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IL PRIMO MAGGIO NON C’E’ PROPRIO NIENTE DA FESTEGGIARE!

Da Carrara

 

Non è proprio possibile parlare di festa del Primo Maggio. Il primo pensiero degli anarchici è infatti rivolto ai martiri di Chicago dove nel 1886 7 anarchici vennero ingiustamente condannati e successivamente impiccati con l’accusa di aver fatto scoppiare un ordigno durante un comizio di lavoratori. E’ trascorso oltre un secolo e da allora le cose non sono poi cambiate di molto, la repressione e il controllo si sono ancor più inaspriti facilitati dalle nuove tecnologie su chi lotta contro le ingiustizie sociali. Un pensiero particolare è rivolto a tutte le vittime strappate alla vita dalla violenza capitalista per sbarcare il lunario,morti inutili stritolate dall’ingranaggio del capitale.

Le devastanti politiche dei governi passati e non da ultime dell’attuale governo stanno sferrando colpi micidiali su chi tenta con unghie e denti di difendere la propria esistenza e i propri diritti di uman* In men che non si dica ci si può vedere tagliati i servizi primari come luce gas ed altre utenze vitali.Questo significa lasciare interi nuclei familiari con molti bambini abbandonati alle proprie esistenze negando loro un tetto ed ogni dignità di vita. Lo sfruttamento umano è la logica del profitto,tutti contro tutti, è stata creata una vera guerra tra poveri,giorno dopo giorno le nostre vite sono continuamente messe a rischio annullandole come biglietti da obliterare. Nessuno è escluso da questo gioco al massacro, anche chi solo fino a poco tempo fa si sentiva al sicuro delle proprie condizioni economiche e sociali oggi non lo è più tartassato vessato e derubato dal potere delle lobby bancarie. Ormai vivere è un lusso,ogni diritto viene negato,è doveroso prendere atto della situazione e lottare contro chi affama e sfrutta prendendo per la gola col ricatto salariale,il tutto nel nome di una democrazia legittimata col consenso del voto,quella democrazia con la quale i politici sanno solo riempirsi le bocche la quale consente solo di dissentire sulla carta ma poi è subito pronta a brandire il bastone non appena si scende in piazza per rivendicare i propri diritti di umani. La parola d’ordine per il governo è tagliare e reprimere,si taglia sulla sanità,si taglia sul sociale,vengono tagliate le pensioni e i posti di lavoro,ma, al contempo si trovano soldi per costruire opere inutili probabilmente per giustificare e riciclare soldi provenienti da chissà dove, ma non solo,si salvano le banche con i nostri stessi soldi. Anche la sanità sta diventando un lusso, curarsi è impossibile,un piano prestabilito e ben congegnato che volge alla privatizzazione, in altri termini quella ché è una necessità primaria che dovrebbe essere garantita ad ogni essere umano è in realtà riservata solo a pochi privilegiati. Non esistono governi buoni,non ce ne sono mai stati e mai ce ne saranno..Abbiamo tutt* quant* il dovere di ribellarci a questa situazione drastica e di porre fine a questa barbarie riappropriandoci di ogni diritto umano per la costruzione di un mondo nuovo senza sfruttatori e sfruttati contro chi parla di pace e al contempo promuove e finanzia guerre in nome della legge e della democrazia rifiutando la chiamata alle urne che da oltre 70 anni non fa altro che rinnovare gli sfruttatori di turno che si avvicendano al potere. Questo Primo Maggio invitiamo tutt* alla partecipazione e ad una seria riflessione affinché i termini pace amore e libertà possano quanto prima concretizzarsi e poter trovare i loro giusti significati e la loro giusta applicazione.

“Se mille uomini non pagassero le tasse quest’anno, ciò non sarebbe una misura tanto violenta e sanguinaria quanto pagarle e permettere allo Stato di commettere violenza e di versare sangue innocente. Questa è, di fatto, la definizione di una rivoluzione pacifica.”

(Henry David Thoreau)

Alcune riflessioni del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa sull’emergenza sanitaria

Riceviamo e  pubblichiamo il testo del Collettivo Artaud di Pisa e la traduzione in spagnolo di un compagno

 

ALCUNE RIFLESSIONI SULL’EMERGENZA

Stiamo vivendo un momento molto difficile e drammatico per la nostra società. Se da una parte si assiste ad un progressivo aumento del malessere individuale e di conseguenza del numero di persone che stanno vivendo con difficoltà la solitudine a cui sono costrette, dall’altra c’è il rischio di un aumento dei contrasti interpersonali e della conflittualità familiare dovuti alla convivenza forzata. Le donne che subiscono violenza domestica si vedono obbligate a coabitare con i loro aggressori, aumentano i casi di persone giovani costrette, date le difficoltà di sostenere un canone d’affitto, a tornare a vivere con la famiglia d’origine, portando così a una rinnovata centralità il modello di famiglia patriarcale. Anche i bambini e gli adolescenti, privati della libertà di socializzare, giocare e interagire, si trovano a vivere una situazione particolarmente difficile.

Come collettivo antipsichiatrico siamo preoccupati per l’aumento dei suicidi, per il frequente ricorso al TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), per il possibile aumento del consumo di psicofarmaci e della contenzione fisica all’interno dei reparti psichiatrici di diagnosi e cura. Denunciamo l’utilizzo del taser per sedare le persone in difficoltà, come è avvenuto qualche settimana fa all’interno di un ufficio postale di Torino dove un uomo è stato stordito dai carabinieri e lasciato a terra in attesa dell’arrivo dell’ambulanza, a causa di un diverbio scoppiato con le altre persone presenti nell’ufficio postale poiché privo di mascherina.

Preoccupante anche la situazione negli Istituti di pena già in stato di sovraffollamento cronico. Mai come ora si rende evidente la necessità del superamento del carcere con modelli di pena alternativi. Improrogabile un’amnistia generale, la liberazione dei detenuti per le lotte sociali, dei tossicodipendenti, dei sofferenti di presunte patologie psichiatriche e in generale di tutti coloro che scontano pene per reati connessi alle fallimentari leggi proibizioniste sulle droghe.

La crisi economica e sociale che stavamo vivendo, prima dell’inizio della pandemia, rischia di amplificarsi e travolgere la maggior parte della popolazione. In Italia il Covid-19 ha accelerato un processo in corso da anni, volto a demolire il Servizio Sanitario Nazionale a beneficio delle sempre più numerose cliniche private, mediante politiche bipartisan di tagli, aziendalizzazione e privatizzazione; è difficile pensare a una reale tutela della salute quando la priorità da parte delle Asl e delle aziende ospedaliere è quella di rispettare i bilanci.

Da subito il Covid-19 ha mostrato di “essere un virus per ricchi” e sempre più persone iniziano a capire che non siamo tutti sulla stessa barca. Un prezzo altissimo lo sta già pagando chi non ha una casa o è costretto a condividerla con altri in spazi inadeguati; chi è obbligato a svolgere il proprio lavoro senza i mezzi di sicurezza idonei, chi l’ha perso o chi è impossibilitato a portarlo avanti poiché in nero. C’è poi chi non può beneficiare dello smart working e della teledidattica perché non possiede un computer in casa e una connessione internet affidabile. Ma come fa chi non ha documenti, chi è senza casa, chi non ha accesso ai servizi sanitari, all’ammortizzatori sociali? Le persone che si trovano in strada per necessità rischiano un ulteriore inasprimento della loro situazione, dal punto di vista giudiziario e sanitario. Ci chiediamo che ripercussioni avrà questo stato di emergenza su chi vive già in una condizione di isolamento ed esclusione?

Mentre assistiamo al martellante appello all’unità nazionale, milioni di persone si trovano ancora costrette ad andare al lavoro, il più delle volte su mezzi pubblici sovraffollati, senza protezioni di alcun tipo e soprattutto in settori assolutamente non essenziali come quello della produzione di armi o di beni lusso. È molto probabile che chi ci governa tenterà di far pagare i costi di questa emergenza alle lavoratrici, ai lavoratori e ai soggetti più fragili; non c’è alcuna volontà di aggredire i grandi patrimoni privati attuando meccanismi di redistribuzione della ricchezza. Le emergenze sociali e sanitarie chiedono un cambiamento nella distribuzione delle risorse collettive che invece, negli ultimi decenni, sono state dirottate senza sosta dal pubblico al privato, con il plauso di industriali e banchieri.

Solo in questi ultimi giorni ci stiamo rendendo conto di come molti contagi siano avvenuti all’interno di Fondazioni e Istituzioni private, nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistite) e nelle residenze psichiatriche senza che siano state prese misure di sicurezza adeguate. All’interno di queste strutture un’umanità indifesa soggiace spesso silenziosamente all’abuso sociale di chi l’ha dichiarata ormai improduttiva e quindi sacrificabile. I responsabili delle strutture, quando si sono manifestati nuovi casi, hanno deciso di trincerarsi dentro e di chiudere ogni contatto con l’esterno, pur non avendo i mezzi per contrastare la diffusione del virus (nella regione Lombardia, secondo la delibera emessa, chi è anziano, poiché troppo a rischio, non dovrebbe essere curato in terapia intensiva quindi le responsabilità sono a livello regionale). Il risultato in molte zone è la diffusione massiccia dell’epidemia e a farne le spese sono in primo luogo gli anziani over 80, gli intrasportabili e lo stesso personale sanitario che lavora a rischio della propria vita. In una struttura psichiatrica in provincia di Genova gli effetti causati dall’epidemia di Coronavirus sono stati drammatici: su 40 ospiti 38 sono risultati positivi al tampone e la malattia ha fatto registrare per il momento tre morti. A Milano nella RSA della Baggina ci sono stati 200 decessi, in provincia di Brescia in una struttura per donne ex-psichiatrizzate le perdite di vite umane sono state 22. Tra le altre regioni la Toscana non è da meno: su 320 RSA di cui 56 commissariate e affidate a gestione Asl ci sono stati circa 170 decessi. Una riflessione sullo Stato garante è dovuta: il governo a inizio marzo aveva dichiarato che la situazione era sotto controllo ma è stato subito smentito dai fatti. I tamponi per il personale sanitario sono arrivati in ritardo e le mascherine si stanno diffondendo alla spicciolata a due mesi distanza dall’emergenza mentre i governatori giocano al palleggio delle proprie responsabilità, nelle zone “sospese” come la Valseriana, intanto si sono sacrificati gli anziani e i soggetti più vulnerabili. Vedremo che cosa ci prospetterà la cosiddetta fase 2.

Come non pensare anche ai morti nelle Rems e nelle carceri a causa del Covid19? Una situazione come quella attuale dimostra che il superamento delle istituzioni totali debba essere fra gli obiettivi delle nostre lotte. I pazienti psichiatrici affetti da Covid 19 sono doppiamente a rischio: secondo la testimonianza di un medico in Lombardia gli psicofarmaci interferiscono con le cure ponendo un problema immediato di dosaggio, che a sua volta provoca uno stato depressivo facilitando l’azione del virus o uno stato euforico in cui il paziente spesso si strappa la mascherina d’ossigeno a rischio della vita. In pratica questi medici che non sono psichiatri ma internisti o virologi si trovano a modulare una terapia su dei pazienti di cui ignorano completamente la storia clinica.

Da settimane i media continuano a descrivere questa realtà come uno stato di guerra, in cui i nostri ospedali sono le odierne trincee, in una narrazione dei fatti tesa ad alimentare quella paura ed insicurezza collettiva sulla quale si legittimano e trovano consenso tutte le scelte della gestione securitaria cui stiamo assistendo. L’utilizzo sempre più generalizzato dei social e delle tecnologie digitali ispira nuovi paradigmi della sorveglianza e riconfigura l’organizzazione del lavoro; certo i social network facilitano i contatti interpersonali ma non sostituiranno mai il bisogno di relazioni sociali non mediate intrinseco alla nostra specie; c’è il rischio piuttosto che le nuove tecnologie finiscono per stravolgere e inaridire ulteriormente i rapporti sociali già parecchio sfilacciati da modelli economici, politici e culturali che ci vengono presentati come ineluttabili. La retorica che ci presenta il nuovo paradigma digitale è del tutto subordinata a logiche di controllo totale e iper sfruttamento. Non dimentichiamo inoltre che ogni singola connessione non fa che arricchire le multinazionali dei Big Data oltre a riempirne gli archivi con i nostri dati personali che consentiranno profilazioni sempre più raffinate.

Fondamentalmente la costruzione mediatica di una contrapposizione tra la libertà individuale e la salute pubblica è stata coltivata ad arte dai mezzi di comunicazione. Si è scelto di criminalizzare i comportamenti individuali e farli diventare un vero e proprio capro espiatorio per nascondere gli interessi degli industriali, che chiedevano e chiedono a gran voce di continuare la produzione nonostante gli evidenti rischi di nuovi contagi e focolai. Nel contempo il cittadino diventa complice e, sentendosi investito del ruolo di sceriffo, finisce per denunciare chi, a parer suo, non rispetta le norme.

È evidente che i dispositivi di protezione individuale e il mantenimento della distanza di sicurezza siano utili per contenere il contagio, ma il rischio è di finire in una spirale di controllo sociale repressivo e permanente. Se da un lato il senso di responsabilità ci impone di rispettare le misure di distanziamento sociale per arginare il contagio e preservare la salute collettiva, dall’altra non possiamo non rivendicare come tale scelta, apparentemente convergente con le restrizioni imposte dai decreti, sia mossa da ragioni ben diverse da quelle del Governo. Oltre allo smantellamento del sistema sanitario ad opera dei governi degli ultimi anni non va dimenticato come i nuovi dispositivi di controllo della popolazione (repressione del dissenso e delle condotte devianti, tracciamento degli spostamenti, militarizzazione delle strade, negazione del diritto di sciopero ecc …) cui è ricorso lo Stato in questo periodo in nome della salute pubblica, molto probabilmente resteranno anche a emergenza finita e andranno ad arricchire quell’armamentario di decreti sicurezza e legislazione di emergenza che già oggi limita le nostre libertà individuali e collettive. Ci sarà da comprendere, vigilare e forse difendersi da un futuro “Stato Dottore” che sarà sempre più legittimato a controllarci e medicalizzarci in nome di una salute pubblica sempre più lontana dai bisogni di tutti.

L’attuale pandemia dice con chiarezza che bisogna spostare lo sguardo dal profitto economico ai reali bisogni della umanità e del pianeta, perché in certe situazioni o ci si salva tutti, e insieme, o non si salva nessuno.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org

 
Testo tradotto in spagnolo

REFLEXIONES SOBRE LA EMERGENCIA

Estamos viviendo un momento muy difícil como dramático para nuestra sociedad. Si por un lado asistimos a un aumento progresivo del malestar individual, y de consecuencia del número de personas que estamos viviendo con dificultades la soledad a la cual nos obligan, por otro está el riesgo de un aumento de los conflictos interpersonales como de la conflictividad familiar debidos a la forzada convivencia.

Las mujeres que sufren de violencia doméstica se encontran obligadas a cohabitar con sus agresores; y se incrementan los casos de jovenes que, debido a las dificultades con sustentar un alquiler, se vean obligadas a volver a vivir con sus familias de origen así llevando una renovada centralidad del modelo de familia patriarcal. Los niños y los adolescentes también ellos privados de su libertad de socializar, jugar e interaccionar, se encontran con vivir situaciones particularmente dificiles.

En cuanto colectivo antipsiquiátrico somos preocupadas por el aumento de los suicidios, por el frecuente uso del TSO (Tratamiento Sanitario
Obligatorio), por el posible aumento del consumo de psicofármacos y de la contención física en las unidades diagnósticas y de cura psiquiátricas.

Denunciamos el uso del taser para apaciguar quienes están en dificultad.  Así como sucedió desde hace unas semanas dentro de un correos en Turín en que, a causa de un altercado explotado entre un hombre y los demás presentes por que él no llevaba su mascarilla, ese hombre fue aturdido por los carabinieri, y dejado al suelo en espera que llegase la ambulancia.

Además preocupante es la situación en los institutos penales que ya se quedan en repleto crónico. Ahora más que nunca se pone evidente la necesidad de la superación de la carcel a través de modelos alternativos de pena.
Una amnistía general es improrrogable, tan como la liberación de los detenidos por sus luchas sociales, de los drogadictos, de los presuntamente enfermos de patologías psiquiátricas, y en general de todos quienes expian penas por crimenes relacionados a las desastrosas leyes de prohibición de drogas.

La crisis económica y social que ya estábamos sufriendo anteriormente al inicio de esa pandemia, ahora arriesgamos que se amplifique y arrolles la gran mayoría de la población. En Italia el Covid-19 ha apresurado un proceso de años dirigido hacia la demolición del Servizio Sanitario Nazionale (Servicio Nacional de Salud) en beneficio de las cada vez más numerosas clínicas privadas,y por medio de políticas bipartidarias fundadas sobre recortes, empresarización y privatización: es difícil ocuparse de una verdadera tutela de la salud cuando para las ASL (centros territoriales del sistema nacional italiano) y las empresas hospitalarias la prioridad sea la de atender a sus balances.

Desde su principio el Covid-19 se nos mostró como “un virus para los ricos”, y cada vez más personas empiezan a enteder que ni siquiera todos estamos en el mismo barco. Un elevadísimo precio ya se lo están pagando quienes no tienen una casa o están obligados a compartirsela con otras en espacios inapropiados; quienes están obligados a realizar su propio trabajo sin llevarse los dispositivos de protección idóneos; quienes se han perdido sus empleos o quienes se encotran imposibilitados con hacerlo por que se lo llevan en negro. Además hay quienes no pueden beneficiarse del trabajo inteligente y del aprendizaje en línea por que no poseen un ordenador en sus hogares y una conexión internet fiable.
¿Pues, cómo lo consiguen los sin papel, sin hogar, sin acceso a la salud y amortiguadores sociales? Quienes que por necesidad viven en la calle corren el riesgo de un sucesivo agravamiento de su situación, tan desde el punto de vista judicial como de lo sanitario. Nos preguntamos ¿Ese estado de emergencia qué tipo de repercusiones provocará a quienes ya viven en una condición de aislamiento y exclusión?

Mientras tanto que asistimos al martilleante llamamiento a la unidad nacional, milliones de personas todavía se ven obligadas por su gran mayoría viajando en medios de transporte públicos repletos y sin protecciones de algun tipo, con ir a trabajar especialmente en sectores no esenciales en absoluto como lo de la industria armamentística o bienes de lujo.
Queda muy probable que los que nos gobiernan lograrán con atribuir los precios de esta emergencia a las trabajadoras, a los trabajadores y a los sujetos más frágiles; queda claro que no existe alguna voluntad de atacar los grandes patrimonios privadosllevando a cabo mecanismos de redistribución de las riquezas. Las emergencias sociales y sanitarias requieren un cambio en la distribución de los recursos colectivos los que, en cambio, durante las útimas décadas fueron dirigidos sin paro desde el público hacia lo privado con la aprobación de las industrias y bancos.

Sólo en los más recientes días nos dimos cuenta de como muchos contagios ocurrieron en lo interior de Fundaciones e Instituciones privadas,
en las RSA (Residenze Sanitarie Assistite; Residencias de Personas Mayores) y en las residencias psiquiátricassin que se tomasen adecuadas medidas de protección.
Dentro de esas instalaciones toda una indefensa humanidad a menudo y silenciosamente sucumbe a los abusos sociales por quienes ya les declararon como improductivos, y por lo tanto sacrificables. Con el manifestarse de nuevos casos, sus responsables decidieron de atrincherarse adentro y de cerrar cada tipo de contacto con el exterior, a pesar de que no tenían ni medios para contrastar la difusión del virus (según la deliberación emetida en Lombardía los mayores, ya que muy en riesgo, no deberían ser atendidos con cuidados intensivos; y de esto resulta que se hayan responsabilidades a nivel institucional regional).

Resulta que en varias zonas hay una masiva difusión de la epidemia, y en primer lugar sufren las consecuencias de eso los mayores de 80, los intrasportables y los mismos trabajadores sanitarios que ponen en riesgo su propia vida.
En una instalación psiquiátrica de la provincia de Génova los efectos debidos a la epidemia fueron dramáticos: de 40 húespedes 38 resultaron positivos a los  tapones, y de momento el contagio hizo registrar tres muertos.

En Milán dentro de la RSA de la Baggina se hubieron 200 muertos, y en la provincia de Brescia dentro de una instalación para mujeres expsiquiatrizadas los fallecimientos de vidas humanas fueron 22. Entre todas regiones, la Toscana no es menos que las demás: de 320 RSA,  56 de las cuales auditadas y encargadas a la gestión de las ASL, se hubieron aproximadamente 170 muertos. Se necesita una reflexión sobre el Estado garante: el gobierno al principio de marzo se pronunció declarando que la situación estaba bajo su control, pero los acontecimientos les desmentieron de inmediato. Los tapones para el personal sanitario llegaron con retraso, y dos meses después del inicio de la emergencia las mascarillas se les están entregando poco a poco.Mientras tanto que los presidentes regionales se pelotean sus propias responsabilidades en las regiones “suspendidas” como la Valseriana (provincia de Bergamo, Lombardía) se sacrificaron los mayores y los sujetos más vulnerables. Vamos a ver lo que nos planteará la así llamada Fase 2.

¿Cómo podemos tampoco pensar en los muertos en las Rems (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza; Instalación Psiquiátrica Penitenciaria)y en las carceles a causa del
Covid19? Una situación parecida a la actual nos demostra que la superación de las instituciones totales debería estar entre los objetivos de nuestras luchas. Los pacientes psiquiátricos afectados por el Covid 19 están doblemente a riesgo: según el testimonio de un médico que ejerce en Lombardía los psicofármacos interfieren con los tratamientos planteando un subitáneo problema de su dosificación, la cual a su vez causa un estado depresivo facilitando la acción del virus o un estado eufórico durante el cual los pacientes a menudo se arrancaron las mascarillas de oxígeno y así arriesgando su propia vida.De hecho, esos médicos, que no son psiquiatras sino internistas o virólogos, se encuentran con la modulación de una terapia para pacientes de los que ignoran completamente sus historias clínicas.

Desde hace unas semanas, los medios de información siguen describiendo esa realidad como un estado de guerra en el que nuestros hospitales representan las trincheras de hoy, y con una narración de los acontecimientos tendente a alimentar aquellos miedos e incertidumbres colectivas sobre las cuales se legitiman y encontran consenso todas las opciones de la gestión seguridaria de la que somos testigos.
El uso cada vez más generalizado de las redes sociales y de las tecnologías digitales comporta nuevos paradigmas de la vigilancia reconfigurando la organización del trabajo. Por supuesto las redes sociales facilitan los contactos interpersonales, pero nunca podrían reemplazar la necesidad de relaciones sociales sin mediaciones tan intrínsecas a la especie humana; más bien se queda el riesgo que las nuevas tecnologías acaben aún más estremeciendo y arideciendo nuestras relaciones socialesya bastante inconexas por modelos económico, políticos y culturales que se nos representan como ineluctables. La retórica del nuevo paradigma digital está del todo subordinada a lógicas de control total e hiperexplotación. Además no olvidemos que cada conexión no hace más que enriquecer las multinacionales de Big Data incluso rellenandoles sus archivos con nuestros datos personales permitiendoles perfilaciones cada vez más refinadas.

La construcción mediática de contraposición entre las libertades individuales y la salud pública fundamentalmente ha sido cultivada con arte por los medios de comunicaciones eligiendo de criminalizar los comportamientos individuales y convertiendolos en verdaderos chivos expiatorios para esconder los intereses de los industriales que pedían, y siguen haciendolo a gritos, de seguir produciendo a pesar del evidente riesgo de ulteriores focos y mismos contagios. Mientras tanto, los ciudadanos nos mudamos en complices, e investidos del rol de jerifes acabamos con denunciar los que aparentemente no se conforman a la ley.

Queda claro que los dispositivos de protección personal y el respeto de la distancia de seguridad resulten utiles para la contención del contagio, si bien nos arriesgamos de acabar en una espiral basada sobre un control social represivo tal y como permanente. Si por un lado nuestro sentido de responsabilidad nos impone de respetar las medidas de separación social para que se arginara el contagio y se preserve la salud colectiva, de otro no podemos dejar de reivindicar que una parecida opción, en aparencia convergente con las restricciones impuestas por los decretos,  se proceda de razones muy diferentes de las del gobierno. Además del desmantelamiento del sistema sanitario por obra de los gobiernos en los más recientes años, no tenemos que olvidar como los nuevos mecanismos de control de la población – tal y como la represión del disenso y de las conductas desviadas, el trazado de displazamientos, la militarización de las calles, la negación del derecho a lahuelga, etc… – a los cuales durante este periodo el Estado recurrió en nombre de la salud pública, muy probablemente permanecerán incluso con la fin de la emergencia, pasando a enriquecer aquellas herramientas de decretos de seguridad y leyes de emergencia las que, ya hoy en día, limitan nuestras libertades individuales y colectivas. Tendremos que entender, vigilar, y quizás defendernos de un próximo “Estado Médico” lo que será cada vez más legitimado en controlar y curarnos en el nombre de una salud pública aún más lejanade las necesidades de nosostros todos.

La actual pandemia nos dice que tenemos que cambiar nuestra mirada desde las ganancias económicas hacia las verdaderasnecesidades de la humanidad y del mismo planeta, ya que en ciertos momentos o nos salvamos todos, y conjuntamente, o nadie lo conseguirá.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud 

traducido por francesco_giannatiempo

Tra un ospedale e un carro armato nessun dubbio per lo stato

Destinare anche solo le spese per mantenere fermi i caccia f35, darebbe ossigeno e pane alle nostre genti. Ma uno Stato, in quanto tale, non può privarsi della sua stessa indole, del suo io più profondo, della sua essenza. Lo Stato è guerra, è violenza, non è un’associazione di beneficenza, accorti? Tra un ospedale e un carro armato, lo Stato sceglie il carro armato, e senza indugio alcuno! Non è roba di questi giorni, lo Stato è questo da quando è stato inventato. Se io voglio trovare un sistema diabolico per sfruttare e incattivire interi popoli, e farli scannare tra di loro, devo usare lo Stato, non c’è altro mezzo! Ma lo Stato è una religione, diceva Malatesta, e vale solo se uno ci crede. E per credere in un simile Leviatano, fino ad immolarsi per esso, occorre proprio un buon indottrinamento obbligatorio e di massa. Non c’è altra via. Inutile adesso sperare che il governo tagli un po’ di spese militari per destinarli alla sanità, ricordiamo che questo governo già a gennaio sapeva dell’infezione e aveva dichiarato, senza dirlo a nessuno, lo stato d’emergenza fino a luglio, e nel frattempo ci invitava a socializzare. Se avete difficoltà a respirare, se non vi fanno il tampone, se in ospedale non trovate respiratori, sapete con chi prendervela: con la vostra religione e i vostri sacerdoti in parlamento!

 #popoloistruito  #controcultura

 
Paolo SchicchiTra un ospedale e un carro armato nessun dubbio per lo stato