I sogni son desideri…….di felicità

I sogni son desideri…….di felicità

<< La Walt Disney Corporation è una delle multinazionali più potenti di questo pianeta. La bella e la bestia Disney ha costruito il suo impero sui fumetti di Paperino e Topolino e da bravi Paperon dè Paperoni i manager di Disney hanno le mani su molti dei settori strategici dell’economia a partire naturalmente dal settore dei media e della comunicazione per estendersi un pò ovunque dall’industria tessile a quella edilizia. Purtroppo (Ironico, ma c’era da pensare il contrario?), in tutti questi settori dove domina Walt Disney Corporation vi è un monopolio totale, così ad esempio nel campo della comunicazione e della rete internet manipola l’utilizzo di questi media non come attualmente, in parte gestito, ma mutuandolo dal modello televisivo dove emettitore del messaggio (la classe dominante dei ricchi) e ricettore (ossia il branco confuso che deve essere indottrinato dalla propaganda) siano ben distinti. Non per niente è alleata con Microsoft e per un certo periodo di tempo si poteva accedere al suo sito solo con il browser di Microsoft. Sempre riguardo alla rete, Disney, naturalmente dalla sua posizione di dominio assoluto del mercato dei prodotti per la famiglia, sostiene chi vorrebbe “regolamentare” i contenuti della rete a misura dei bambini. Già abbiamo una televisione per lobotomizzati, non solo, vorrebbero imporre ovunque il mai fuori moda Produci Consuma Crepa (per la cronaca dell’ovvio il mai fuori moda già avviene in grande stile). Disney negli ultimi anni è sempre più infastidita dalle continue richieste di chiarezza sui suoi “dipendenti” che sempre più spesso risultano schiavi a tutti gli effetti. I lavoratori haitiani ad esempio lavorano 12 ore al giorno senza pause per arrivare a guadagnare dopo 30 anni quanto guadagna in un’ora l’amministratore delegato di una sua satellite. La multinazionale delle scarpette di cristallo inoltre è gemellata con una delle più terrificanti aziende dello sfruttamento animale, tale McDonald’s. A proposito di hamburger, tutti i film di Disney, specie i cartoni animati o comunque quelli per i più piccoli sono accoppiati alla commercializzazione e promozione tramite gadgets diffusi nei negozi assieme ai loro pasti. Così le famiglie che dai loro piccoli sono state appena trascinate dentro i cinema per vedere i prodotti di Disney verranno poi trascinati dentro i “ristoranti” McDonald’s dove con l’ “Happy Meal” si ottiene in omaggio il pupazzetto di Toy Story o dei 101 o altro… e viceversa. Non staremo qui ad annoiarvi sul fatto che questo utilizzo così brutale dei bambini da parte di queste multi per trascinare i loro genitori a spendere è stato più volte stigmatizzato, non solo da noi, ma anche da sentenze dei tribunali di paesi non certo rivoluzionari ed anticapitalisti come l’Inghilterra. Non vi annoieremo neanche troppo standovi a dire che come ormai sappiamo quasi tutti/e, quegli oggettini di plastica vengono prodotti da donne-bambine in schiavitù in Vietnam, Birmania, Indonesia, Cina. Anche nell’edilizia Disney è in prima fila nella costruzione di cittadelle fortificate per colletti bianchi, per bambini ricchi e per turisti che possono spendere e spandere.

Haiti, Bangladesh, Cina: Gli sporchi affari di PAPERON DE’ PAPERONI

E brava Walt Disney! Topolino difensore della giustizia e della legalità, Pippo e Paperino protettori degli spiriti liberi, Qui Quo Qua, in compagnia del Re Leone, attenti alle tematiche ambientali, Pocahontas, la Bestia e il gobbo di Notre Dame a sottolineare la nuova attenzione per i popoli diversi e i “diversi” in genere. Brava Disney, entrata nel mirino dei “benpensanti” quando ha deciso di pagare gli assegni famigliari a tutti i dipendenti che vivono in coppia, compresi i conviventi e gli omosessuali, tutto all’insegna della non discriminazione. Peccato che a 5.500 chilometri di distanza dai suoi begli uffici californiani con i dipendenti profumati, migliaia di giovani lavoratrici, poco più che quindicenni, lavorino alla confezione di abbigliamento a marchio Walt Disney per uno stipendio di circa un quarto di euro) l’ora. Volete sapere lo scenario da biancaneve che c’è ad Haiti o in Bangladesh? Presto esauditi. Lo scenario da principe azzuro è questo, vere e proprie baracche, due soli bagni per qualche centinaia di operaie, condizioni disastrose, acqua all’interno, certo, in effetti offre un contrasto stridente con il candore delle felpe di Pocahontas. Il lavoro va avanti nel rumore più assordante, 10-12 ore al giorno. Si lavora in piedi. Se proprio lo vogliono, le operaie possono portarsi un cuscino da casa. E’ proibito parlare così come andare in bagno più di due volte al giorno. D’altronde il ritmo produttivo è così incalzante da lasciare poco più di 10 minuti per la pausa pranzo (in 12 ore). Tra le fila delle operaie, i guardiani, con continui urli, percosse e molestie, fanno la loro parte perché la produzione vada avanti. “Siamo schiave!” E’ questa la protesta delle lavoratrici. Chiunque provi ad organizzare qualsiasi forma di protesta, viene immediatamente licenziata. Non c’è tutela sanitaria e se un’operaia si ammala, non ha diritto a nessuna retribuzione. Di più., ad Haiti non è legale licenziare le donne incinte, ma i padroni hanno trovato comunque un sistema per evitare il costo della maternità: trasferiscono le donne incinte a lavori ancora più pesanti e malsani finché, poco tempo dopo, è l’operaia stessa a decidere di abbandonareil lavoro. Maltrattamenti, percosse e violenze in cambio di 3 euro al giorno. Si calcola che per guadagnare la cifra che l’amministratore delegato della Disney guadagna in un ora, un’operaia haitiana dovrebbe lavorare 101 anni, per 10 ore tutti i giorni. Agli stabilimenti di Haiti, una tuta di Pocahontas arriva in 11 pezzi. In 13 fasi – cucire i polsini, le etichette, gli orli, ecc.- si arriva al prodotto finito. In 10 ore un’operaia confeziona 50 felpe. Una produzione per un valore pari a 584 dollari, pagata 2 dollari e 22 centesimi. Come dire che ad un’operaia occorre 1 settimana e ½ di lavoro per potersi comperare la stessa maglia che produce in meno di 10 minuti. Il divario fra valore prodotto e salari percepiti avrebbe contorni meno scandalosi se le operaie guadagnassero almeno quanto basta per una vita dignitosa. Il guaio ad Haiti è che i salari sono drammaticamente bassi mentre il costo della vita è alto. Lo stipendio di una giornata basta a malapena per consentire alle operaie di mantenersi in vita e di prendere l’autobus per recarsi al lavoro. La conclusione è che per far fronte alle spese del resto della famiglia, esse si indebitano, ma così facendo si impoveriscono sempre di più, perché le condizioni degli usurai sono pesantissime. E’ così da sempre. Intanto, negli USA è iniziata una campagna nei confronti della Disney. Ad organizzarla è la National Labor Committee (NLC), che si occupa di tutela dei diritti delle popolazioni del Sud del mondo. E’ stato Charles Kernaghan, direttore dell’organizzazione, durante un viaggio ad Haiti a fine anni novanta a rilevare le condizioni delle lavoratrici e a sollevare il caso denunciando pubblicamente il comportamento irresponsabile della Disney. La campagna mira a far accettare ispezioni negli stabilimenti dove si produce per la Disney condotte da organismi indipendenti, che possano parlare liberamente con le lavoratrici per verificare le condizioni reali in cui lavorano, senza che queste debbano temere ritorsioni. Per ora la Disney nega ogni addebito, sbandierando il “codicedi condotta” che la società si è data e che le impedisce di utilizzare lavoro minorile o sottopagato. Le cose sono complicate ulteriormente dal fatto che non è direttamentela Disney a gestire gli stabilimenti haitiani. La produzione tessile è subappaltata a due società statunitensi che a loro volta si appoggiano a 4 ditte che lavorano in Haiti. Un sistema di scatole cinesi che facilita il gioco di rimpallo delle responsabilità. Se la Disney afferma di non aver riscontrato irregolarità durante le ispezioni, le società che gestiscono l’appalto si trincerano dietro le regole del mercato: Haiti può offrire solo manodopera a basso costo; alzare gli stipendi significa perdere competitività e conseguentemente lavoro. In realtà, se anche la Disney e le ditte subappaltatrici non intendessero rinunciare a nessun punto percentuale dei loro profitti e spostassero tutto il peso degli aumenti salariali sulle spalle dei consumatori, questi si troverebbero a dover pagare un prezzo più alto di appena un euro. Una cifra così bassa da non minacciare il volume di vendite. In questa ennesima battaglia tra diritti dei lavoratori e leggi del mercato, la parola passa direttamente ai consumatori. La forza della Disney, così come di molte altre multinazionali, sta nella propria immagine. La sua debolezza nella consapevolezza di non poter difendere in nessun modo davanti ai suoi clienti salari così da fame e condizioni di lavoro così inique. Per questo, nel tentativo di parare il colpo, e pur di non cedere di fronte alla richiesta di ispezione nei suoi stabilimenti,la Disney si è impegnata a far aumentare la paga delle lavoratrici fino a un dollaro l’ora. Tocca ai consumatori giudicare se il comportamento della Disney è congruo con la sua immagine di portatrice di valori familiari, e quindi agire di conseguenza. Intanto, la Walt Disney resta nell’occhio del ciclone anche per un’altra triste vicenda: la confezione delle felpe di Topolino in Birmania. Qui le condizioni dei lavoratori sono ancora peggiori che in Haiti. Sei centesimi di paga oraria per un monte ore settimanale superiore alle settanta. Un paese dove qualsiasi rivendicazione sindacale è disattesa, dove non si contano i casi di sparizioni di lavoratori. Questo in sintesi la bella fiaba di cenerentola, la prossima volta che portate i vostri figli a vedere un bel film del signor Disney pensate a quella figlia di 14 anni con le mani devastate dalle cuciture e a piedi nudi nel fango delle baracche, lei si conosce le felpe di topolino. Il risultato è che spesso i giovani si ritrovano con infezioni alle mani che si portano dietro per tutta la vita, come “ricordo” di zio Walt. Sempre se riescono a sopravvivere ai dormitori in cui i loro datori di lavoro, o meglio sfruttatori, li ospitano. Sì, perché le fabbriche diventano anche la casa di questi ragazzi, il luogo dove trascorrono la maggior parte dell’adolescenza.>>

(per chi vuole approfondire, in rete sono centinaia gli articoli come questo sull’operato dello zio Walt)

Olmo Vallisnera

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