DEGENERAZIONI – TRA ORGOGLIO E VITTIMISMO DI GENERE

(Scritto della compagna anarchica Anna Beniamino apparso sul numero 3 del giornale anarchico Vetriolo)

Sono anarchica, non sono femminista perché percepisco il femminismo come un ripiegamento settoriale e vittimista, non ho mai fatto discriminazioni di genere anche se non uso convenzioni linguistiche gender-friendly, anzi uso spesso un linguaggio sporco e politicamente scorretto. Ritengo che nella ricerca dell’anarchia, ovvero nella pratica di rapporti antiautoritari sia già contenuto e vada coltivato l’annullamento di privilegi ed oppressioni di genere. Ah, dimenticavo, detesto l’autocoscienza in sede pubblica e pure le assemblee le ritengo uno strumento spuntato. Capisco ed ho la volontà di incontro, ma vedo come troppo spesso il momento assembleare scada nell’autorappresentazione sterile. Ecco, di questi tempi si rischia di dover esordire con un preambolo simile per entrare nel ginepraio dei luoghi comuni su genere e femminismo, districandosi nell’intricatissima incapacità e inabilità a rapportarsi della galassia anarchica, con un range di comportamenti che va dall’iperemotività al burocratico calcolo della posizione da assumere (e del grado di compromesso negoziabile) in una lotta. Non credo che comportamenti autoritari e sessisti si combattano cercando di diffondere nuove convenzioni linguistiche e riscaldando in salsa alternativa brandelli di retorica indignata mainstream (tra #nonunadimeno, contatori di femminicidi in TV, pride, scarpette rosse e coccarde arcobaleno).

Piuttosto bisognerebbe riconoscere questi come indici dell’ennesima operazione di decostruzione di significato reale e recupero in atto. Ovvero, credendo di opporvisi, di fatto ci si sta adeguando agli stessi codici comportamentali e normativi concessi dal dominio, come sfiatatoi di tensione.

Non è una novità che il potere economico e politico tenda a fagocitare e ridigerire tutto, sempre più veloce, si vedano ad esempio le perle di neoconservatorismo e conformismo anti-sessista, anti-razzista e quant’altro che vengono quotidianamente elargite dai media.

Un iniziale fraintendimento credo sia l’incapacità di collocare determinati comportamenti, riducendo in chiave di problemi di genere quanto dovrebbe essere proprio di una più ampia critica in senso antiautoritario dei rapporti e delle capacità di comunicazione e interazione tra individui.

Bisognerebbe lasciare la categorizzazione per generi, in stile LGBTI (XYZ…) a chi ha bisogno di sentirsi categoria protetta, all’interno di incasellamenti degni più di una classificazione linneiana delle varietà di combinazioni tra individui che di corpi e menti libere. Ci si trova invece a confrontarsi con tali incasellamenti in ambiti antiautoritari, che dovrebbero averne già interiorizzato il rifiuto.

Per inciso sono ben lontana dal credere che i cosiddetti spazi liberati lo siano realmente, sempre, anzi spesso diventano parcheggi di malesseri vari che al posto di innalzare la qualità della vita e dei rapporti, rischiano di abbassarli ulteriormente.

Ad esempio non è possibile leggere in chiave di sessismo, imposizione autoritaria o violenza di genere qualsiasi incapacità di interagire addirittura in ambito assembleare: leggo in un opuscoletto[1] in circolazione l’anno scorso, per stigmatizzare la violenza latente nei rapporti tra compagni “allora il più vecchio esercita il potere sul più giovane, chi ha più esperienza impone a chi ne ha meno, chi è più forte a chi lo è meno, ricreando come in uno specchio le relazioni dell’esistente che si dice di voler sovvertire”.

La critica vorrebbe essere ad atteggiamenti autoritari in ambienti antiautoritari ed avrebbe un senso, ma così banalizza ed appiattisce tutto: esiste una differenza fondamentale tra imposizione della forza ed espressione dell’esperienza. L’incapacità di esprimersi o di fare non è autoritaria o antiautoritaria e non può che risolversi individualmente… sennò si arriva all’idiotismo dell’elogio dell’incapacità e dell’inazione.

Il concetto di violenza emotiva o di violazione dell’integrità emozionale è quanto mai labile, perché promuovere simile paccottiglia analitica tra individui antiautoritari che dovrebbero avere armi critiche e capacità pratiche d’intervento ben più affilate? Oltretutto svuotando di senso la violenza subita e brutale a cui viene accostata. Come pretendiamo di impegnarci in una lotta senza quartiere contro l’autorità e discettare di violenza rivoluzionaria e liberatrice se non riusciamo neppure a reagire individualmente ad un “commento non richiesto per strada” (prendendolo per quello che è, e trattando di conseguenza chi l’ha sputato) o di sostenere una discussione accesa, in un incontro, senza ricorrere al paravento della sensibilità infranta? Perché trovarsi a leggere la disarmante e lapalissiana idiozia che consiglia, per evitare un aborto indesiderato, di far l’amore con una donna?[2] Perché codificare, magari in ambito di genere, per sole “bande di femmine”, come conquista, l’autodifesa da aggressioni e molestie? Non è forse un problema comune ai generi, tra esseri liberati?

Perché rispolverare dagli armadi del femminismo anni ’70 i prodotti più logori quali gli incontri separatisti… magari chiamandoli work-shop (bruttissimo termine che coniuga lavoro e negozio, mutuato da convention aziendali e indegno della libera discussione)?

Lo spettro di un simile meccanismo riduttivo e banalizzante lo leggo in un’altra pubblicazione recente, l’edizione italiana dei testi rivendicativi delle Rote Zora[3], ovvero l’intento di sensibilizzare solo un pubblico femminista su di un gruppo di donne praticanti la lotta armata negli anni ’80/’90 in Germania, insistendo sulla scelta di genere, di fortissimo interesse su alcune tematiche femministe, come una discriminante privilegiata e per toglierle dall’oblio… visto che non si vorrebbe “che entri a far parte della storia ufficiale. Essa è scritta da uomini”[4]… Maaahh?!? Non è che la storiografia ufficiale tende a non trattarle perché arrabbiate, non femministe arrabbiate? Così come non tratta – o travisa – la storia, le azioni, gli scritti di tanti altri arrabbiati ed arrabbiate? La visione parziale non è quella delle Rote Zora che sperimentarono un proprio percorso di lotta e liberazione individuale e collettiva nell’ambito di una più ampia azione antimperialista ed anticapitalista, ma di chi cerca di farne una bandiera per dare maggiore credibilità e peso specifico al proprio teorizzare, magari per ridursi poi a cercare “percorsi di autodifesa”.

Perché arroccarsi su di un discorso “femminista e lesbico”[5], perché un’altra gabbia protettiva, piuttosto che sviluppare la bellezza e gli infiniti spunti più avanzati di critica al dominio (non solo di genere) offerti e sperimentati?

La “sorellanza” mi è sempre sembrata una forma di alienazione allusiva di alleanze politiche trasversali tra oppressi ed oppressori, tra parti avverse… “interclassiste”, come è tornato di moda dire. In questo periodo mi è capitato pure un libretto[6] che raccoglieva le interviste effettuate da una femminista italiana ad alcune reduci della rivoluzione spagnola nel 1936, cercando una discutibile “sorellanza” tra anarchiche impegnate al fronte (e nelle retrovie con le Mujeres Libres), poumiste e staliniste. Era piuttosto significativo che delle rivoluzionarie anarchiche quasi centenarie fossero molto più lucide e aperte nella critica ai limiti del femminismo della loro intervistatrice, imbevuta di luoghi comuni anni ’70: con la tranquillità estrema di una vita vissuta pienamente, riuscivano a spiegare con semplicità il rapporto paritario tra compagne e compagni, di come riuscissero a ridicolizzare e neutralizzare i machismi che emergevano tra i più retrogradi e stupidi tra i loro compagni. Insomma le pratiche e l’apporto teorico di queste donne sono molto più avanzate nel percorso di liberazione dell’individuo e negazione di dinamiche autoritarie, delle femministe che spigolano sulle loro esperienze, difendendo simulacri di lotta in luogo della lotta stessa. La necessità di autodafè, la “decostruzione dei propri privilegi di maschio”, la ricerca di spazi di discussione separati, l’autocoscienza ed autoanalisi in sede pubblica sembrano un po’ troppo il segno di questi tempi di sovraespozione e pressappochismo, sbandierare “lotte” per categorie e lotte interiori per finire per non lottar per nulla.

Anna,
carcere femminile di Rebibbia
Ottobre 2018

Precedentemente pubblicato da: Croce Nera Anarchica