lavoro, quindi per forza vivo di proventi di illeciti.
Il solito cane che si morde la coda….
Ma perche questo accanirsi nei confronti di una sola persona? Qualcuno ha detto che ciò accade quando si fanno le cazzate…noi diretti interessati pensiamo invece che nulla accade a chi non muove una foglia. Forse un individuo con un certo passato alle spalle, che sfugge alle dinamiche cittadine, un potenziale elemento di disturbo allo status quo che tanto aggrada alla questura va controllato, represso, isolato e ostacolato in ogni aspetto della sua vita fino a poter solo desiderare di andarsene. Non stiamo ad elencare singoli fatti o denunce perche ci si annoia e si diventa ripetitivi…d’altra parte abbiamo a che fare con apparati dotati di molte capacità e influenze ma poca fantasia.
Cogliamo l’occasione per ringraziare * compagn* che ci hanno dato solidarietà in questi anni e quell* che (ci auguriamo) non la faranno mancare nei giorni a venire, a noi e a chiunque si trovi in situazioni del genere.
Rendendosi conto che, al di là delle simpatie personali, l’inasprirsi della repressione è una questione che colpisce tant* di noi, chi più chi meno, e ci riguarda tutt*… noi anarchic* e chiunque non desideri scendere a patti con l’esistente. Siamo in un momento in cui il livello di conflitto sociale è estremamente basso ma a tutti è evidente che la pentola trabocca e sta per scoppiare. Per questo lo stato si para il culo allungando le mani su coloro che da sempre alimentano il fuoco della rivolta. Negli ultimi mesi abbiamo subito molti attacchi: inchieste, sgomberi, arresti e altri ne sono stati preannunciati, soprattutto (ma non solo) verso quelle individualità, gesti e situazioni che il potere ha deciso debbano fare da esempio.
La solidarietà dà molto fastidio e viene sempre più repressa, ma è un’arma che non ci possono togliere. E soprattutto ognuno può concretizzarla come meglio crede… tessendo reti, aprendo brecce, sabotando qualche pezzettino di questa macchina infernale che ci opprime o togliendo il sonno a chi lo ha già tolto a noi.
A ciascun* il suo: non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Forse non li vinceremo mai, ma venderemo cara la pelle!
Non sappiamo ancora l’esito dell’udienza ma non ci importa, vorremmo condividere con tant* compagn* una giornata di solidarietà al paesello in cui viviamo
Vi aspettiamo numeros* e rumoros* a Cerro veronese da venerdì 15 Novembre x chi vuole ambientarsi e dare una mano…

Sabato 16 Novembre alle 13 pranzo benefit
a seguire chiacchierata e barbara discesa in città per un indecoroso volantinaggio
dal pomeriggio concerti punk hc nel fienile
abbuffaggi e dabbere come non ci fosse un domani
a seguire:
dj set
un po’ di trashazza e poi quello che ci va

C’è un pò di posto x dormire (porta materassino e saccopelo) ma la tenda potrebbe servire…
No fasci, no sbirri, no sessisti, no presimale, no paparazzi
Sì cani se cat-friendly
Il tutto sarà benefit per spese processo, per Divine, Nat, e i compagni arrestati per il corteo del 9 Febbraio a Torino

a giorni pubblicheremo la locandina con info concerti!!!

Prima udienza operazione Renata

Il 18 ottobre ci sarà la prima udienza del processo “Renata”.
In quell’occasione ci saranno un paio di appuntamenti solidali in città.
Se sono “innocenti” hanno tutta la nostra solidarietà, Se sono “colpevoli” ancora di più.

E’ disponibile il libro “Tempesta”

E’ disponibile il libro “Tempesta” di Caterina Barbierato edito da Autoproduzioni Cassa Anti-repressione,una raccolta di pensieri della compagna anarchica in 80 pagine.  Il costo politico del libro è di 8 euro a copia,con un acquisto minimo di 5 copie è possibile acquistarlo al costo di 6 euro a copia. L’intero ricavato dalla vendità del libro è destinato ai compagni e alle compagne rinchiusi nelle patrie galere di stato che lottano contro questo sistema infame che affama sfrutta e uccide ed è a loro che è rivolta questa pubblicazione. Libertà per i partigiani e le partigiane di oggi e fuoco alle galere.

Per info: aut.cassaant.rep@gmail.com

cassaantirepressione1@gmail.com

http://www.anarchistintheworld.net/

Particolare di Ivan Constantinovich Aivazovsky 1860 

 

Elena Melli e l’attentato del teatro Diana

Il 12 luglio 1920 viene processata, a Milano, l’Anarchica Elena Melli (nata a Lucca il 4 luglio 1889) con l’accusa di “essere stata attiva incitatrice ad azioni violente e desiderosa di strage”, e di aver scritto al suo compagno, Giuseppe Mariani, lettere del tenore di quella che riproduciamo: “Il mio pensiero si ferma su questa società putrida che sta per tramontare. Questa società è una cloaca. Noi combattiamo per la libertà dei popoli e morremo insieme sulle barricate se sarà necessario. Penso, se riusciremo a fare ciò che pensiamo da qualche giorno, se tutto andrà bene, noi saremo felici! Dopo la lotta aspra, che ingaggeremo con la società, versando quanto più sangue borghese e poliziotto sarà possibile per redimere il mondo…”. In udienza riafferma la sua fede Anarchica senza tentennamenti: “Anarchici si nasce, non si diventa”, risponde seccamente al presidente del tribunale. Rimessa in libertà, collabora alla preparazione di un attentato contro il questore di Milano, giovanni gasti, ideato per protestare contro la perdurante detenzione di Errico Malatesta e di altri esponenti del movimento Anarchico. Elena Melli lega la sua esistenza a quella di Errico Malatesta e lo segue a Roma, dove l’anziano esponente Anarchico vivrà praticamente agli arresti domiciliari, dopo l’approvazione delle leggi eccezionali (novembre 1926). Sistematicamente sorvegliata, viene arrestata il 22 aprile 1928 e assegnata al confino per cinque anni.

Elena Melli

Anarcopedia scrive:” Il processo contro MarianiBoldriniAguggini e altri quattordici anarchici iniziò a Milano il 9 maggio 1922 alla Corte di Assise di piazza Fontana. Le accuse riguardavano la strage del teatro Diana, la collocazione della bomba alla centrale elettrica di via Gladio, il mancato attentato all’Avanti (quello che avrebbe dovuto compiere Pietropaolo) ed altre esplosioni avvenute l’anno prima.

Il processo durò 23 giorni, al termine del quale, il 1° giugno, fu emessa la sentenza: gli esecutori materiali MarianiBoldrini ed Aguggini ricevettero una condanna all’ergastolo (i primi due) e a trent’anni (Aguggini); e per gli altri (molti dei quali erano in realtà  innocenti) ci furono pene varianti tra i 15 giorni e i quattro anni di carcere.

Molti antifascisti ipotizzarono che il gruppo anarchico-individualista era stato manovrato dalla polizia, giacché quell’attentato favorì l’ascesa del fascismo. L’anarchico Gigi Damiani scrive nella prefazione dell’autobiografia di Mariani:

«Fu la polizia a condurre per mano gli esacerbati terroristi fino davanti alle griglie del teatro Diana».

I sospetti nacquero anche dal fatto che Elena Melli, la donna che avrebbe partecipato alla fase progettuale dell’attentato, non comparve fra gli imputati e una volta fuggita in SudAmerica di lei non si seppe mai nulla. Mariani però non fu mai convinto che il gruppo fosse infiltrato ed orientato così dalla polizia a compiere un attentato che favorì il nascente regime fascista:

«Non ho mai pensato, come sempre hanno fatto alcuni miei compagni, in base ad elementi che mi hanno detto positivi, fino a credere possibile una revisione del processo, d’incolpare qualcuno che vicino a noi sapesse manovraci tanto bene da farci credere che avremmo colpito il questore e altre personalità  e che invece ci facevano colpire delle povere persone innocenti intente solo a divertirsi»[

Malatesta, che il 25 marzo 1921 era stato finalmente processato insieme a Borghi e Quaglino (oltre ad altre decine di imputati)  sempre condannò risolutamente il gesto ma mai gli autori, che anzi definì «compagni nostri, buoni compagni nostri, pronti sempre al sacrificio per il bene degli altri»; gente che «nel compiere il loro tragico ed infausto gesto intendevano fare opera di sacrificio e di devozione.».

«Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana” furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano (…)»

 

 

Ricoverata coercitivamente in una clinica psichiatrica di Roma nella seconda metà del 1937, a causa di una crisi di nervi avuta nella questura, Melli sembra essere una delle prime vittime della repressione politica, praticata mediante l’uso del manicomio. Immediatamente dopo la Liberazione si trasferisce a Carrara, dove i compagni della FAI l’assistono e la sostengono fino alla fine. Muore all’ospedale di Carrara il 26 febbraio 1946.

La Fiaccola dell’Anarchia

Uno scritto di Stecco dal carcere di Tolmezzo

Cari compagni e compagne,

è giunta l’ora di dire qualcosa riguardo a quello che è successo in febbraio.

Sono passati poco più di due mesi dal nostro arresto con l’operazione “Renata”, e posso dire di essere sereno e forte, sicuro come non mai che la lotta prosegue nonostante i colpi inferti dallo Stato.

Il mio arresto a Torino, nelle vicinanze di corso Giulio, è avvenuto intorno alle 17,00 in modo tranquillo. Mentre stavo lasciando il compagno con cui mi trovavo, avevo notato il tipico poliziotto in borghese davanti a me alla fermata del tram, pochi secondi dopo mi sono trovato circondato. Posso dire che tutto si è svolto con molta tranquillità, e mi vien da dire con una fastidiosa “gentilezza”, al contrario di come sono stati trattati i miei compagni e compagne in Trentino.

Prima di partire per Trento pensavo ancora che il mio fermo fosse legato a dei definitivi che aspettavo da tempo. Qualcosa di strano lo percepivo: troppa gente con stellette in quei corridoi della caserma di Torino. Solo alla prima visita dell’avvocato ho scoperto che il giorno stesso dell’arresto mi sono state confermate le misure alternative al carcere. Una casualità? Sta di fatto che attorno alle 20,00 mi consegnano alcune carte riguardo ad una perquisizione nei miei confronti e nella casa in cui vivo. Ovviamente ho notato i “nostri” fatidici 270 bis, 280 bis ed una sfilza di altri reati. Sul momento, date e luoghi elencati non erano comprensibili, ma comprensibile era la mia reazione. Mentre leggevo, non mi sono sorpreso di quello che stava accadendo; niente agitazione né batticuore, ma la semplice certezza delle mie idee e convinzioni, certezza di aver sempre lottato per degli ideali di giustizia, di libertà, di uguaglianza tra tutti gli uomini e le donne.

Così, con questa strana tranquillità, ho affrontato il viaggio ai 70 km all’ora fino a Trento con quattro Ros. Arrivati alla caserma di Trento intorno alle 2,00 di notte, ho capito subito la vastità dell’operazione. La caserma era un formicaio di uomini e donne in divisa e non, valigioni, carte e cartacce.

È la terza volta in 8 anni che lo Stato mi accusa di “terrorismo” assieme a tanti miei compagni e compagne, ed un po’ la trafila la conosco, anche se ’sta volta sono anch’io uno di quelli a finire in gattabuia. Quando ci hanno fatto uscire dalla caserma, tutto era preparato per bene: sirene e lampeggianti spiegati per le foto dei miseri giornalisti appostati lungo la strada. Ho capito che la caccia agli anarchici era studiata nei particolari più infami, in modo da far da grancassa a chi sta in alto, i cui discorsi contro la libertà – oggi tristemente appoggiati da gran parte degli sfruttati – vengono rafforzati e propagandati sotto la luce dei riflettori.

Un’altra convinzione che mi ha tenuto, e mi tiene, tranquillo, è che qualsiasi cosa mi fosse successo o mi succeda i miei compagni non solo ci sono, ma hanno la forza di reagire a questo nuovo attacco. Respirare, anche se per poco, l’aria di Torino mi ha dato forza. Quella forza che dai compagni e solidali di quella città si è trasmessa in tanti luoghi. Sentire un clima coeso, determinato, non può che far bene a tutti e tutte, nonostante le difficoltà degli ultimi tempi. La cascata di telegrammi e lettere arrivataci ha confermato quelle mie sensazioni.

Da tanti anni pensavo quello che ha scritto il mio compagno Roberto: “L’ho sempre saputo, lottare per la libertà significa anche poterla perdere”. Parole semplice, chiare e soprattutto veritiere. Ora che in carcere ci sono, vedo e sento cose che a volte mi sono sfuggite (le due mie prime e brevi esperienze di carcere erano un assaggio di quello che vivo ora). Ora tocco con mano tanti miei ragionamenti fatti in questi anni di lotta. Stare qui a Tolmezzo vuol dire percepire come lo Stato e il suo apparato repressivo siano in costante lavoro e aggiornamento sui modi di isolare chi si ostina a lottargli contro. E ancor più dure sono le condizioni in cui si trovano le nostre compagne a L’Aquila, in quell’ibrido fra AS2 e 41 bis.

Vogliono togliere a questo carcere la fama di posto di aguzzini e picchiatori meritata all’epoca dell’ex direttrice Silvia Dalla Barca, anche se quelle mani pesanti sono ancora qui. Solo che ora i detenuti sono per la maggior parte in AS e provenienti dal sud Italia, non stranieri isolati a cui si può fare tutto quello che si vuole senza che nessuno lo sappia. La tattica ora è diversa. Il carcere è tutto spezzettato nelle varie categorie: mafia qui, mafia là, 41 bis, comuni, islamici, anarchici ecc. Tattica che sembra funzionare, se si pensa che tra i pochi “comuni” che ci sono alcuni si sono menati per insulti razzisti e pregiudizi vari, con gran favore per la Direzione. Penso che comprendere l’evoluzione delle carceri, la loro storia, i cambiamenti nel codice penale, il modo in cui vengono condotte le inchieste, non solo contro noi anarchici, sia molto utile per capire cosa dire e fare oggi sia fuori che dentro.

 

Oggi è il 25 aprile. Alcuni detenuti mi hanno chiesto se festeggiavo ed è stato interessante come in pochi minuti si convenisse che non c’è stata alcuna liberazione. La storia del movimento partigiano è molto complessa. Posso portare rispetto per quella lotta, ma anch’io parteggio. Se penso a quella lotta, penso a compagni come Pedrini, Tommasini, Mariga, Mariani e tanti altri, che il fascismo e lo Stato li hanno combattuti ben prima dell’8 settembre e ben dopo il 25 aprile. Soprattutto non hanno combattuto per fini politici e di potere, non hanno tradito gli scopi che tanti giovani, uomini e donne, si prospettavano con i loro sacrifici. È anche grazie a quei compagni, alle loro esperienze, ai loro racconti che io ora ho le conoscenze per affrontare il carcere con forza e dignità. Per me esiste un filo sotterraneo che mi unisce a quei compagni, non perché io abbia lo stesso coraggio – tante cose che loro hanno vissuto io non le ho provate sulla mia pelle –, ma perché cerco umilmente di portare avanti le stesse lotte e idee. Trovo ipocrita che, come ogni anno, su giornali quali il “Corriere della Sera” venga ricordato un grande fotografo come Robert Doisneau, il quale durante la guerra falsificò documento per il movimento francese della Resistenza, e allo stesso tempo si condanni e criminalizzi chi oggi scappa dai lager finanziati dall’Occidente dove è rinchiuso perché senza documenti e che solo tramite la fuga e la falsificazione dei documenti può cercare di sottrarsi alle autorità e rimanere libero. Questa giornata rispecchia l’ipocrisia della società in cui viviamo, in cui tutto può essere il contrario di tutto.

Questi sono tempi tristi. Le notizie di massacri indiscriminati si susseguono in modo angosciante. I fatti in Libia, Sri Lanka, Nuova Zelanda, Venezuela e tutti quelli tenuti nascosti fanno parte dello stesso lato della medaglia di altri massacri compiuti dai vari eserciti in giro per il mondo.

Tutti questi avvenimenti parlano di morti indiscriminate, sommarie, barbare, compiute non per scopi di emancipazione, ma che mirano a brutalizzare la vita per la sopraffazione e il potere.

In questo contesto di guerre e cambiamenti sociali di varia natura per l’ennesima volta il movimento anarchico nella sua storia viene accusato di “terrorismo”. Questa accusa è una grave offesa, la quale ha come scopo di denigrare le nostre idee e i nostri metodi. Lo Stato, che usa i metodi più sporchi e infami, quando ha paura o necessità va a colpire gli sfruttati più coscienti che lottano. In tanti modi gli anarchici si sono difesi da questi attacchi ribadendo la giustezza delle loro idee e pratiche nel tempo.

Anch’io ora voglio dire la mia. L’isolamento e questa cella non possono riuscire a tenermi zitto. Non mi passerà mai la voglia di portare chiarezza dove c’è la peggior confusione. Per farlo citerò dei fatti e delle parole di alcuni anarchici.

Da tanti anni in Russia, gli anarchici e non solo vengono uccisi, torturati, la propaganda imbavagliata, i familiari arrestati. Nel 2001 il giovane anarco-sindacalista Nikita Kalin viene ucciso con un colpo di pistola alla testa per via della sua attività nella fabbrica dove lavorava. Tanti altri sono stati colpiti da una feroce repressione dello Stato e dei suoi servi fascisti che negli ultimi anni non ha fatto che aumentare. Il 31 ottobre 2018, alle ore 8,52, ad Arkhangelsk, un giovane anarchico, Mikhail Zhlobitsky, muore dilaniato dalla sua bomba all’interno della Direzione regionale del FSB (il servizio segreto russo). Tre agenti vengono feriti e l’edificio viene danneggiato. Questo fatto drammatico ci fa capire che da una parte abbiamo perso un coraggioso compagno e che dall’altra la colpa di quanto successo è dello Stato. Se si mettono all’angolo le idee e la libertà, esse reagiranno con gli uomini e le donne più coraggiosi e determinati. Sono le condizioni sociali che fanno sì che simili episodi avvengano. E questo fatto non è “terrorismo”. Noi ora possiamo piangere il compagno scomparso, ma ancor più capire che la lotta debba andare avanti finché fatti come questi non siano più necessari.

 

Il 20 settembre 1953 uscì un articolo di Mario Barbari sul giornale anarchico “Umanità nova”, in cui quel compagno così commentava il libro di Giuseppe Mariani a proposito dei fatti del Diana del 1921:

“E il tiranno non è forse un leone famelico – sempre in cerca di brame conquistatrici – quando nella sua dispotica brutalità non esclude nessun mezzo ai danni di chi tenta di liberarsi dalla tirannia stessa nel timore che altri siano resi edotti della realtà che li schiaccia? Il tiranno è dunque l’espressione genuina della violenza e chi lo combatte combatte la violenza”.

 

Noi anarchici dobbiamo tenere una bussola che ci distingua sempre da chi usa la violenza per i suoi scopi cattivi. Malatesta la chiamava “ginnastica morale”, grazie alla quale il senso della violenza rivoluzionaria sia diverso da quello della violenza utilizzato dallo Stato tramite i suoi mezzi e servi. Uno dei nostri compiti è portare chiarezza in questa società basata sulla violenza, lottare perché finalmente la brutalità venga sostituita con la fratellanza e la solidarietà per tutto il genere umano. Forse oggi quella per rimanere umani è la battaglia più difficile, sottrarsi all’odio che ci circonda lo è ancora di più. Se ci riusciamo i nostri scopi potranno emergere con forza e lucidità.

Con le loro accuse ci vogliono buttare in un paniere il cui contenuto è più che marcio; noi invece dobbiamo rimanere incorrotti davanti alla barbarie.

 

Continuava Barbani:

“Non si tratta quindi più di violenza o non-violenza; di amare od odiare; di comprendere o compatire; ma di lottare strenuamente con tutte le nostre energie di uomini coscienti per estirpare la tirannia ed eliminare il giogo della schiavitù materiale e spirituale; e per questo, incitiamo ciascuno a comprendere se stesso per comprendere nel pari tempo gli altri.

Se domani una nuova aurora ci trovasse presenti alla realtà d’una rivolta di oppressi e di relitti umani, non disdegneremo di essere presenti nel fragore delle barricate ed anche allora saremo certi di non commettere alcuna violenza, ma di combattere la violenza!”. 

 

Il libro Memorie di un anarchico di Giuseppe Mariani mi ha fatto più volte fare profonde riflessioni che mi hanno aiutato ad avere chiarezza su pratiche e metodi. Finisco questo discorso con le parole di Gigi Damiani presenti nell’introduzione al libro di Mariani:

“… Ma la storia ci insegna che vi sono momenti in cui la violenza diventa una necessità sociale. Solo è necessario, per quanto possibile, che essa non colpisca alla cieca e che non faccia pagare agli umili le colpe dei grandi”.

 

Penso che in questo momento, grazie purtroppo anche agli attacchi dello Stato contro il nostro movimento, abbiamo l’occasione di tornare con ancora più forza a parlare delle nostre idee, pratiche e sogni. Degli spazi, se pur piccoli, si stanno aprendo e noi dobbiamo criticare i movimenti riformisti e in malafede. Negli ultimi mesi tante persone si pongono diversi quesiti rispetto alla direzione che sta prendendo questa società, soprattutto con cortei di opinione che purtroppo hanno un carattere difensivo, riformista e non condivisibile. Tocca a noi, con chi ci sta, creare rotture e stimolare la realtà in modo tale che questa tenue ripresa di coscienza vada alla radice dei problemi sociali e non si faccia incantare da parole come democrazia-diritti-progresso-civiltà. La chiarezza e le nostre pratiche siano ora fondamentali per riuscire a creare un rapporto di forza necessario a far arretrare lo Stato e i padroni dai loro intenti. Anche qui ci vuole una sana ginnastica.

E se procuratori al di sotto di ogni sospetto come Raimondi e i questori di Torino e di Trento si sorprendono della solidarietà espressa a noi anarchici invitando la cosiddetta società civile a starci lontano, vuol dire che la strada è giusta, e non possono che farmi felice. Le nostre lotte, la nostra propaganda, le nostre pratiche, anche se in piccolo, spaventano in qualche modo chi di dovere.

 

Ringrazio di tutto cuore tutti i compagni e compagne che in questi mesi si stanno caricando di tante fatiche per portare avanti le lotte e la solidarietà a tutti noi in galera. Ringrazio tutti quelli che tramite assemblee, riviste, approfondimenti portano avanti il dibattito e la crescita delle nostre idee.

La mia sincera vicinanza va ai compagni e compagne indagati e rinchiusi in prigione per i processi “Scripta Manent”, “Panico”, “Scintilla” e tutti i compagni e compagne detenuti nelle galere di ogni dove.

La mia più viva preoccupazione va alla compagna anarchica Anahi Salcedo rinchiusa in Argentina in condizioni fisiche precarie e con mancanza di cure appropriate.

Un saluto fraterno vada a tutti i compagni latitanti che camminano sulle strade del mondo.

Ancora una volta:

Per la Rivoluzione sociale, per l’Anarchia

 

carcere di Tolmezzo, 25 aprile 2019

Luca Dolce detto Stecco

 

Per scrivergli: Luca Dolce – C.C. via Paluzza 77 – 33028 Tolmezzo (Udine)

Aggiornamenti operazione “Renata”

Il 19 febbraio scorso una vasta operazione di polizia ha visto arrestare 7 persone nell’operazione denominata operazione Renata. Dalle ultime notizie che abbiamo ricevuto apprendiamo che i compagni e le compagne stanno bene (relativamente per come si possa stare in un carcere) e possono ricevere la corrispondenza. Invitiamo pertanto a scrivergli anche una semplice cartolina per un saluto per fare loro sapere che non sono soli e che i compagni e le compagne li hanno tutt* strett* nel cuore. Seguono gli indirizzi per poter scrivere ai compagni e alle compagne reclusi perché chi lotta non deve mai essere lasciato solo.

Fuori i compagni e le compagne dalle galere!!!

Agnese Trentin
C. C. Rebibbia Femminile
Via Bartolo Longo, 72
00156 Roma

Roberto Bottamedi, Luca Dolce, Giulio Berdusco
C. C. di Tolmezzo
Via Paluzza, 77
33028 Tolmezzo (UD)

Nicola Briganti, Andrea Parolari
C. C. di Ferrara
Via Arginone, 327
44122 Ferrara (FE)

Riportiamo l’Iban per chi volesse inviare un contributo per eventuali benefit in solidarietà con gli arrestati:

IBAN: IT04H3608105138216260316268
intestato a Bezerra Kamilla.
Per bonifici dall’estero serve anche codice BIC/SWIFT: PPAYITR1XXX

Su territorio italiano si possono effettuare anche le ricariche (solo in contanti) direttamente dal tabacchino (costo 2 euro) fornendo i propri dati.

Vengono richiesti tessera sanitaria e numero della carta da ricaricare:
5333 1710 7066 8120.
Codice Fiscale dell’intestatario: BZRKLL80P60Z602C.

 

Leggi anche https://abbatterelefrontiere.blogspot.com/2019/02/che-si-sappia-comunicato-dal-trentino.html

Solidali e complici con gli arrestati e le arrestate di Trento e Rovereto. Libertà per tutt*!

Da Trento – IL CUORE OLTRE LE SBARRE

 

 

 

 

 

 

 

1918-2018 Guerre di oggi, guerre di ieri: nessuna festa per un massacro!

1918-2018 Guerre di oggi, guerre di ieri: nessuna festa per un massacro!

Contro la retorica nazionalista, ricordiamo i disertori, i renitenti, i fucilati

Rilanciamo l’antimilitarismo

Rifiutiamo di unirci al coro nazionalista di chi celebra il centenario della vittoria della Prima Guerra Mondiale. Vogliamo invece ricordare chi quella carneficina provò a fermarla, chi rifiutò di sacrificarsi per i profitti e i fanatismi altrui, chi scese in piazza chiedendo pane e pace sfidando la prigionia e la deportazione.

Una guerra che ha portato a milioni di morti, mutilati, invalidi, dispersi, “scemi” di guerra, fucilazioni di massa, fosse comuni, devastazione ambientale, esplosione della furia nazionalista, manipolazione mediatica, mitizzazione di criminali in divisa come Cadorna e Graziani, Badoglio o Rommel che ebbero poi ruoli centrali nelle dittature nate sulle macerie di quel conflitto.

Ricordiamo che la Prima Guerra Mondiale è stata anche una storia di diserzioni. A Caporetto e a Vittorio Veneto migliaia di soldati delle due parti abbandonarono l’esercito: erano stati mandati a combattere una guerra voluta da borghesi, padroni e intellettuali fanatici. Innumerevoli e spesso dimenticate dalla storia ufficiale furono le rivolte, gli ammutinamenti, i sabotaggi.

Ora lo scenario mondiale è profondamente cambiato. Quella che non è cambiata (si è solo aggiornata) è la propaganda nazionalista e militarista volta a dimostrare l’utilità degli eserciti e delle sue missioni, sia all’estero che nelle nostre città. Le guerre vengono giustificate da mille motivi, ma continuano a essere causate da interessi capitalisti e portano – oggi come allora – morte e distruzione.

Per questo riteniamo importante in questa data sostenere le ragioni dell’antimilitarismo e discutere del ruolo degli eserciti oggi.

Quanto si spende oggi in armi e tecnologia bellica? Quanto vale l’export di armi per l’Italia? A quali paesi vengono vendute e a quanti conflitti partecipiamo direttamente e indirettamente? Cosa si muove in Europa con l’avvio della cooperazione militare con l’istituzione di una struttura di coordinamento permanente “Pesco” (un chiaro tentativo di dar vita al nuovo esercito europeo), che già beneficia di un finanziamento di 13 miliardi di euro? Quale è il peso della scuola nell’ “arruolare” i ragazzi e le ragazze a questa mentalità gerarchica e d’obbedienza tipicamente militarista mascherata da vuoto patriottismo? Quale è il ruolo della propaganda?
Gli eserciti stanno sempre più svolgendo un servizio di controllo interno. Con il pretesto del terrorismo, della crisi e dell’instabilità sociale, i governi che si sono susseguiti in Italia hanno utilizzato i vari corpi armati come deterrente contro le proteste e in particolare contro l’attivismo di settori popolari in rivolta contro le devastazioni ambientali (si veda il TAV in Val Susa o le discariche di rifiuti tossici in Campania). Possiamo parlare di una vera e propria sperimentazione di un fronte di “guerra interna”, una sorta di militarizzazione sociale dove, non ultimo, viene agitato lo spauracchio dell'”invasione etnica” per giustificare l’aumento di polizia e militari nelle strade e sui confini.

Questo, assieme ad un rinnovato ed esplicito interventismo bellico al di fuori dei nostri confini: operazioni di guerra sempre meno mascherate da “guerre umanitarie” e sempre più palesemente portate avanti “a difesa degli interessi nazionali” ovvero dei profitti delle multinazionali italiane che continuano a saccheggiare le risorse naturali dei paesi extraeuropei, in particolare dell’Africa.

Le retoriche nate dai nazionalismi di ieri alimentano quelli di oggi.

Rivendicare una memoria antimilitarista significa combatterle entrambe.

Sabato 13 ottobre, ore 15.30 Convegno-Assemblea pubblica a Gorizia presso il Trgovski Dom (ex sala Petrarca) in Corso Verdi 52. Interventi di:

  • Marco Rossi “Diserzioni individuali e collettive sui fronti della Grande guerra”

  • Daniele Ratti “Il libro bianco della difesa, la trasformazione del complesso militare-industriale e le collaborazioni con l’università”

  • Antonio Mazzeo “Trasformazione degli apparati militari dell’Unione Europea e della Nato nel Mediterraneo ed effetti nei processi di militarizzazione in Italia”

  • Intermezzo musicale con Matteo Della Schiava e distribuzione di materiale informativo

Sabato 3 novembre Manifestazione antimilitarista, Gorizia, h.15

Concentramento di fronte alla stazione dei treni.

Conclusione in piazza della Vittoria con intervento musicale di Alessio Lega

Coordinamento Libertario Regionale

infoaction@autistici.org

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CASSA ANTI-REPRESSIONE

E’ disponibile il libro “Tempesta” di Caterina Barbierato edito da Autoproduzioni Cassa Anti-repressione,una raccolta di pensieri della compagna anarchica in 80 pagine.  Il costo politico del libro è di 8 euro a copia,con un acquisto minimo di 5 copie è possibile acquistarlo al costo di 6 euro a copia. L’intero ricavato dalla vendità del libro è destinato ai compagni e alle compagne rinchiusi nelle patrie galere di stato che lottano contro questo sistema infame che affama sfrutta e uccide ed è a loro che è rivolta questa pubblicazione. Libertà per i partigiani e le partigiane di oggi e fuoco alle galere.
Per info: aut.cassaant.rep@gmail.com
cassaantirepressione1@gmail.com

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Ancora una volta: si parte e si torna insieme, sempre.

L’11 aprile la Cassazione emetterà la sentenza definitiva sul maxi processo notav. Comunicato e Appello del Movimento notav

Un processo, di chiara connotazione politica, nel quale sono stati imputati 53 notav per le giornate del 27 giugno, lo sgombero della Maddalena, e  l’assedio al cantiere del 3 luglio 2011, che in primo grado si è svolto in un clima surreale, con udienze settimanali, nell’aula bunker del carcere delle Vallette. La magistratura ancora una volta, ha dimostrato con un’ accusa strumentale e feroce, comminando pene esemplari, il chiaro intento intimidatorio nei confronti di tutto il popolo notav.

In primo gradoprimo grado erano state 47 le condanne per un totale di 142 anni e 7 mesi di reclusione in tutto, con pene inflitte dalla Corte che hanno superato persino le richieste della Procura.

Una vendetta di stato la definimmo allora (e lo ribadiamo oggi), perché capace di infliggere a 53 notav più anni di galera degli autori del disastro del Vajont ( ben 130 anni in più).

Oltre alle condanne sono state inflitte a vario titolo risarcimenti, provvisionali e spese processuali per cifre enormi.

Nel secondo grado le condanne sono scese a 38 con la Corte d’Appello che ha ritenuto importante ribadire nella sentenza che «il comportamento delle forze di polizia è stato pacato, misurato e in linea con le direttive contenute nei provvedimenti dei vertici degli uffici e degli ordini dati sul campo», anche quando i fatti documentati dimostrano che non è proprio andata così (vedi Operazione HunterOperazione Hunter o i 4.357 lacrimogeni lanciati contro i noi il solo 3 luglio 20114.357 lacrimogeni lanciati contro i noi il solo 3 luglio 2011)

Ora si arriva alla sentenza definitiva e le condanne potranno diventare esecutive (a meno che la corte non accolga, anche in parte, i numerosi ricorsi che potrebbero annullare parte o tutta la sentenza e rinviare gli atti per un nuovo processo)  così come le provvisionali e i risarcimenti, che sono circa 145.000,00€ le provvisionali (a titolo di parziale risarcimento delle diverse parti civili costituite tra cui Telt, sindacati di polizia e Ministeri) e  250.000,00€ di spese legali (parcelle degli avvocati di parte civile).

Per questo non vogliamo far mancare la nostra solidarietà a tutti e tutte, perché ognuno di noi poteva essere imputato in questo processo, perché in quelle giornate c’eravamo tutti, con il corpo e con il cuore.

Sono giornate impresse nella nostra storia, collettiva e di popolo, che non troverà mai la giusta verità in un’aula di tribunale perché ci siamo abituati, ma mai rassegnati, a vedere riscritti fatti che ci riguardano secondo la penna e il codice penale di chi, in qualche modo, si è sempre schierato dalla parte dell’opera e del sistema tav.

Abbiamo sempre avuto ragione, e anche oggi i fatti lo dimostranoe anche oggi i fatti lo dimostrano, ma siamo sempre stati trattati come “casi penali” da chi ha molteplici interessi nella costruzione della linea e nella sconfitta di un movimento popolare capace di scrivere la storia di questo Paese, senza paura, con la propria lotta e senza chinare mai la testa. Nemmeno quando hanno provato a piegarci con gli arresti, con centinaia di processi, centinaia di migliaia di euro di risarcimenti e capi d’imputazione sempre più duri fino ad arrivare alle imputazioni per terrorismo.

La magistratura è stata un grimaldello della politica, che non avendo veri strumenti e argomenti per contrastarci, ha delegato tutto al piano penale e repressivo, per piegarci e spaventarci, ma non ha mai ottenuto l’effetto desiderato.

Siamo ancora qui, con lo stesso entusiasmo di un tempo, fieri delle nostre battaglie e sempre più convinti (e documentati) delle nostre ragioni.

Abbiamo imparato a camminare insieme, e non lasciare indietro nessuno, in nessuna occasione, e per questo anche l’11 aprile vogliamo far sentire la nostra vicinanza ai notav imputati con iniziative in Valle e a Roma, davanti alla Corte di Cassazione, dove verrà letta la sentenza.

Per questo chiediamo la collaborazione di tutti e tutte a costruire i due appuntamenti, rilanciando anche un’assemblea popolare per Venerdì 13 Aprile, al Palanotav di Bussoleno.

Avanti notav!

Il Movimento Notav

da notav.info

I sogni son desideri…….di felicità

I sogni son desideri…….di felicità

<< La Walt Disney Corporation è una delle multinazionali più potenti di questo pianeta. La bella e la bestia Disney ha costruito il suo impero sui fumetti di Paperino e Topolino e da bravi Paperon dè Paperoni i manager di Disney hanno le mani su molti dei settori strategici dell’economia a partire naturalmente dal settore dei media e della comunicazione per estendersi un pò ovunque dall’industria tessile a quella edilizia. Purtroppo (Ironico, ma c’era da pensare il contrario?), in tutti questi settori dove domina Walt Disney Corporation vi è un monopolio totale, così ad esempio nel campo della comunicazione e della rete internet manipola l’utilizzo di questi media non come attualmente, in parte gestito, ma mutuandolo dal modello televisivo dove emettitore del messaggio (la classe dominante dei ricchi) e ricettore (ossia il branco confuso che deve essere indottrinato dalla propaganda) siano ben distinti. Non per niente è alleata con Microsoft e per un certo periodo di tempo si poteva accedere al suo sito solo con il browser di Microsoft. Sempre riguardo alla rete, Disney, naturalmente dalla sua posizione di dominio assoluto del mercato dei prodotti per la famiglia, sostiene chi vorrebbe “regolamentare” i contenuti della rete a misura dei bambini. Già abbiamo una televisione per lobotomizzati, non solo, vorrebbero imporre ovunque il mai fuori moda Produci Consuma Crepa (per la cronaca dell’ovvio il mai fuori moda già avviene in grande stile). Disney negli ultimi anni è sempre più infastidita dalle continue richieste di chiarezza sui suoi “dipendenti” che sempre più spesso risultano schiavi a tutti gli effetti. I lavoratori haitiani ad esempio lavorano 12 ore al giorno senza pause per arrivare a guadagnare dopo 30 anni quanto guadagna in un’ora l’amministratore delegato di una sua satellite. La multinazionale delle scarpette di cristallo inoltre è gemellata con una delle più terrificanti aziende dello sfruttamento animale, tale McDonald’s. A proposito di hamburger, tutti i film di Disney, specie i cartoni animati o comunque quelli per i più piccoli sono accoppiati alla commercializzazione e promozione tramite gadgets diffusi nei negozi assieme ai loro pasti. Così le famiglie che dai loro piccoli sono state appena trascinate dentro i cinema per vedere i prodotti di Disney verranno poi trascinati dentro i “ristoranti” McDonald’s dove con l’ “Happy Meal” si ottiene in omaggio il pupazzetto di Toy Story o dei 101 o altro… e viceversa. Non staremo qui ad annoiarvi sul fatto che questo utilizzo così brutale dei bambini da parte di queste multi per trascinare i loro genitori a spendere è stato più volte stigmatizzato, non solo da noi, ma anche da sentenze dei tribunali di paesi non certo rivoluzionari ed anticapitalisti come l’Inghilterra. Non vi annoieremo neanche troppo standovi a dire che come ormai sappiamo quasi tutti/e, quegli oggettini di plastica vengono prodotti da donne-bambine in schiavitù in Vietnam, Birmania, Indonesia, Cina. Anche nell’edilizia Disney è in prima fila nella costruzione di cittadelle fortificate per colletti bianchi, per bambini ricchi e per turisti che possono spendere e spandere.

Haiti, Bangladesh, Cina: Gli sporchi affari di PAPERON DE’ PAPERONI

E brava Walt Disney! Topolino difensore della giustizia e della legalità, Pippo e Paperino protettori degli spiriti liberi, Qui Quo Qua, in compagnia del Re Leone, attenti alle tematiche ambientali, Pocahontas, la Bestia e il gobbo di Notre Dame a sottolineare la nuova attenzione per i popoli diversi e i “diversi” in genere. Brava Disney, entrata nel mirino dei “benpensanti” quando ha deciso di pagare gli assegni famigliari a tutti i dipendenti che vivono in coppia, compresi i conviventi e gli omosessuali, tutto all’insegna della non discriminazione. Peccato che a 5.500 chilometri di distanza dai suoi begli uffici californiani con i dipendenti profumati, migliaia di giovani lavoratrici, poco più che quindicenni, lavorino alla confezione di abbigliamento a marchio Walt Disney per uno stipendio di circa un quarto di euro) l’ora. Volete sapere lo scenario da biancaneve che c’è ad Haiti o in Bangladesh? Presto esauditi. Lo scenario da principe azzuro è questo, vere e proprie baracche, due soli bagni per qualche centinaia di operaie, condizioni disastrose, acqua all’interno, certo, in effetti offre un contrasto stridente con il candore delle felpe di Pocahontas. Il lavoro va avanti nel rumore più assordante, 10-12 ore al giorno. Si lavora in piedi. Se proprio lo vogliono, le operaie possono portarsi un cuscino da casa. E’ proibito parlare così come andare in bagno più di due volte al giorno. D’altronde il ritmo produttivo è così incalzante da lasciare poco più di 10 minuti per la pausa pranzo (in 12 ore). Tra le fila delle operaie, i guardiani, con continui urli, percosse e molestie, fanno la loro parte perché la produzione vada avanti. “Siamo schiave!” E’ questa la protesta delle lavoratrici. Chiunque provi ad organizzare qualsiasi forma di protesta, viene immediatamente licenziata. Non c’è tutela sanitaria e se un’operaia si ammala, non ha diritto a nessuna retribuzione. Di più., ad Haiti non è legale licenziare le donne incinte, ma i padroni hanno trovato comunque un sistema per evitare il costo della maternità: trasferiscono le donne incinte a lavori ancora più pesanti e malsani finché, poco tempo dopo, è l’operaia stessa a decidere di abbandonareil lavoro. Maltrattamenti, percosse e violenze in cambio di 3 euro al giorno. Si calcola che per guadagnare la cifra che l’amministratore delegato della Disney guadagna in un ora, un’operaia haitiana dovrebbe lavorare 101 anni, per 10 ore tutti i giorni. Agli stabilimenti di Haiti, una tuta di Pocahontas arriva in 11 pezzi. In 13 fasi – cucire i polsini, le etichette, gli orli, ecc.- si arriva al prodotto finito. In 10 ore un’operaia confeziona 50 felpe. Una produzione per un valore pari a 584 dollari, pagata 2 dollari e 22 centesimi. Come dire che ad un’operaia occorre 1 settimana e ½ di lavoro per potersi comperare la stessa maglia che produce in meno di 10 minuti. Il divario fra valore prodotto e salari percepiti avrebbe contorni meno scandalosi se le operaie guadagnassero almeno quanto basta per una vita dignitosa. Il guaio ad Haiti è che i salari sono drammaticamente bassi mentre il costo della vita è alto. Lo stipendio di una giornata basta a malapena per consentire alle operaie di mantenersi in vita e di prendere l’autobus per recarsi al lavoro. La conclusione è che per far fronte alle spese del resto della famiglia, esse si indebitano, ma così facendo si impoveriscono sempre di più, perché le condizioni degli usurai sono pesantissime. E’ così da sempre. Intanto, negli USA è iniziata una campagna nei confronti della Disney. Ad organizzarla è la National Labor Committee (NLC), che si occupa di tutela dei diritti delle popolazioni del Sud del mondo. E’ stato Charles Kernaghan, direttore dell’organizzazione, durante un viaggio ad Haiti a fine anni novanta a rilevare le condizioni delle lavoratrici e a sollevare il caso denunciando pubblicamente il comportamento irresponsabile della Disney. La campagna mira a far accettare ispezioni negli stabilimenti dove si produce per la Disney condotte da organismi indipendenti, che possano parlare liberamente con le lavoratrici per verificare le condizioni reali in cui lavorano, senza che queste debbano temere ritorsioni. Per ora la Disney nega ogni addebito, sbandierando il “codicedi condotta” che la società si è data e che le impedisce di utilizzare lavoro minorile o sottopagato. Le cose sono complicate ulteriormente dal fatto che non è direttamentela Disney a gestire gli stabilimenti haitiani. La produzione tessile è subappaltata a due società statunitensi che a loro volta si appoggiano a 4 ditte che lavorano in Haiti. Un sistema di scatole cinesi che facilita il gioco di rimpallo delle responsabilità. Se la Disney afferma di non aver riscontrato irregolarità durante le ispezioni, le società che gestiscono l’appalto si trincerano dietro le regole del mercato: Haiti può offrire solo manodopera a basso costo; alzare gli stipendi significa perdere competitività e conseguentemente lavoro. In realtà, se anche la Disney e le ditte subappaltatrici non intendessero rinunciare a nessun punto percentuale dei loro profitti e spostassero tutto il peso degli aumenti salariali sulle spalle dei consumatori, questi si troverebbero a dover pagare un prezzo più alto di appena un euro. Una cifra così bassa da non minacciare il volume di vendite. In questa ennesima battaglia tra diritti dei lavoratori e leggi del mercato, la parola passa direttamente ai consumatori. La forza della Disney, così come di molte altre multinazionali, sta nella propria immagine. La sua debolezza nella consapevolezza di non poter difendere in nessun modo davanti ai suoi clienti salari così da fame e condizioni di lavoro così inique. Per questo, nel tentativo di parare il colpo, e pur di non cedere di fronte alla richiesta di ispezione nei suoi stabilimenti,la Disney si è impegnata a far aumentare la paga delle lavoratrici fino a un dollaro l’ora. Tocca ai consumatori giudicare se il comportamento della Disney è congruo con la sua immagine di portatrice di valori familiari, e quindi agire di conseguenza. Intanto, la Walt Disney resta nell’occhio del ciclone anche per un’altra triste vicenda: la confezione delle felpe di Topolino in Birmania. Qui le condizioni dei lavoratori sono ancora peggiori che in Haiti. Sei centesimi di paga oraria per un monte ore settimanale superiore alle settanta. Un paese dove qualsiasi rivendicazione sindacale è disattesa, dove non si contano i casi di sparizioni di lavoratori. Questo in sintesi la bella fiaba di cenerentola, la prossima volta che portate i vostri figli a vedere un bel film del signor Disney pensate a quella figlia di 14 anni con le mani devastate dalle cuciture e a piedi nudi nel fango delle baracche, lei si conosce le felpe di topolino. Il risultato è che spesso i giovani si ritrovano con infezioni alle mani che si portano dietro per tutta la vita, come “ricordo” di zio Walt. Sempre se riescono a sopravvivere ai dormitori in cui i loro datori di lavoro, o meglio sfruttatori, li ospitano. Sì, perché le fabbriche diventano anche la casa di questi ragazzi, il luogo dove trascorrono la maggior parte dell’adolescenza.>>

(per chi vuole approfondire, in rete sono centinaia gli articoli come questo sull’operato dello zio Walt)

Olmo Vallisnera

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